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ARTE
Arte in movimento. Teatrino Grassi presenta Lo Schermo dell’Arte Film Festival
di M.M.   
martedì 01 marzo 2016
troublemakers-fondazione-prada-mi.jpgCinema e Arte hanno da sempre intrecciato i loro percorsi, costruendo relazioni proficue e articolate all’insegna di uno scambio reciproco di specificità e suggestioni, all’insegna di una contaminazione tra ambiti culturali paralleli e, in qualche caso, complementari. Frantumate le barriere di genere, la divisione canonica tra arti dello spazio e arti del tempo ha aperto gli orizzonti della scena contemporanea, registrando progressivamente sperimentazioni sempre più audaci attorno all’immagine in movimento.
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2016: sotto il segno degli 'Elemental'
di M.M.   
venerdì 12 febbraio 2016

elemental.jpgNon poteva iniziare meglio il 2016, anno della Biennale Architettura!

Il Presidente della Fondazione Paolo Baratta commenta così: «Che dire? Che la Biennale porta fortuna!». Sì, perché il 13 gennaio, il direttore dell’imminente 15. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, Alejandro Aravena, è stato insignito del Pritzker Architecture Prize, il prestigioso riconoscimento mondiale nel campo dell’architettura. La fortuna a cui si fa riferimento si verificò già con Kazuyo Sejima, che conquistò il Pritzker Architecture Prize poco dopo la nomina a direttrice della Biennale Architettura 2010.

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Davanti agli occhi. La fotografia abita ai Tre Oci
di Anna Corazza   
lunedì 25 gennaio 2016

giulioobici.jpgLa nuova stagione espositiva della Casa dei Tre Oci, inaugurata il 23 gennaio, è un appuntamento ormai noto a veneziani e non solo: torna infatti Tre Oci Tre Mostre, il format che presenta tre proposte espositive che si snodano seguendo i piani della magnifica casa, splendida testimonianza dell’architettura veneziana di inizio ‘900, disegnata dall’artista Mario De Maria (Marius Pictor) e costruita nel 1913 sull’isola della Giudecca.
La mostra inizia al piano terra, spazio interamente dedicato al Circolo Culturale «La Gondola». Tre le diverse proposte: apre Lo specchio di Alice, una selezione di opere di 26 soci del Circolo chiamati a riflettere intorno al ruolo della fotografia, non più mero documento atto a testimoniare la realtà ma entità artistica dal valore autonomo. Si prosegue poi con NeroSuBianco, a cura di Manfredo Manfroi, un’esposizione di 28 scatti che rappresentano i due orientamenti dell’arte fotografica del secondo Dopoguerra, l’uno più figurativo, dai bassi contrasti, l’altro più vicino alla Subjective Fotografie, carico di valore simbolico.

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A Room of One’s Own. "La stanza di Clarissa" nelle opere di Piera Benetti
di D.C.   
venerdì 05 febbraio 2016

immagine.jpgA pochi anni dalla fine della Grande Guerra, Virginia Woolf dà alle stampe il romanzo Mrs Dalloway. Nel corso di un ricevimento Clarissa, la protagonista, viene a sapere che un giovane uomo, reduce di guerra profondamente turbato dai ricordi, si è suicidato. Alla notizia Clarissa abbandona gli ospiti e si ritira, sola, in una stanza vuota.

 

Nell'esporre i propri lavori nello spazio della Manica Lunga dell'Isola di San Servolo, accanto all'archivio dell' Ospedale Psichiatrico che conserva le cartelle di quanti vi furono ricoverati a seguito dei traumi del conflitto, Piera Benetti intende creare uno spazio in cui quel dolore, come nella stanza di Clarissa, possa trovare ascolto.

 

I suoi lavori, realizzati su vetro o su carta, ci portano nei luoghi degli Altipiani trentini che nel 1916 si trovarono sulla linea del fronte: gli Altipiani di Folgaria, Lavarone e Luserna. Mostrano ciò che oggi vi coglie lo sguardo di chi si trovi a passarvi.

 

Le opere esposte ricostruiscono i percorsi dello sguardo attraverso vaste campiture di colore lavorate in tensione, che rendono il sentire nella sua complessità e simultaneità.

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La felicità delle piccole cose. Henriette e Mariano Fortuny: storia d’amore e creatività
di Lara Cavalli   
venerdì 05 febbraio 2016

191.jpgSi dice che dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna. Se la storia d’amore, creatività, collaborazione, lavoro e sperimentazione di Adèle Henriette Nigrin e Mariano Fortuny, che ha percorso ben 47 anni di storia, non avvalla questo detto, poco ci manca.

