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ARTE
Gallerie dell'Accademia: riapertura “straordinaria”
di Redazioneweb   
mercoledì 20 maggio 2020
ImageUn segnale importante per Venezia, le Gallerie dell'Accademia, tra i primi musei italiani a riprendere l’attività dopo oltre due mesi di chiusura, riaprono il 26 maggio.
«La decisione di riaprire le Gallerie, nonostante le difficoltà che stiamo vivendo, e dunque di accogliere i visitatori in condizioni di totale sicurezza – dichiara il Direttore Giulio Manieri Elia – è stata resa possibile grazie allo sforzo di tutti i lavoratori e collaboratori del museo. Ci è sembrato doveroso che la nostra istituzione non mancasse questo appuntamento e desse un messaggio di fiducia sul futuro di Venezia. Una città che ha nell’arte e nella cultura la sua vocazione e il suo destino, un legame indissolubile che parte dalla comunità locale che si riconosce nel suo patrimonio, e raggiunge il resto del mondo».
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La Metamorfosi del Moderno. Germano Celant, la rivoluzione che voleva diventare arte
di Redazioneweb   
martedì 19 maggio 2020

ImageGermano Celant sembra un personaggio senza tempo, immediatamente riconoscibile per il suo modo di essere e di apparire, forte ma non abbastanza per combattere questo inesorabile virus. È  mancato all’età di 80 anni a Milano il 29 aprile scorso.

 

Molto è stato scritto in sua memoria nei giornali nelle scorse settimane, molto si continuerà a scrivere nei libri, molto anzi moltissimo rimane vivo delle sue mostre il più delle volte epocali, come le ultime di Celant che hanno avuto Venezia come protagonista, diretta o indiretta: nel 2019 la grande retrospettiva alla Fondazione Prada a Ca’ Corner della Regina dedicata a Jannis Kounellis e la personale di Emilio Isgrò alla Fondazione Cini a San Giorgio, a febbraio 2020 la mostra su Emilio Vedova nella sala delle Cariatidi a Palazzo Reale a Milano.

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Ri/svegli. Ocean Space illumina le nostre coscienze
di Redazioneweb   
martedì 19 maggio 2020
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Eppur si muove! Venezia è ripartita con il suo tipico ritmo lento, ma inesorabile. Anche la cultura mostra i primi segni di questo ri/sveglio, che diventano segnali manifesti di una volontà ferrea di tornare alla normalità straordinaria di Venezia.

 

Emblematico, quindi, che il primo segnale lanciato da Ocean Space sia un’installazione luminosa d'impatto sulla facciata di San Lorenzo, esterna e visibile a tutti, una luce led, posizionata a 3,5 metri di altezza sulla facciata della Chiesa, che indica il livello dell’innalzamento dei mari che verrà raggiunto a fine secolo a causa dell’azione dell’uomo sull’ambiente, in base alle proiezioni del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico.

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Spazi dell’Insieme. European Cultural Centre Italy conquista Mosca
di Julija Kajurov   
lunedì 18 maggio 2020

ImageUna nuova avventura quella della Fondazione European Cultural Centre, che oltre a caratterizzare da quasi dieci anni il panorama artistico di Venezia durante le Biennali Arte e Architettura con le mostre Time Space Existence e Venice Design, a gennaio 2020 ha conquistato un importante spazio anche a Mosca, proprio accanto alla Piazza Rossa. Ospitata nel prestigioso Museo Nazionale di Architettura Schusev, il primo museo al mondo dedicato all’architettura, la mostra Public Architecture –  Future for Europe, organizzata da ECC Italy ed ECC Russia, presenta progetti realizzati o ancora solo platonici rivolti all’architettura pubblica nell’Europa del futuro.

 

Circa quaranta fra studi di architettura, grandi firme, fotografi, università e istituzioni attive in tutto il continente condividono le loro prospettive su approcci alternativi e una nuova concezione di architettura che sia in linea con il rispetto del patrimonio culturale europeo. I progetti riguardano social housing, edilizia verde, mobilità, e rappresentano spazi civici ed educativi, stazioni ferroviarie, aeroporti e altre aree pubbliche. Toccano temi importanti quali l’espansione e la pianificazione urbane, l’innovazione e la sempre più attuale questione ambientale.

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Amici per passione. Federica Marangoni e il ciclo di incontri speciali "Volevo dirti che..."
di Redazioneweb   
venerdì 15 maggio 2020
ImageFederica Marangoni, artista e designer veneziana nota in tutto il mondo più volte ospite alla Biennale e protagonista di importanti mostre internazionali si racconta al pubblico, attraverso cinque incontri online che la vedranno conversare con gli amici con cui collabora e che ricordano assieme a lei la sua lunga storia di lavoro nel mondo dell’arte.
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Mappa di voci. Ocean Space e la Città Riflessa
di M.M.   
venerdì 24 aprile 2020

ImageOcean Space e l’organizzazione madre TBA21-Academy hanno scelto Venezia come città-mondo, luogo ideale non solo per la sua bellezza ma soprattutto per la sua specificità legata alla sua cultura acquatica. Il luogo, che sia fisico, la Chiesa di San Lorenzo a Castello, o virtuale, il sito web, i profili social, la piattaforma e il canale radio, deve essere uno spazio di confronto e dibattito, di incontro di idee e pensieri e naturalmente di persone, con al centro Venezia, La Città Riflessa.

 

Una aggregazione di esperienze artistiche, scientifiche, letterarie, politiche che mira a rafforzare la consapevolezza del cambiamento attraverso le tematiche ambientali e attraverso queste raccogliere idee per il nostro futuro.

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D'amore e d'altre forme. Aristide Najean, Didier Guillon e Silvano Rubino alla Fondazione Valmont
di RedazioneWeb3   
mercoledì 04 marzo 2020
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Dal 18 maggio riapre (su appuntamento) la mostra Venetian Love della Fondazione Valmont –  tra i protagonisti del panorama culturale e artistico veneziano che dissemina nel tessuto cittadino incredibili edifici recuperati solo grazie all’iniziativa privata e riaperti al pubblico come spazi d’arte e per l’arte –, esplora le differenti interpretazioni dell’estetica mostrate nella diversità delle forme di espressione scelte da un trio di artisti complementari che svelano al pubblico il loro dialogo interiore.