 

Nella casa laboratorio di Palazzo Pesaro degli Orfei (ora Fortuny) Henriette affianca il marito nella produzione dei pregiati tessuti stampati e delle lampade in seta, coordinando le numerose maestranze che con loro collaborano. Dopo la morte del marito, nel 1949, e ceduta la Società Anonima Fortuny, Henriette dedica il resto della sua vita a ottemperare alle disposizioni testamentarie di Mariano e all’inventario dei beni del Palazzo, che alla sua scomparsa affida alla città di Venezia.

 

La mostra, a cura di Daniela Ferretti e Cristina Da Roit, è il frutto del lavoro di ricerca, riordinamento e manutenzione effettuato sulle collezioni del Museo Fortuny, mediante il quale è stato possibile selezionare, duecento fotografie dell’archivio fotografico Fortuny, che sono state oggetto di un importante intervento conservativo, cui si è aggiunto il riordinamento e l’informatizzazione della raccolta delle matrici per la stampa su tessuto. Per la prima volta visibili al pubblico, grazie al contributo della Maison Vuitton, alcuni inediti e preziosi filmati amatoriali girati da Mariano negli anni ‘30.

 

 

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Una certa idea di bellezza. I frammenti di una storia interiore di Sarah Moon
di Lara Cavalli   
venerdì 05 febbraio 2016

sm001.jpgSarah Moon è una tra le figure più importanti della fotografia contemporanea. Grazie alla sua grande sensibilità ha saputo inventare uno stile e una visione unici e inconfondibili, un modo di vedere e interpretare la realtà sviluppatosi in trent’anni di lavoro, dividendosi tra moda, fotografia intimista e cinematografia. L’artista francese, prima donna nel 1972 a scattare le foto per il Calendario Pirelli, da molti anni ha ampliato gli orizzonti del suo sguardo soffermandosi in particolare su tre temi: l’evanescenza della bellezza, l’incerto e lo scorrere del tempo.

 

L’universo di Sarah Moon, dunque, è estremamente femminile, aggraziato, poetico, onirico. Un mondo in bilico tra la gioia e la nostalgia del ‘900, dell’infanzia, del tempo incantato delle favole, dove ogni immagine si appropria di un’eco che si ispira al mare, allo spazio, alle creature, come se tutto fosse collocato in un piccolo teatro. Il suo stile visionario, il suo sguardo intenso e la poesia dei suoi scatti hanno trovato collocazione nello splendido Palazzo Fortuny, la cui tenue e invernale luce lagunare sposandosi con i tessuti degli abiti di Mariano Fortuny ha ispirato Alexandra de Léal e Adele Re Rebaudengo, curatrici della mostra.

Gli scatti esposti ça va sans dire sono un omaggio a Mariano Fortuny.

 


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Di grigio e di rosa. Romaine Brooks, ritratti in bilico tra luce e tenebra
di Alexia Boro   
venerdì 05 febbraio 2016

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Dopo l’omaggio dello scorso anno alla Divina Marchesa Luisa Casati, Palazzo Fortuny ospita un nuovo capitolo sulle personalità femminili che hanno animato gli anni folli del secolo scorso. Su progetto di Daniela Ferretti, con la curatela di Jérôme Merceron, quella che fu la dimora di Mariano Fortuny presenta la prima mostra in assoluto in Italia dedicata all’artista americana Romaine Brooks. Jean Cocteau, Paul Morand, la Casati stessa, Ida Rubistain e Gabriele d’Annunzio sono alcuni dei personaggi che ebbero il privilegio di essere immortalati dalla Brooks.

 

Quella comunità raffinata, trasgressiva e cosmopolita che animava, tra Parigi, Capri e Venezia, i circoli sofisticati della Belle Époque, è protagonista della palette lunare e rarefatta dell’artista, che trova la sua inconfondibile cifra stilistica nell’infinita varietà di grigi e rosa spenti della sua tavolozza e nella capacità sottile di catturare l’anima dei suoi soggetti.

 

Un’adolescenza segnata dalla malattia mentale del fratello e da una madre spesso assente, Romaine, nata a Roma nel 1874, è una delle figure più interessanti della scena artistica degli Anni Venti.

 

La sua anima tragica e solitaria emerge soprattutto nei disegni che accompagnano con apparente distacco e pudore silente nei meandri di un mondo interiore, sempre in bilico tra la luce e le tenebre.



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Il respiro dell’infinito. Ida Barbarigo, l’arte nel dna
di Alexia Boro   
venerdì 05 febbraio 2016

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Un magnifico palazzo e una ricerca intensa e appassionata dei paesaggi dell’Io, Mariano Fortuny è il comune denominatore di 4 bellissime mostre dedicate ad altrettante artiste: Ida Barbarigo, Henriette Fortuny, Romaine Brooks e Sarah Moon.

 

Ida Barbarigo accoglie con le sue Erme e i suoi Saturni il visitatore al pianterreno di Palazzo Fortuny. Due cicli realizzati tra il 1980 e la fine degli anni Novanta che testimoniano l’impegno dell’artista per la pittura attraverso cui si esprime tutto il suo umanesimo, ereditato anche da una famiglia di artisti, la madre Livia Tivoli, era pittrice e poetessa, e suo padre, il meraviglioso, pittore Guido Cadorin. In una famiglia, in cui per secoli si sono alternati scultori, architetti, pittori, studiosi e letterati, Ida racconta con naturalezza, semplicità e maestria il costante e impellente impegno del processo pittorico.

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Libertà di culto. Tra sacro e profano, i tesori dell'arte e le Chiese veneziane
di Giandomenico Romanelli   
venerdì 05 febbraio 2016

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Non ripeteremo mai abbastanza che una chiesa non è un museo: le sue, per dir così, ragioni fondative sono assolutamente diverse da quelle di un’istituzione, quella museale, che può certo assumere (e ha spesso assunto) dimensioni quasi sacrali, anche per una certa male intesa sublimata reverenza  imposta ai luoghi della conservazione della storia e dell’arte che potrebbero, invece, facilmente e opportunamente assumere meno austere atmosfere e meno aristocratiche pretese, mostrandosi per quel che sono, cioè crocevia di segnali forti e concentrati di un processo di maturazione culturale che ha avuto e ha nell’arte uno, ma non il solo, dei suoi percorsi di manifestazione e di affermazione oltre che di memoria e testimonianza di epoche segnate da luci e ombre, da grandi conquiste e non meno grandi sconfitte.

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Accordi e disaccordi. Andrea Schiavone fa risplendere la pittura veneziana del ‘500
di Livia Sartori di Borgoricco   
venerdì 05 febbraio 2016

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Al Museo Correr fino al 10 aprile vanno in scena gli Splendori del Rinascimento veneziano. È la prima grande esposizione monografica dedicata ad Andrea Schiavone tra Tiziano, Tintoretto e Parmigianino, il pittore rinascimentale Andrea Meldola – dalmata di origine e perciò “Schiavone” – figura di spicco dell’ambiente artistico veneziano di metà Cinquecento. Fin dal suo arrivo in Laguna, attestato intorno al 1535, Schiavone s’impose per la novità e la spregiudicatezza del linguaggio pittorico, che lo resero un artista ‘fuori dal coro’, in ugual misura stimato e criticato dai contemporanei. Uno stile per così dire sintetico, di tocchi e tratti, luce e movimento, dai connotati quasi ‘informali’ che gli valse l’ammirazione di Annibale Carracci, El Greco, Tintoretto e Tiziano, ma anche le critiche di Paolo Pino e, soprattutto, del Vasari che, pur riconoscendone il successo riscosso tra il patriziato veneziano, lo definì come esponente di una certa pratica «…di macchie o vero bozze, senza esser finita punto», giudizio che condizionò le biografie successive, per di più vaghe e aride di dettagli biografici.

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La moda passa, lo stile resta. Un viaggio nel tempo chiamato Andrienne
di Livia Sartori di Borgoricco   
venerdì 12 febbraio 2016

vuitton.jpgAll’Espace Louis Vuitton è possibile scoprire una nuova curiosa e interessante connessione tra arte e moda, un dialogo originale attraverso il tempo scaturito dalla consolidata collaborazione tra la Maison francese e la Fondazione Musei Civici di Venezia.

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Libertà in bianco e nero. Roberto Salbitani, la fotografia in purezza
di Alessandra Morgagni   
venerdì 12 febbraio 2016

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Storia di un viaggiatore, a cura di Roberta Valtorta dal 4 febbraio in mostra al Centro Culturale Candiani di Mestre, è un racconto per immagini di Roberto Salbitani (Padova, 1945), fotografo, insegnante e profondo conoscitore delle tecniche di stampa.