 

Aristide Najean, Didier Guillon e Silvano Rubino lasciano che sia l’amore a trasformare la loro creatività in energia per dare vita a questa performance comune che contagia gli spazi di Palazzo Bonvicini a Santa Croce. «Progettare una mostra in un palazzo veneziano del XVI secolo che collegasse diverse interpretazioni della bellezza universale non è stato semplice. Ispirato dal principio dell’equilibrio, l’abbozzo di un’immagine cominciò a emergere, imponendosi in maniera lenta ma inesorabile come una scelta ovvia. Gli artisti e le opere selezionate hanno poi semplicemente perfezionato questo delicato equilibrio. Tra i lampadari impetuosi di Aristide Najean, espressione diretta della volontà dell’artista di rivelare le sue emozioni interiori, e le immense foto di Silvano Rubino con la sua architettura essenziale e inedita creatrice di un’atmosfera sospesa, mi sono infilato io, con le mie umili maschere segnate».

 

 

ARISTIDE NAJEAN
Nato e cresciuto a Parigi, Najean arriva a Murano nel 1986 per studiare le celebri e secolari tecniche di lavorazione del vetro dell’Isola veneziana. Pittore di formazione, Najean interpreta l’arte vetraria come un’estensione della pittura e ne fa il suo materiale d’elezione. I suoi lampadari traggono ispirazione tanto dalla pittura che dall’arte del vetro, in un’interazione portata fino al loro limite. Aperto a tutte le fonti di ispirazione, Najean osserva il mondo che lo circonda con grande curiosità.

 

Padroneggiando la lavorazione del vetro, sa fino a che punto può spingere i suoi abbozzi e quali sono i limiti entro i quali il materiale manterrà la forma scolpita. Quello in cui vive è un mondo fatto di immagini, dove crea opere d’arte che non assomigliano ad altro che alla sua ispirazione e i cui schemi cromatici e le forme disobbedienti scuotono e seducono.

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I miei primi quarant'anni. Buon Compleanno Collezione Peggy Guggenheim
di Mariachiara Marzari   
giovedì 09 aprile 2020
ImageIl 6 aprile 2020 la Collezione Peggy Guggenheim ha compiuto 40 anni! Un traguardo importante, ma in parte solo celebrativo, perchè la Collezione Peggy Guggenheim è riuscita a radicarsi nel profondo della città, a entrare nel DNA stesso di Venezia ed essere uno dei monumenti fondamentali – un landmark - al pari di Palazzo Ducale o della Basilica, quindi ad essere considerata un elemento fondamentale nel tessuto cittadino.

 

Ecco le tappe di questo percorso breve, ma significativo: Dal 1949 al dicembre del 1979, anno della sua scomparsa, Peggy Guggenheim ha vissuto a Palazzo Venier dei Leoni, sul Canal Grande, dove ha dato vita alla sua collezione d’arte moderna. A partire dal 1951, con estrema generosità ha aperto al pubblico la sua casa-museo, tre pomeriggi alla settimana, da Pasqua a ottobre. Credeva fosse suo dovere salvaguardare e condividere la collezione creata con passione e determinazione ed è stata per molti fonte d’ispirazione.

 

Il 6 aprile 1980 la Collezione Peggy Guggenheim ha aperto le porte, diventando un’istituzione prestigiosa grazie al suo preziosissimo patrimonio artistico, alle mostre temporanee sempre stimolanti, ai programmi e alle attività educative di qualità.

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La mia ombra è tua. Anthony Corner, esperienza immersiva con l'interiorità dell'artista
di Redazione   
giovedì 05 marzo 2020
ImageAnthony Corner – laurea al Royal College of Art, residenza presso la Royal Opera House Covent Garden, ampiamente esposto, già a Venezia nel 2017 e l’anno successivo alla Royal Academy di Londra, dove vive e lavora –, ritorna in città con un nuovo consistente corpo di lavori che presenta nella mostra Lamentation, Flux and an Empty Bladder allo SPARC*– Spazio Arte Contemporanea.

 

Il titolo manifesta subito il contesto emotivo e il modo personalissimo attraverso cui l’artista inglese fa l’esperienza della vita e dell’essere pittore.La sofferenza, l’angoscia, il tormento si sono imposti a lungo quali motori della sua ricerca di senso.

 

Le oltre 100 opere, tra grandi dipinti e piccoli lavori, creano un vero e proprio ambiente pittorico unico, in cui lo spazio stesso diventa contenuto insieme all’opera, offrendo al visitatore un’esperienza immersiva e ravvicinata con l’interiorità dell’artista.

 

La scelta di esporre a Venezia non è certo casuale.

Nei suoi dipinti, così come in Laguna, si può passare velocemente dall’oscurità alla luce, dal sordido alla bellezza, in un continuo e perpetuo andirivieni da un estremo all’altro.

 

Nella densa stratificazione del colore cupo che oscura tutto, sotto una spessa coltre, trovano ora spazio ampi squarci di luce, intere porzioni di tela lasciate vuote e bianche.

 

Dal fragore linguistico dei quadri precedenti, dove colore, parole, grafismi e materiali si condensano, contaminandosi l’uno con l’altro, in uno straziante lamento che emerge dalla tela, si fa strada ora uno spazio silenzioso, in cui la pittura diventa un sollievo dal dolore e una pausa dalla battaglia quotidiana.

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Collezionista di cime. Irene Pigatti pioniera dell’alpinismo dolomitico
di Franca Lugato   
lunedì 06 aprile 2020

A Palazzo Sarcinelli a Conegliano, Il racconto della Montagna nella pittura tra Ottocento e Novecento è una delle mostre che avrebbero dovuto aprire proprio nei giorni in cui, tra fine febbraio e marzo, tutto si è fermato. La sua apertura al pubblico, rinviata ancora per qualche settimana, permetterà di scoprire il nuovo capitolo d'indagine sul paesaggio offerto dalla curatela attenta e sorprendente di Franca Lugato e Giandomenico Romanelli.


Nell'attesa non proponiamo un tour virtuale, come quelli meravigliosamente offerti da mostre e musei che stanno occupando le nostre giornate, ma chiediamo di seguirci in un viaggio fatto di storie, persone e sogni, che vanno oltre le immagini per spiegare la Montagna e il suo valore simbolico di limite e di bellezza pura.


Ecco a voi, la prima puntata dedicata a Irene Pigatti.

 

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Era mio padre. Paolo e Gabriella Cardazzo e gli “Artisti del Cavallino”
di M.M.   
giovedì 05 marzo 2020
ImageUn passaggio di testimone è sempre un impegno e una responsabilità, se ciò avviene improvvisamente e chi lo passa è una figura chiave come Carlo Cardazzo che, con la sua Galleria del Cavallino a Venezia, fondata nel 1942 assieme a quella del Naviglio a Milano, ha segnato l’arte italiana e internazionale dal Secondo dopoguerra sino alla scomparsa nel 1963, l’impresa è sempre quasi impossibile.