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Legami di luce. Murano e l’Emilia ri-accendono i lampadari di Sant’Agostino
di Sara Bossi   
venerdì 05 febbraio 2016

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Un gigante in cristallo ambra-oro, di quasi 5 metri di altezza, per 4 piani, con una circonferenza di circa 3 metri e 4 quintali di peso.

 

È il più grande dei quattro lampadari del Municipio di Sant’Agostino, scampati al terremoto del 2012 in Emilia Romagna, ma ‘feriti’ e bisognosi di cure.


Il Consorzio Promovetro, su invito del Ministero dei Beni Culturali e della Soprintendenza, ha contribuito al salvataggio, offrendosi di restaurarli gratuitamente. Una volta smontati, ci sono voluti quasi tre anni per catalogare, pulire, restaurare e mettere a norma l’impianto elettrico di questi preziosi manufatti, realizzati alla metà degli Anni Venti del Novecento proprio a Murano e che ricalcano, nello stile, la grande tradizione veneziana del Settecento. Oggi, conclusi i lavori, una mostra, con allestimento curato dal Teatro la Fenice, al Museo del Vetro di Murano, li svela nel loro splendore originario.

 

Accompagna l’esposizione, un libro, a cura di Alberto Toso Fei, che ripercorre la storia dei lampadari di Sant’Agostino e l’attività di restauro: straordinaria operazione culturale che combina solidarietà e salvaguardia artistica. Così Luciano Gambaro, presidente di Promovetro: «Il grande lampadario di Sant’Agostino da oggi rappresenta per Murano il simbolo della volontà di andare avanti, della nostra rinascita». 

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Compagni di viaggio. Gastini, Icaro, Mattiacci, Spagnulo, sotto il segno di Martini
di Sara Bossi   
venerdì 05 febbraio 2016

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Artista poliedrico, indubbio, tormentato protagonista dell’arte tra le due guerre, Arturo Martini (1889 – 1947), prima di morire, lascia il suo decalogo per un’arte nuova, dando voce alla scultura stessa: «Fa che io serva solo a me stessa. Fa di me un arco dello spirito. Fa che io non sia più rupe, ma acqua e cielo. Fa che io non sia piramide, ma clessidra per essere capovolta. Fa che io non sia un oggetto, ma un’estensione…».
La sfida è aperta e ad accoglierla ci pensano, simbolicamente, quattro grandi maestri dell’arte italiana contemporanea, oggi riuniti a Ca’ Pesaro in un progetto che offre l’opportunità di un confronto dialettico tra le loro opere.

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Il paradiso degli orchi. Bosch alle Gallerie dell'Accademia
di F.M.   
lunedì 25 gennaio 2016

visioni_aldila.jpgIl 2016 è l’anno di Jheronimus Bosch, si ricordano i 500 anni dalla sua scomparsa e sarà la grande mostra retrospettiva a lui dedicata, nel suo paese natale, Den Bosch in Olanda, a celebrare il suo genio dal 13 febbraio all’8 maggio. Alle Gallerie dell’Accademia, unico Museo italiano prestatore di opere di Bosch, fino al 7 febbraio è possibile ammirare da vicino i capolavori del Maestro conservati a Venezia, prima del loro viaggio nelle sue terre d’origine all’Het Noordbrabants Museum. Si tratta del Trittico di Santa Liberata e delle Visioni dell’Aldilà, mentre il Trittico degli Eremiti, attualmente in fase finale di restauro, verrà esposto all’Accademia a maggio.

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Belli di Natura. I tessuti, un mondo di sfumature fatte ad arte
di F.M.   
giovedì 17 dicembre 2015
mocenigook.jpgAl piano terra di Palazzo Mocenigo, nella nuova White Room, da non perdere L'Alchimia del Colore, una piccola mostra, molto bella e di grande interesse, che riporta Mocenigo al centro della sua naturale storica vocazione di Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume. Un viaggio affascinante, documentato in tre sale con un supporto per immagini assai esaustivo, nel mondo nelle tecniche della tintura naturale dei tessuti.
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Macchie splendenti. L'anticonformismo di Schiavone in mostra al Correr
di Mariachiara Marzari   
giovedì 03 dicembre 2015
schiavone.jpgFin dagli esordi l’arte di Andrea Meldolla detto “Schiavone” (Zara, 1510-15 circa – Venezia, 1563) divise l’opinione pubblica veneziana per il suo clamoroso anticonformismo. Raffinatissimo disegnatore e prolifico incisore, inventore di uno stile nuovo, di una pittura dirompente, Andrea Schiavone fu un artista ‘fuori dal coro’, ammirato da Tintoretto, da Carracci e da El Greco.
La Fondazione Musei Civici di Venezia, in collaborazione con 24 Ore Cultura, celebra al Museo Correr l’artista nella sua prima retrospettiva Splendori del Rinascimento veneziano. Andrea Schiavone tra Tiziano, Tintoretto e Parmigianino, esaminando, attraverso 140 opere da tutto il mondo e 80 lavori del maestro mai riuniti prima, la produzione e i rapporti con i più riconosciuti artisti veneziani del tempo. Una mostra da non perdere, capace di sorprendere e di aprire a suggestioni dirompenti, scardinanti e in certo modo enigmatiche. L’incontro con Enrico Maria Dal Pozzolo, co-curatore della mostra con Lionello Puppi e Gabriella Belli, ci ha permesso di andare dentro e oltre la tela per scoprire l’uomo moderno e l’artista affascinante, il suo tempo e i suoi maestri, amici e rivali.
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[INTERVISTA] La forma delle parole. Trame ed intrecci: l'arte è un abito di storie da indossare
di Mariachiara Marzari   
giovedì 10 dicembre 2015
movana.jpgA Tale of Costumes è un dialogo fra generazioni e sguardi differenti che raccontano, attraverso tre abiti, storie di epoche, di persone e di luoghi diversi. Una conversazione silenziosa ma intensa, ospitata all’Espace Louis Vuitton di Venezia, tra tre diversi abiti: l’Andrienne (1770 – 1780), una veste femminile di fine Settecento della collezione del Museo di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume; un capo intessuto con la carta, opera dell’artista cinese Movana Chen; un abito disegnato e realizzato dagli studenti del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, supervisionati dal costumista italiano Maurizio Millenotti (due volte candidato al Premio Oscar per i migliori costumi). Siamo rimasti colpiti, anzi folgorati, dall’artista cinese, che vive ad Hong Kong, Movana Chen, la cui opere sono una fusione multidisciplinare di moda, performance, istallazioni, intenta anche durante l'inaugurazione a lavorare a maglia, impegnata sempre ad intrecciare parole e storie.

Come è nata questa idea?
Più di dieci anni fa lavoravo come contabile in una compagnia di spedizioni di Hong Kong. Quando l’azienda decise di trasferirsi dovemmo procedere, prima del trasloco, alla distruzione di una grande quantità di documenti con informazioni riservate. Ho passato giorni al distruggi-documenti! Mentre ero lì, vedevo quelle strisce di carta che continuavano a uscire e pensavo a come sarebbe stato bello utilizzare tutte quelle informazioni ora trasformate in altro. Mi vennero subito in mente i lavori a maglia che tanto mi appassionavano da bambina. Ho deciso quindi di iniziare a lavorare a maglia e di prendere una rivista che mi piaceva particolarmente per creare il mio primo “abito magazine”, che poi avrei indossato. L’idea è infatti di creare una relazione tra me e le cose che leggo, che in altra forma restano così legate alla mia esistenza.
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L’infinito viaggiare. Alitalia e Vincenzo Trione, Codice Italia prende il volo
di Mariachiara Marzari   
giovedì 10 dicembre 2015

alitalia_aerei.jpgQuattro artisti – Mimmo Paladino, Nino Longobardi, Nicola Samorì, Andrea Aquilanti –, quattro fusoliere trasformate in opere d’arte, quattro ispirazioni per il futuro del volare made in Italy: è il progetto Codice Italia Abroad. Quando l’arte ispira nuove rotte di rinascita promosso da Alitalia su idea di Vincenzo Trione, come parte integrante del Padiglione Italia alla Biennale Arte 2015. L’opera di Mimmo Paladino, caratterizzata dalla sua inconfondibile cifra stilistica, si ispira alla “Traiettoria/L’arte di disegnare la rotta di domani”; l’aereo di Nicola Samorì, segno stilizzato di Mercurio, traduce l’“Energia/L’arte di alimentare l’evoluzione verso il futuro”; Nino Longobardi, carlinga nera e grandi imbuti, interpreta la “Trasformazione/L’arte di materializzare nuovi orizzonti”; Andrea Aquilanti proietta l’ombra dell’aeroplano sul muro, in realtà è l’ombra l’opera-disegno dell’artista, esprime l’“Elevazione/L’arte di volare verso nuovi traguardi”.