 

L’eredità viene raccolta da Paolo e Gabriella, i suoi figli, che si dimostrano capaci del compito. La loro straordinaria volontà di proseguire programmaticamente l’obiettivo di creare un’autentica “officina veneziana”, seguendo il solco tracciato dal padre, riesce a realizzarsi grazie alla loro capacità di adottare nuove strategie, mantenendo l’idea di promuovere a Venezia una comunità attiva di protagonisti, un centro di produzione artistico in grado di entrare nei processi rivoluzionari dell’arte degli ultimi trent’anni del Novecento, dal 1966 fino alla chiusura nel 2003.

Una Galleria che si mostra capace di intercettare i nascenti linguaggi della video arte, le nuove ricerche e i giovani artisti dal Giappone agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, senza dimenticare i maestri e il panorama italiano, anche grazie al confronto/rapporto con la Biennale.

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Microfoni ON! Fondazione di Venezia lancia #FDVonair
di Redazioneweb   
martedì 07 aprile 2020
ImageNato in adesione alla campagna #iorestoacasa lanciata dal Mibact, #FDVonair è il nuovo proggetto della Fondazione di Venezia, ideato con l'obiettivo di mettere a disposizione della collettività il proprio patrimonio artistico – culturale, intellettuale e conoscitivo anche via social e web attraverso podcast e pillole video, racconti, curiosità e approfondimenti relativi alle opere del Novecento che confluiscono nelle Collezioni della Fondazione, dalla raccolta di dipinti del XX secolo ai vetri artistici, passando per il poderoso archivio fotografico, ma anche legati ai grandi temi della storia e della contemporaneità con un rimando costante all’attualità dei nostri giorni.
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Ritorno alle origini. Vivien Green e gli oggetti migranti della Collezione Guggenheim
di Redazioneweb   
lunedì 30 marzo 2020

Image [VIDEO] Alla Collezione Peggy Guggenheim con Vivien Green, curatrice assieme a Christa Clarke, R. Tripp Evans, Ellen McBreen, Fanny Wonu Veys, della mostra Migrating Objects. Arte dall’Africa, dall’Oceania e dalle Americhe nella Collezione Peggy Guggenheim, fino al 14 giugno.

 

Passata alla storia per aver sfidato le convenzioni come collezionista e mecenate, e da sempre celebrata per la sua collezione d’arte moderna europea e americana, nel corso degli anni ‘50 e ‘60 Peggy Guggenheim inizia a guardare oltre i confini dell’Europa e degli Stati Uniti interessandosi all’arte dell’Africa, dell’Oceania e delle culture indigene delle Americhe. Un nucleo della collezione della mecenate raramente visibile al grande pubblico diventa ora protagonista, trentacinque opere di arte non occidentale sono esposte per la prima volta insieme a Palazzo Venier dei Leoni.

 

L’aspetto assolutamente inedito di questa mostra è la presentazione di questi oggetti in gruppi che privilegiano i contesti originari, oggetti straordinari, per lo più rituali, dei quali noi oggi forse abbiamo perso le tracce.

 

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Prima che sia tardi. La memoria visiva di Venezia diventa forza per il suo futuro
di M.M.   
lunedì 30 marzo 2020
Image [VIDEO] Chi in questi giorni versa in uno stato di pessimismo e di tristezza, incapace di reagire e contrastare il destino che sembra ineluttabilmente avviato a compiersi e vede Venezia senza futuro, deve assolutamente andare a visitare la mostra alla Fondazione Querini Stampalia, Venezia 1860–2019. Fotografie dall’Archivio Graziano Arici, a cura di Graziano Arici e Cristina Celegon con Barbara Poli, prorogata fino al 10 maggio.
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Dietro l'immagine. Il MUVE offre incursioni quotidiane nelle Collezioni dei suoi Musei
di Redazioneweb   
martedì 24 marzo 2020

ImageIl MUVE non si ferma, chiude tutte le sue sedi, ma offre quotidianamente una storia che parte e si sviluppa da oggetti o opere delle ricchissime collezioni dei Musei veneziani.

 

Un percorso nuovo e interessantissimo che permette di entrare in punta di piedi nei cassetti più segreti, molti dei quali inediti o poco conosciuti, di Palazzo Ducale, Museo Correr, Ca’ Rezzonico, Fortuny, Ca’ Pesaro, Museo di Storia Naturale, Palazzo Mocenigo, Museo del Vetro e Museo del Merletto, Casa Goldoni. Ogni giorno una storia, un’opera, un documento, un personaggio… e una città unica, Venezia.    

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Appuntamento a giugno!
di Redazioneweb   
lunedì 23 marzo 2020

Image«Stato di sospensione», una condizione comune e necessaria che costringe a guardare giorno per giorno l'evolversi della situazione, senza volgere lo sguardo e il pensiero troppo al futuro. Già il futuro, il futuro prossimo, aprile, maggio e poi giugno... quando potremo tornare alla normalità? E poi, a quale normalità dopo tutto questo? Questo è il punto su cui tutti ci stiamo arrovellando e riguardo al futuro noi abbiamo deciso di puntare in positivo.

 

Il nostro è un punto di vista parziale naturalmente, perché ci occupiamo di cultura, anche se il numero di eventi, mostre, spettacoli, concerti, incontri saltati o posticipati tra teatri, cinema, musei, fondazioni e associazioni in una settimana qualsiasi di marzo, in una città come Venezia, dà l'idea di quanto muova la cultura.

 

La cultura è un motore fondamentale dell'economia della città, l’offerta al pubblico è il risultato finale di un lavoro lungo e complesso che coinvolge un numero rilevante di soggetti (si pensi alla conservazione, organizzazione, allestimento, parte tecnica, editoriale, di guardiania, di ricerca e gestione…), grandi istituzioni e piccole società, che ora sono forzatamente ai blocchi di partenza, pronti, anzi direi ansiosi di ripartire.

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Abitare l’architettura. La lezione di Vittorio Gregotti
di Massimo Bran   
lunedì 23 marzo 2020
ImageLa vita e questo dannato virus hanno portato via una delle menti più lucide, razionali, progettuali, è proprio il caso di dirlo, non solo dell’architettura italiana e internazionale, ma più estesamente della cultura del nostro tempo. Vittorio Gregotti è stato sicuramente uno dei quattro, cinque architetti fondamentali del nostro dopoguerra, eppure sarebbe assai riduttivo confinarlo nel recinto stretto di una sola disciplina.
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COVER STORY | Microcosmo parigino. Jacques Henri Lartigue e la fotografia che ferma il tempo
di M.M   
mercoledì 04 marzo 2020
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Una Parigi ricca e borghese del nouveau siècle è il campo visivo del fotografo francese Jacques Henri Lartigue (1894–1986) che, anche quando l’Europa verrà attraversata dagli orrori delle due Guerre mondiali, continuerà a preservare la purezza del suo microcosmo fotografico, continuando a fissare sulla pellicola solo ciò che vuole ricordare.