 

Quattro aeri in scala, un viaggio nel contemporaneo, un viaggio nel futuro che inizia dal Padiglione Italia, come ci racconta Marco Martinasso, Vice Presidente Marketing Alitalia.
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Come è nato il progetto Alitalia per Padiglione Italia?
Alcuni mesi fa Vincenzo Trione mi ha contattato per verificare se Alitalia fosse interessata a unirsi a lui in questo straordinario progetto del Padiglione Italia alla Biennale Arte 2015. L’idea è piaciuta, come Alitalia infatti vogliamo sposare il mondo dell’arte in modo non convenzionale, moderno, come perfettamente interpretato da Codice Italia, un contributo espresso nel modo più alto possibile. Non volevamo fermarci dunque solo a una partnership di natura tecnica, per questo motivo abbiamo iniziato un dialogo con Vincenzo Trione che ci ha portati ad avere questa idea di coinvolgere Alitalia in una vera commistione profonda con quello che è il significato del Padiglione e del Codice Italia.  L’idea era di offrire ad alcuni artisti la possibilità di confrontarsi con un supporto non convenzionale, una serie di aeromobili in scala, e far sì che loro, con la massima libertà, senza alcun condizionamento, potessero confrontarsi su un tema molto specifico: l’Alitalia di domani.

 

Codice Italia Aboard, titolo del progetto che sposa il concetto stesso di italianità espresso dal Padiglione, vuol dire essere portatori di messaggi profondamente nostri che possano essere esportati in tutto il mondo. Abbiamo lasciato agli artisti liberà di esprimersi, non ci saremmo mai permessi di limitare la loro fantasia creativa, e siamo giunti a un risultato assolutamente coerente con il background artistico e culturale di ognuno di loro. Nino Longobardi, Nicola Samorì, Mimmo Paladino e Andrea Aquilanti hanno creato qualcosa di davvero sorprendente.


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L'invisibile ovunque. Gaitonde da scoprire alla Peggy Guggenheim Collection
di Fabio Marzari   
giovedì 10 dicembre 2015

5_untitled_1962.jpgNei ringraziamenti del catalogo della mostra “V. S. Gaitonde: pittura come processo, pittura come vita”, la curatrice Sandhini Poddar, Adjunct Curator del Museo Solomon R. Guggenheim di New York ha scritto: «Sebbene Gaitonde sia ormai una figura mitica, sia in India, sia tra i suoi seguaci moderni e contemporanei nell’Asia sudorientale, sono in pochi ad aver avuto l’opportunità, in patria come all’estero, di ammirare le sue opere esposte nello stesso luogo, e non più di alcune nello stesso momento.

 

Inoltre, Gaitonde non ha ancora ricevuto un’attenzione adeguata da parte del mondo dell’arte internazionale, mentre la sua opera merita un’analisi e uno studio approfonditi, oltre alla possibilità di essere vista [...]»

 

La mostra in corso alla Collezione Peggy Guggenehim è, dunque, una incredibile retrospettiva che ripercorre attraverso quarantacinque significative opere su tela e su carta la carriera di Gaitonde (1924-2001), artista di puro lirismo e con pochi rivali, essenziale nella vita per scelta e cromaticamente in grado di riportare ad un livello di serenità Zen la sua pittura, rifuggendo dal sentimentalismo nella vita come nella prassi artistica.

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Fattore D. 25 autrici, 25 storie, 25 sguardi singolari sul mondo
di Alexia Boro   
giovedì 10 dicembre 2015

arbus.jpgÉ stata prorogata fino al 10 gennaio 2016, la potente mostra Sguardo di donna alla Casa dei Tre Oci alla Giudecca, curata da Francesca Alfano Miglietti con lo stilista Antonio Marras a ideare l’allestimento. Venticinque donne e altrettante storie: artiste e fotografe provenienti da tutto il mondo che con i loro scatti raccontano cosa significa responsabilità, compassione, elezione e diversità.

 

Sono 250 le opere esposte in una scenografia di forte impatto, che utilizza costumi e oggetti di scena provenienti dai depositi della Fenice, creando uno spazio nello spazio che accompagna il visitatore a immergersi nelle tante narrazioni che risuonano di stanza in stanza nella Casa dei Tre Oci.

 

Il pianterreno è invaso da una spettacolare installazione di costumi appesi volutamente al rovescio a suggerire di osservare ciò che è più difficile vedere; mentre nel salone al primo piano sono armadi/scatola a custodire le fotografie, in una sorta di dialogo segreto e ravvicinato tra lo spazio, le opere e il visitatore. Infine, all’ultimo piano, le protagoniste sono le “cavalle americane”, sostegni delle quinte, che diventano percorso, ostacolo, costruzione verso la scoperta di un intreccio di racconti che compone ciò che per le 25 artiste significa l’essere umano e la sua complessità.

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Il profilo delle nuvole. I paesaggi di Ghirri e gli spazi di Friedman/Decavèle
di Livia Sartori di Borgoricco   
giovedì 10 dicembre 2015

domus-03-paesaggi-daria.jpgNumerose le suggestioni e i rimandi che evoca Paesaggi d’aria. Luigi Ghirri e Yona Friedman / Jean-Baptiste Decavèle, mostra in corso alla Fondazione Querini Stampalia. Il primo passo di questo progetto risale al 1989: in quell’anno viene pubblicato un libro d’artista (oggi quasi introvabile) dal titolo Il profilo delle nuvole, in cui il lavoro fotografico di Luigi Ghirri si accompagna a quello narrativo di Gianni Celati, uniti nel raccontare i paesaggi rurali dell’Italia lungo il Po, come in una sorta di diario di viaggio per parole e immagini.

 

Sono proprio alcune foto di questa serie a essere in mostra ora a Venezia, parte del recente Fondo Ghirri che il collezionista Roberto Lombardi ha da poco donato alla Fondazione Querini Stampalia.

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La versione di Dahn. A Punta della Dogana l’ultimo mese di Slip of the Tongue
di Lara Cavalli   
giovedì 10 dicembre 2015

nairy-baghramian-slip-of-the-tongue-punta-della-dogana.jpgTutto ha avuto inizio con un’opera di Nairy Baghramian presente, tra le altre, in questa collettiva: Slip of the Tongue ovvero, svista involontaria data da un impulso incontrollato, che crea un’interruzione nel flusso normale delle cose e a cui fa seguito una azione riparatrice. Un lapsus.

 

È da questo punto, da questo momento di rottura, dall’alterazione che ne consegue e dall’azione che si tenta poi di mettere in atto per riportare l’equilibrio, che Danh Vō è partito per presentare a Venezia e al mondo la sua collettiva.

 

Invitato dalla Fondazione Pinault, che lo ha voluto nelle vesti non di artista ma di curatore, questo figlio del nostro tempo – vietnamita di origine, trapiantato in Danimarca e ora cittadino di Città del Messico – ha raccolto a Punta della Dogana 175 opere, di proprietà della Fondazione accanto a molte, prevalentemente antiche, provenienti da prestiti, come quelle delle Gallerie dell’Accademia di Venezia e della Fondazione Giorgio Cini. Molte opere esposte non rappresentano quella perfezione formale che il visitatore si aspetta.

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[INTERVISTA] Notizie dall’interno. Il Cantiere M9 cresce nel cuore di Mestre
di Mariachiara Marzari   
giovedì 10 dicembre 2015

ac140611_0335.jpgArrivando in via Brenta Vecchia, nel cuore di Mestre, un cartello giallo, che indica la strada per i mezzi, segnala la prossimità del Cantiere M9. Dalla strada non si percepisce la complessità dell’opera, che si apre con un colpo d’occhio incredibile solo dalla terrazza degli uffici di Polymnia, punto di osservazione privilegiato sui lavori di costruzione e restauro. Accompagnati dal Presidente del Consiglio di Amministrazione di Polymnia Venezia, l’Avvocato Gianpaolo Fortunati, abbiamo potuto scoprire come sta crescendo M9, un intervento articolato sia in termini progettuali che culturali, sociali ed economici.Polymnia S.r.l. è il braccio operativo, la società strumentale della Fondazione di Venezia che sovrintende la realizzazione del progetto.