 

«Fermare il tempo, salvare l’attimo dal suo inevitabile passaggio. La fotografia diventa per Lartigue il mezzo per riesumare la vita, per rivivere i momenti felici, ancora e ancora» (Denis Curti).

 

L’invenzione della felicità, titolo emblematico della retrospettiva dedicata a Jacques Henri Lartigue, che la Casa dei Tre Oci ha aperto alcune settimane fa – e ora sospesa fino a data da destinarsi –, restituisce in modo immediato l’essenza della ricerca artistica del fotografo.

 

Centoventi immagini di cui 55 inedite, tutte provenienti da album fotografici personali, e molti materiali d’archivio raccontano la vita e l’arte di Lartigue, dagli esordi dei primi del ‘900 fino agli anni ‘80, in un percorso – curato da Marion Perceval e Charles-Antoine Revol, rispettivamente direttrice e project manager della Donation Jacques Henri Lartigue, e da Denis Curti, direttore artistico della Casa dei Tre Oci – che si articola intorno ai grandi momenti che segnarono la riscoperta e la conseguente affermazione dell’opera del fotografo francese.

 

Primo fra tutti, l’anno cruciale, il 1963, quando John Szarkowski, da poco nominato direttore del dipartimento di fotografia del MoMa – il Museum of Modern Art di New York –, espone i lavori di Lartigue al Museo newyorkese: sono presentati i suoi scatti precedenti la Prima Guerra Mondiale, quando il fotografo, ispirato dai giornali e dalle riviste illustrate di quest’epoca, s’interessa alla ricca borghesia parigina che si ritrovava ai Grandi premi automobilistici, alle corse ippiche di Auteuil, oltre che agli uomini e alle donne eleganti che le frequentavano.

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Aspettando la Biennale Architettura. L’appello di Sarkis verso un rinnovato impegno collettivo
di Marisa Santin   
giovedì 12 marzo 2020

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Razionalmente lo sapevamo già, ma mai come in questi giorni abbiamo percepito – e ad un livello diverso, più profondo – quale possente macchina organizzativa metta in campo la Biennale ogni anno, raccogliendo attorno a sé, a Venezia, il mondo. La Biennale Architettura 2020, già presentata in streaming nelle sue linee generali due settimane fa, prevede la presenza di 63 nazioni, 114 partecipanti in concorso, decine di eventi collaterali e satellitari, migliaia di addetti ai lavori, centinaia di migliaia di visitatori da ogni parte del pianeta. Aspettando tempi più sicuri, la data di inizio di questa 17. edizione è stata posticipata al 29 agosto e a noi rimane il tempo per approfondire il tema proposto dal curatore Hashim Sarkis. How will we live together?, una domanda che ci appare più che mai fondamentale, necessaria e improrogabile.

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INTERVISTA | Modern imagination. Daniela Zyman racconta "Oceans in Transformation"
di Redazioneweb   
martedì 10 marzo 2020

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Territorial Agency: Oceans in Transformation, curata da Daniela Zyman, che ci racconta il progetto in antemprima, è uno degli studi più dettagliati effettuati finora sullo stato degli oceani, ed è il risultato di un progetto di ricerca durato tre anni, promosso da TBA21-Academy e Territorial Agency, che hanno unito le forze con una rete di ricercatori e istituzioni, per presentare una mostra che basa le proprie conoscenze su scienza, politica, cultura e arte contemporanee. Con Oceans in Transformation, che doveva inaugurare il 22 marzo ma ha posticipato l’apertura al 20 maggio per rimanere aperto fino al 29 novembre 2020, si potrà comprendere chiaramente la straordinaria portata delle trasformazioni subite dagli oceani, minacciati costantemente dalle attività umane, come il sovrasfruttamento delle risorse ittiche, l’estrazione mineraria in alto mare e altre forme di estrazione e inquinamento, che ne modificano le correnti, le energie e l’ecologia. Una delle conseguenze più evidenti è l’innalzamento del livello del mare, come si può già vedere a Venezia. Un’installazione luminosa sulla facciata dell’ex Chiesa di San Lorenzo mostrerà la drammatica quota che sarà raggiunta a Venezia a fine secolo. Seguendo sei traiettorie geografiche, i dati sono stati elaborati in grandi installazioni multimediali e invitano i visitatori a prendere consapevolezza dell’impatto delle attività umane sul sistema oceanico.

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Occhi aperti e liberi. Caterina Borgato e le sue "Donne di terre estreme"
di C.S.   
venerdì 13 marzo 2020
ImageComunicare con la città e diffondere l’arte nella quotidianità delle persone. Fin dalla sua apertura nel maggio 2019, lo spazio D3082 (Domus Civica, San Polo 3082) persegue il proprio obiettivo grazie a una modalità espositiva originale visibile solo dall’esterno, che si rivela unica e quanto mai necessaria in questo delicatissimo momento per continuare a rendere l’arte accessibile a tutti, in totale sicurezza. Fino all’8 maggio, la mostra Donne di terre estreme, installazione fotografica site specific di Caterina Borgato, offre uno sguardo inedito su remoti scorci di mondo e, in particolare, sulle donne che li abitano.
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#Iorestoacasa... di Peggy. La Collezione Guggenheim apre le proprie porte online
di Redazioneweb   
martedì 10 marzo 2020

ImageEssenzialmente chiusi in casa, in attesa che questi giorni di emergenza diventino solo un brutto ricordo, manteniamo aperta la nostra finestra sul mondo attraverso i media, la rete e soprattutto i social, che vanno a colmare almeno in minima parte questo ‘vuoto’, immediata conseguenza di un isolamento alquanto inaspettato.

 

Tuttavia l’uso di internet e dei social, in particolare di questi tempi, può essere insidioso, tra allarmismi e fake news, per ciò come sempre la cosa importante è sapersi destreggiare e soprattutto mantenere la calma senza farsi fagocitare dalla “sindrome”, coltivando i propri interessi e passioni: cultura, arte e bellezza non devono e non possono fermarsi ma continuare a riempire le nostre giornate.

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Uomini nuovi. Carrain, Marchiori e il Fronte Nuovo delle Arti
di M.M.   
giovedì 05 marzo 2020
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La storia del ristorante All’Angelo, trattoria popolare in fondo a calle Larga san Marco, a meno di due passi dalla Piazza, così come ricostruita sapientemente da Giandomenico Romanelli e Pascaline Vatin nella mostra in corso alla Fondazione Querini Stampalia, potrebbe tranquillamente trasformarsi in un film o in un romanzo dato il numero di protagonisti e di intrecci di storie.

 

Dopo aver raccontato la Famiglia Carrain – Antonietta, Augusto, Anita, Renato, Roberto –, cardine di tutta la vicenda, e tutti coloro che a diverso titolo erano parte di questa community – si direbbe oggi –, definita proprio dal titolo della mostra, L’Angelo degli Artisti, vogliamo in questo articolo approfondire l’aspetto più prettamente artistico: come nell’autunno del 1946 in una serie di riunioni decisive, poi suggellate da una storica serata all’Angelo il 29 settembre per l’inaugurazione dei trittici di Pizzinato, Santomaso e Vedova, commissionati da Carrain stesso con l’avvallo e la complicità del critico Giuseppe Marchiori, si affermò il Fronte Nuovo delle Arti.

 

La diffusione del Manifesto ufficiale del gruppo giunse di lì a poche ore, il primo di ottobre. La dichiarazione fu firmata dai pittori Renato Birolli, Bruno Cassinari, Renato Guttuso, Ennio Morlotti, Armando Pizzinato, Giuseppe Santomaso, Emilio Vedova e dagli scultori Leoncillo e Alberto Viani. Da quelle fatidiche giornate l’Angelo fu testimone di entusiasmi, delusioni, accordi e divisioni che resero effervescente la vita del Fronte: gli ambiziosi progetti di fine 1946, l’attesa per la prima mostra ufficiale alla milanese galleria della Spiga nell’estate dell’anno successivo, il conseguente sonoro insuccesso che rischiò di minare la tenuta del sodalizio, il riscatto pieno che invece venne conseguito grazie alle due sale allestite per la XXIV Biennale di Venezia.

 

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Punti di vista.Cinque curatori e cinque storie dedicate alla "Master Collection" di Cartier-Bresson
di M.M.   
mercoledì 04 marzo 2020
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Henri Cartier-Bresson è probabilmente il fotografo più influente del Novecento, definito “occhio del secolo” per le sue fotografie in bianco e nero, la sua estetica del “momento decisivo”, modello predominante per tutto il Secolo fino ai giorni nostri.

 

Fotogiornalista e ritrattista, Henri Cartier-Bresson ha sempre considerato la fotografia come una forma d’arte, un’estensione della pittura, dove la sua Leica diviene un “album da disegno meccanico”.

 

La “Master Collection” è una selezione di scatti operata da Cartier-Bresson nel 1973, su invito di due amici collezionisti, Dominique e John de Menil. Fu infatti lo stesso fotografo a scegliere, tra le proprie stampe a contatto, le 385 immagini che considerava migliori.

Esistono solamente sei esemplari di questo prezioso nucleo dell’opera di Cartier-Bresson, custoditi rispettivamente presso il Victoria and Albert Museum di Londra, la University of Fine Arts di Osaka, la Bibliothèque nationale de France, la Menil Foundation di Houston, ma anche presso la Pinault Collection e naturalmente presso la Fondation Henri Cartier-Bresson.

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Il principio della tavola. Giandomenico Romanelli e Pascaline Vatin raccontano il '900 All'Angelo
di Mariachiara Marzari e Massimo Bran   
giovedì 13 febbraio 2020
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Giandomenico Romanelli e Pascaline Vatin offrono negli spazi della Fondazione Querini Stampalia, fino all’1 marzo 2020, la possibilità di rivivere una delle ultime stagioni artistiche gloriose di Venezia attraverso la mostra L’Angelo degli Artisti. L’Arte del Novecento e il ristorante All’Angelo a Venezia.
La capacità dei due curatori è quella di raccontare vicende, di far ritrovare volti – donne, uomini, famiglie –, di ricomporre raccolte, di ricostruire il mosaico prezioso di una storia ancora aperta. Il visitatore attraverso dipinti, schizzi, fotografie, documenti o semplici menù e oggetti della tavola viene catapultato negli anni particolarmente fortunati del Dopoguerra, anni di rinascita e di libertà per Venezia, di creatività e di grandi speranze: la Biennale, la Mostra del Cinema, le grandi esposizioni d’arte antica, i musei, la Fenice, la musica contemporanea, il teatro classico e d’avanguardia, la danza tradizionale e sperimentale... Le grandi scuole convogliavano qui maestri prestigiosi e giovani di talento – a Ca’ Foscari, all’Istituto di Architettura, all’Accademia di Belle Arti, al Conservatorio di Musica –, e tutti, proprio tutti, si ritrovavano quotidianamente in alcuni locali e ristoranti cittadini che finirono per diventare dei veri e propri cenacoli del contemporaneo.

 

 

 

Come inizia la storia del ristorante All’Angelo?

P.V. L’Angelo nasce a cavallo tra le due guerre, quando la famiglia Carrain, composta da Augusto e la moglie, si sposta a Venezia da Padova, dove da diverse generazioni si occupava di rifornire l’Esercito Italiano di vettovagliamento. Nel 1927 Augusto e Antonietta Carrain, con al seguito il piccolo Renato, acquistano a ridosso di Piazza San Marco, nella stretta calle dell’Angelo, una piccola pensione di poche camere che chiamano per l’appunto Albergo All’Angelo. L’anno successivo aprono un piccolo ristorante, che battezzano con lo stesso nome. L’attività si sviluppa negli anni abbastanza bene e durante la Seconda Guerra Venezia diviene un luogo rifugio per molta gente, tra cui parecchi artisti. Nella città, anche per quel patto tacito tra le potenze belligeranti di non sganciare bombe in centro storico a differenza di quanto regolarmente accadrà in terraferma, la vita continua nella sua quasi piena normalità e l’attività del ristorante prosegue regolare per tutti gli anni della Guerra fino alla fine del Conflitto.

G.R. Mentre nella Prima Guerra mondiale il fronte era arrivato fino a Treviso, a ridosso della Laguna, e Venezia era stata bombardata con danni di una certa rilevanza, nella Seconda Guerra mondiale la città storica non subì danneggiamenti, per cui si era diffusa la convinzione che Venezia fosse una specie di “città libera” proprio in quanto luogo preservato dalle incursioni, mentre Treviso, per esempio, fu totalmente devastata, oltre naturalmente a Marghera. Così in città si consolida una presenza di artisti, intellettuali, critici e galleristi che non si interrompe nemmeno durante la guerra; forse viene un po’ rallentata, ma non cessa mai di esistere. La Biennale, per dire, s’interruppe per sole due edizioni, pochissimo, per cui i fermenti artistici poterono davvero continuare a esprimersi quasi senza interruzione alcuna. Già nel 1944, infatti, le energie, le disposizioni di molti di coloro che presto saranno tra i grandi protagonisti della rinascita artistica italiana e internazionale si riaccendo compiutamente presto nel segno di un grandissimo impegno etico, cosa che va sottolineata e che credo emerga chiara anche in mostra. Un impegno, dunque, non soltanto di carattere sperimentale, linguistico o artistico in senso stretto; tra questo gruppo di artisti non vi è alcuna preclusione nei confronti e delle ricerche svolte nelle più svariate direzioni estetiche, l’importante – e questo viene già sancito nel primo proclama di formazione del Fronte Nuovo delle Arti – è che vi sia alla base del lavoro di ogni singolo artista un forte impegno etico e di rinnovamento. La questione del rinnovamento è sentita moltissimo, sì.

 

Una Venezia, quindi, in una posizione di assoluto vantaggio nel porsi come epicentro artistico internazionale rispetto ad altri centri europei devastati dalla guerra. Persino l’industria cinematografica durante il conflitto si trasferisce in Laguna.

G.R. Sì, certo. All’epoca i padiglioni della Biennale venivano usati come studi e sedi dalle società cinematografiche, oltre alla Scalera alla Giudecca. Si avvertiva plasticamente nell’aria la volontà di ripartire subito. Proprio negli spazi della Biennale, prima ancora che ricominciasse l’Esposizione Internazionale, viene organizzata la prima mostra del Premio della Colomba. Nel 1946 riparte subito anche la Mostra del Cinema e la prima proiezione ha luogo nel cortile di Palazzo Ducale. In mostra sono esposte le foto di Piazza San Marco all’epoca occupata da una serie di tabelloni pubblicitari, mentre sotto i portici di Palazzo Ducale si possono notare le affiche dei film, una parte delle quali erano dipinte dal vero, sul momento.

P.V. Abbiamo trovato una foto sorprendente che ritrae un inserviente sulla scala che, come si usava allora, dipinge con cura sul tabellone il programma della giornata, riportando tutti titoli dei film e i relativi orari delle proiezioni.

G.R. Riprendono immediatamente fiato e attività anche le gallerie. Prima fra tutti la Galleria del Cavallino di Cardazzo, che era stata fondata nel 1942, ma molte altre ancora fioriscono in quegli stessi anni. Un panorama artistico che indubitabilmente oggi colpisce per la sua vivacità e per la varietà di tendenze che rappresentava.
P.V. Una vivacità che coinvolgeva, per l’appunto anche i ristoranti; non c’è solo l’Angelo, infatti, come luogo di ritrovo di artisti e galleristi, ma anche ai Padovani a San Barnaba, da Cici alla Salute, La Valigia in Calle dei Fabbri.

 

I ristoranti portavano avanti una tradizione che era propria di Venezia, oppure è solo in quegli anni che nasce l’osmosi tra l’artista e il ristoratore? Un concetto un po’ bohémienne se vogliamo, che richiama subito alla mente la Parigi fine de siècle.

P.V. Tutte queste trattorie erano molto frequentate, però l’interesse per la pittura o per l’arte in queste forme, per quanto abbiamo potuto vedere, risale proprio all’epoca dell’Angelo.

G.R. Prima c’erano i Caffè. Quando facemmo una mostra sui disegni dell’Ottocento a Venezia, abbiamo esposto una serie di disegni di Favretto, allora inediti, che ritraevano gli avventori nei diversi Caffè della città, che erano un prolungamento della tradizione dei Caffè letterari settecenteschi. La Biennale stessa tradizionalmente si dice sia stata fondata durante alcuni incontri svoltisi al Florian, per esempio. Sono luoghi che diventano mitici, avvolti da un’aura che conferisce alle loro vicende il carattere della leggenda, anche se talvolta ci troviamo di fronte a fatti effettivamente accaduti.

 

Vi era certamente l’elemento della convivialità, questo senso di ritrovo, di stare insieme. Eppure molto spesso si insiste su quel cliché dello stato di necessità, per cui questi artisti bohemienne spesso squattrinati vivevano questi luoghi anche per fame, per soddisfare la quale offrivano in cambio loro lavori. Quanto di vero vi era in questa per così dire romantica “narrazione”?

P.V. Certamente donavano opere, ma non si trattava proprio di un mero baratto in cambio di cibo. Vi era un interesse reale da parte dei ristoratori verso la produzione artistica. Qualcuno di loro capì che accogliere anche generosamente questi giovani e meno giovani artisti poteva essere un modo per vivere al centro della rinascita di quel presente che si svolgeva davanti ai loro occhi, godendo in diretta dei frutti espressivi di quei momenti seminali. Alcuni di loro capirono subito quale straordinaria opportunità avevano in casa di costruire una propria collezione.

 

ImageAugusto Carrain fu probabilmente uno di questi, quindi. Lesse la situazione solo in quanto ristoratore con buon fiuto e sano opportunismo, oppure si sentiva effettivamente parte di questo rinnovamento?

P.V. Probabilmente entrambe le cose. Sicuramente respirava con autenticità quel clima, se ne sentiva a suo modo, nel suo ruolo, parte, certo. E poi, bisogna dirlo, ha avuto anche fortuna, perché la famiglia del critico Giuseppe Marchiori aveva casa proprio sopra All’Angelo. Ed è a Marchiori che Carrain chiede di fargli da guida per mettere insieme una collezione di disegni di artisti contemporanei. È chiaro che gli artisti sono attirati All’Angelo anche dalla presenza di Marchiori. Secondo Renato Carrain, figlio di Augusto, venivano così in tanti All’Angelo perché già durante la guerra il ristorante non chiudeva mai, neppure di pomeriggio: apriva la mattina e chiudeva la sera dopocena. In questo modo un artista, o chiunque altro, entrava lì la mattina e cominciava la giornata con un primo caffè, poi magari seguiva una grappa, pranzava, arrivavano gli altri, si faceva un tavolo, poi di nuovo un caffè e avanti così fino a sera. Era un moto perpetuo, un continuo incontrarsi, incrociarsi, confrontarsi. Nell’archivio della biblioteca di Vittorio Carrain – secondogenito del fondatore Augusto – abbiamo ritrovato tre diverse copie del menù quotidiano che riportavano sul retro una lista suddivisa in tre colonne: sulla prima c’è scritto “pasti”, sulla seconda c’era la dicitura “contanti” e sulla terza “cornici”. Quelle sono le liste di tutti i debitori dell’Angelo, tra cui troviamo nomi di artisti e intellettuali inimmaginabili, anche stranieri, da Picasso a Peggy Guggenheim. I Carrain esponevano sulle pareti del ristorante i quadri per aiutare gli artisti, ma Renato non ha mai parlato di business per tutto questo. L’Angelo era una sorta di galleria ma anche di residenza d’artista, come si direbbe oggi. Gli artisti usavano prendere in affitto a poco prezzo una delle camere della pensione per tre o quattro mesi durante il periodo della Biennale, rimanendo in città per vendere le proprie opere. A tenere aggiornate le liste dei debitori era Antonietta, la moglie di Augusto, una donna dal carattere forte e deciso, vera amministratrice del locale, che non era affatto d’accordo con questo sistema di scambio. Alcuni artisti probabilmente mangiavano All’Angelo sempre gratis, dalla colazione alla cena, perché risultano dei conti incredibili, soprattutto se pensiamo che all’epoca un secondo piatto costava dalle 400 alle 600 lire, mentre il debito finale ammonta a oltre due milioni di lire. Il salatissimo conto di Santomaso, per esempio, ci lascia intuire che l’artista in pratica vivesse All’Angelo.

G.R. A differenza del fratello Vittorio, che viene designato a portare avanti l’attività, Renato Carrain, figlio maggiore di Augusto, compie un percorso singolare: studia al liceo classico, viene mandato al collegio per imparare le lingue, in seguito si dedica al giornalismo sportivo e diventa caporedattore del «Guerin Sportivo» e scrive per «La Gazzetta dello Sport», tant’è vero che negli anni Sessanta tutti i grandi giornalisti sportivi passavano per L’Angelo, primo fra tutti Gianni Brera. Si può quindi affermare che L’Angelo viene frequentato anche da questo tipo di intellettualità più popolare, se così si può dire, in un tempo che vedeva cimentarsi nello sport penne sopraffini del calibro di Mario Soldati e Orio Vergani, per fare due nomi tra i molti. Renato scrive molto bene, a testimoniarlo c’è la prefazione del primo e unico catalogo della collezione che è del 1947, il celebre Arte moderna All’Angelo, in cui spicca nelle prime due pagine la vivace introduzione con cui Carrain presenta al pubblico la propria collezione, che in un anno e mezzo circa passa da praticamente zero a oltre 300 pezzi. La creazione del mito di questo straordinario locale è raccontata proprio da Carrain: avviene una sera, quando nel 1946 arriva al ristorante un gruppo di giovani scalmanati che chiede di mangiare; si abbuffano, ordinano di tutto, per poi al momento del conto inventarsi la fola di non avere i soldi per pagare. L’oste Renato, che li tollera “bonario e sorridente” avendo percepito qualcosa di geniale nel loro comportamento, si offre di accettare un disegno in cambio del pasto, chiedendone uno di un famoso artista straniero. Quando l’oste capisce che non sarebbero potuti mai arrivare a quel nome, si accorda per un disegno del giovane più brillante del gruppo, che altri non era che Vedova. In mostra abbiamo isolato il primo disegno, quello da cui parte tutto e lo abbiamo accompagnato alla frase finale del testo di presentazione di Renato: «e quella sera nacque L’Angelo degli artisti», da cui abbiamo preso il titolo della mostra. Nasce in maniera rocambolesca, un po’ mitizzata, un po’ letteraria, ma Renato la descrive molto bene, da intellettuale atipico quale era.

P.V. Vittorio è invece colui che deve prendere in mano il locale. Viene per questo mandato a studiare ragioneria, ma in realtà è un intellettuale pure lui. Quando il fratello Renato se ne va per due anni in collegio, al suo ritorno si accorge che Vittorio parla perfettamente il tedesco e se ne stupisce ancor di più scoprendo che l’ha appreso in maniera totalmente autodidatta dai libretti d’opera. Per nostra fortuna abbiamo dovuto sistemare la sua biblioteca che è custodita in un deposito a Marghera, dove abbiamo trovato e aperto decine di cartoni che contenevano tantissime cose ora esposte in mostra. Abbiamo scoperto che la biblioteca di Vittorio è composta da un fondo di libri d’arte colossale, ma ancora più straordinario è stato ritrovare una biblioteca francese con tutti i classici e la letteratura del primo Novecento in lingua originale, una biblioteca tedesca, una inglese, una spagnola, una latina e una greca!

G.R. Le vere scoperte di questo progetto curatoriale sono Vittorio e soprattutto il suo archivio, che abbiamo avuto la fortuna e anche, dopo un entusiasmante ma faticosissimo lavoro di ‘sistemazione’, la capacità di utilizzare e valorizzare.

P.V. Vittorio non aveva in realtà alcuna intenzione di occuparsi del ristorante, cosa che diviene lampante quando incontra Peggy. Prima di acquistare il suo palazzo a Venezia, Peggy Guggenheim alloggia in un albergo in Riva degli Schiavoni e al suo arrivo chiede subito al concierge dove è possibile incontrare degli artisti, venendo naturalmente indirizzata All’Angelo. Fraintese le indicazioni, Peggy si reca all’altro Angelo, un bar in Campo San Bartolomio, dove prima di indirizzarla al locale di San Marco le scrivono su un pacchetto di sigarette il nome “Vedova”, come promemoria. Con il suo pacchetto di sigarette Peggy arriva infine All’Angelo e lì incontra proprio Vedova e Vittorio Carrain. Da qui ha inizio una grande amicizia, anche con Santomaso, che sarà poi sempre da e con Peggy, perché lei in quanto donna, per quanto all’avanguardia nel costume e naturalmente più che emancipata, stazionava meno spesso in ristorante: magari vi andava a cena o a colazione, ma non si fermava immancabilmente per le serate. Alla luce di questo fortissimo legame che è venuto a crearsi, nel giro di qualche mese Peggy chiede a Vittorio di farle da segretario e lui per quindici anni la aiuterà, le farà da assistente in modo del tutto gratuito. Era Vittorio a mediare il rapporto di Peggy con Venezia e con il mondo artistico italiano, ma l’accompagnava dappertutto anche in Europa. Sempre nell’archivio di Marghera abbiamo trovato il primissimo catalogo della prima mostra di Peggy nel celeberrimo Padiglione greco alla Biennale del 1948, tutto corretto e con i prezzi e le note scritte a mano da Vittorio. 

 

L’archivio di Marghera dopo la mostra che fine farà?

G.R. Purtroppo il deposito di Marghera è stato danneggiato in parte da un incendio, ma per fortuna la parte relativa alla storia dell'arte si è salvata perchè i volumi erano già imballati nei cartoni, mentre noi abbiamo salvato l’archivio, in particolare i documenti manoscritti, le testimonianze e le note che sono oggi esposte. Dopo la mostra, tutta la parte di cataloghi di artisti contemporanei viventi sarà donata alla Biblioteca di Lendinara, dove è conservato l’Archivio Marchiori, che si occuperà di conservarla e valorizzarla come merita.

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Mondi nascosti visibili. Alla Guggenheim in mostra i Migrating Objects di Peggy
di RedazioneWeb3   
giovedì 13 febbraio 2020
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Passata alla storia per aver sfidato le convenzioni come collezionista e mecenate, e da sempre celebrata per la sua collezione d’arte moderna europea e americana, Peggy Guggenheim nel corso degli anni ’50 e ’60 inizia a guardare oltre i confini dell’Europa e degli Stati Uniti interessandosi all’arte dell’Africa, dell’Oceania e delle culture indigene delle Americhe.

 

Nel 1959 acquista il primo nucleo di opere di arte non occidentale da Julius Carlebach, mercante d’arte di New York. Si tratta di un piccolo gruppo di lavori che spaziano da una maschera Baga D’mba proveniente dalla Guinea a una scultura funebre malangan maramarua dalla Nuova Irlanda, Papua Nuova Guinea. «Mi ritrovai orgogliosa proprietaria di dodici fantastici [artefatti]: si trattava di maschere e sculture della Nuova Guinea, del Congo Belga, del Sudan Francese, del Perù, del Brasile, del Messico e della Nuova Irlanda. Mi ricordai dei giorni in cui Max [Ernst] e io ci stavamo separando . . .e [lui] staccava dalle pareti tutti i suoi tesori, uno dopo l’altro: ora tornavano tutti da me», racconta Peggy nella sua autobiografia Una vita per l’arte (Rizzoli Editori, Milano, 1998).

 

Di fatto l’artista surrealista Max Ernst, secondo marito di Peggy Guggenheim, ebbe un ruolo determinante nell’avvicinare la collezionista a quegli oggetti creati da popolazioni indigene che lo stesso Ernst accumula ossessivamente nei primi anni ‘40, esponendoli nella casa che i due condividevano a New York, insieme alle opere create dagli artisti amici della coppia. Qualche anno più tardi Peggy Guggenheim acquista altre opere in Italia, da Franco Monti e Paolo Barozzi. Pur se consigliata negli acquisti dai mercanti a cui si rivolge, nell’allestire le opere a Palazzo Venier dei Leoni la collezionista segue una propria visione, accostandole, ad esempio, a dipinti di Pablo Picasso e dello stesso Ernst.

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Fotografie di una città in cambiamento. Alla Querini in mostra le foto dell'Archivio Arici
di Marianna Rainolter   
mercoledì 08 gennaio 2020
ImageLe foto raccontano una storia, mostrano i diversi lati di una città e i suoi cambiamenti nel corso degli anni. La Fondazione Querini Stampalia, nell'anno delle celebrazioni per i 150 anni dalla sua fondazione, offre al pubblico una bellissima mostra composta da immagini fotografiche provenienti dall'Archivio di Graziano Arici, testimonianza delle trasformazioni sociali, economiche e urbanistiche di Venezia, indagine visiva dell'evoluzione della città nel corso di quasi un secolo e mezzo.
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École di Venise. Racconti di storie e di stili alla Fondazione Wilmotte
di M.M   
mercoledì 12 febbraio 2020
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La collaborazione tra Fondazione Wilmotte e il Circolo Fotografico La Gondola viene resa tangibile dal percorso di mostre che ogni anno, nel periodo invernale, vengono presentate negli spazi del Fondaco degli Angeli, sede della Fondazione a Cannaregio. L'Archivio Storico del Circolo Fotografico, che conserva più di 25.000 vintage del Dopoguerra italiano e non solo, è un giacimento ricchissimo per raccontare storie e atmosfere, stili e visioni.

 

La Dolce Venezia è il titolo della nuova mostra in corso, un percorso fotografico che si propone di raccontare la città dagli anni ‘50 agli anni ‘70 attraverso immagini che restituiscono l’essenza della bellezza delle forme e delle archidalla tetture. È una dolce e calma città, percorsa da fuggevoli presenze, che resiste agli eventi storici e climatici che la affliggono periodicamente, eppure si mostra viva e abitata.

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Memorie di un "leucofilo". Ezio Gribaudo, compleanno ad arte a Palazzo Contarini del Bovolo
di Martina Cappellesso   
mercoledì 12 febbraio 2020
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Palazzo Contarini del Bovolo celebra i novant’anni di Ezio Gribaudo (Torino, 1929), conosciuto per la sua attività di editore e promotore culturale, grazie alla quale ha frequentato artisti e scrittori, un entourage che lo ha influenzato facendo germogliare la sua inclinazione artistica. Gribaudo, che ha studiato all’Accademia di Brera e al

Politecnico di Torino, è un amante della carta stampata e un professionista dell’editoria, tanto che nelle sue sperimentazioni artistiche inserisce le tracce di queste passioni.

 

Le tavole dedicate alla sfavillante New York sono composte da strane trame, memorie del suo mestiere: grattacieli, taxi, architetture proiettano ombre tipografiche, dorsi di libri dei quali si può ancora leggere i titoli, che punzecchiano l’immaginazione mentre seguiamo l’artista nel suo cammino. Un lungo peregrinare in giro per il mondo che lo ha condotto più volte a Venezia: in compagnia di Cardazzo quando alla Galleria del Cavallino espone la serie di opere dedicate al Concilio Ecumenico, o durante la partecipazione alla 33. Biennale Arte del 1966, dove risulta vincitore del Premio della grafica. Di quel fervido periodo sono esposti i Logogrifi, opere realizzate con una particolare tecnica di rilievo a sbalzo applicata su carta buvard, materiale estremamente poroso qui trattato senza inchiostro, di modo che l’immagine si forma a pressione.

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I veneziani negli anni ‘60. Le fotografie di Andrea Grandese al Danieli Bistro
di RedazioneWeb3   
giovedì 13 febbraio 2020
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Venezia nel passato è stata una città 'normale', popolata di abitanti e piena di vita vera. Senza essere nostalgici, ma con un velo di inevitabile tristezza, quando ci si proietta nel passato di questa incredibile città si trovano molte interessanti testimonianze fotografiche del suo vissuto, di quando i numeri erano legati ai residenti e i turisti erano perlopiù viaggiatori appassionati che si intrecciavano alle storie del quotidiano, apportando elementi 'esotici' nella vita ordinaria di una città straordinaria.

 

A Venezia, anche secondo la vulgata popolare, l’Hotel Danieli ha da sempre rappresentato la massima espressione del lusso, avendo accolto sin dal passato importantissimi ospiti e raccogliendo un’infinità di storie, facendo sognare il popolo veneziano per la vita meravigliosa e un po’ misteriosa che avveniva all’interno del palazzo/albergo.

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