Costruire nel costruito. Quali le sfide da affrontare in un progetto che combina nuove architetture ed edifici preesistenti?
Le difficoltà certamente aumentano rispetto al dover costruire da zero. Le nuove architetture disegnate da Louisa Hutton e Matthias Sauerbruch hanno un’immagine contemporanea e indipendente, mentre l’intervento sul preesistente convento cinquecentesco è un progetto di ristrutturazione e riqualificazione fortemente legato alla struttura dell’edificio storico e all’uso futuro che di quella struttura è stato ipotizzato.Tipologie d’intervento diverse che hanno però trovato una comunione d’intenti nel concetto di rigenerazione urbana, concetto sotteso al progetto M9 nella sua complessità. Si tratta infatti di una serie articolata di azioni che portano a una riqualificazione non solo del territorio, ma dell’intera vita comunitaria, come accade in tanti centri europei in cui si favorisce una forza centripeta rispetto a una centrifuga. Riportare nel centro della città le attività economiche in allestimenti che non coincidano per forza con centri commerciali può sembrare un concetto banale, ma di questi tempi si dimostra assolutamente rivoluzionario.

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Storie dell’altro mondo. All'Istituto Veneto "Il mondo che non c'era" di Giancarlo Ligabue
di Redazioneweb   
venerdì 04 dicembre 2015
ligabue-conferenza.jpgIl Centro Studi Ricerche Ligabue di Venezia, creato da Giancarlo Ligabue – figura leggendaria di imprenditore-paleontologo, che ha saputo durante le sue esplorazioni negli angoli più remoti del pianeta, osservare e raccontare parti di universo sconosciuto, documentando la vita “parallela” di mondi inesplorati – in occasione della grande Mostra in corso di svolgimento a Firenze al Museo Archeologico, fino al 6 marzo 2016, dedicata al Il Mondo che non c'era. L'arte precolombiana nella Collezione Ligabue, in cui sono presentati moltissimi importanti pezzi, alcuni del tutto inediti, della Collezione, costruisce un ponte ideale tra Firenze e Venezia.
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Dentro gli occhi. L'esperienza tattile dell'arte
di Marisa Santin   
mercoledì 02 dicembre 2015

bimba_mano.jpgCosa vediamo quando chiudiamo gli occhi? Quanti e quali sensi attiviamo quando apprezziamo un’opera d’arte? Esiste una modalità di percepire e di accostarsi all’arte che travalichi l’uso della vista? Il famoso storico e psicologo dell’arte Ernst Gombrich rifletteva sul fatto che l’apparato visivo non solo è del tutto simile presso tutti i popoli, ma è anche rimasto invariato nel tempo.

 

La rappresentazione di forme, dimensioni e prospettive che rileviamo nelle arti visive è un’immagine illusoria, frutto di una complessa elaborazione del cervello che interpreta e restituisce i messaggi e i dati ottenuti attraverso i sensi.

 

Il vedere non è solo un semplice fatto fisiologico, ma è condizionato dal linguaggio, dalla cultura e dal gusto estetico che ereditiamo: la percezione dell’arte, perciò, è un’astrazione che non può che risiedere altrove e prescindere dalle modalità attraverso cui filtriamo e comprendiamo la realtà.

 

Nella convinzione che la cecità non debba costituire un ostacolo alla fruizione dell’arte nemmeno in un luogo, il museo, in cui di norma è “vietato toccare” e in cui l’opera è offerta esclusivamente agli occhi, la Collezione Peggy Guggenheim vuole rendere accessibile il suo patrimonio artistico al pubblico con disabilità visive.

 

Gli appuntamenti di Doppio senso, dedicati a non vedenti e ipovedenti, sono dei percorsi tattili sperimentali che portano alla conoscenza di alcune opere della collezione permanente (Ritratto di Frau P. nel Sud di Paul Klee e Verso l’alto (Empor) di Vasily Kandinsky) e della mostra temporanea attualmente in corso a Palazzo Venier dei Leoni V.S. Gaitonde. Pittura come processo, pittura come vita.

 

L’obiettivo è promuovere il ruolo sociale del museo quale luogo di incontro e inclusione seguendo la vocazione della Collezione Peggy Guggenheim verso la valorizzazione del proprio patrimonio culturale e in linea con gli sforzi che da più parti si stanno compiendo per rendere l’arte e la cultura il più possibile accessibile a tutti.

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Autoritratto architettonico. Gianni Galassi, visioni in b/n di una Roma Razionalista
di Alexia Boro   
martedì 01 dicembre 2015

fo-pi.jpgSono definiti dalla luce e fluttuano in essa i paesaggi urbani di Gianni Galassi, 36 fotografie che ritraggono una Roma Razionalista perfetta e immobile, congelata in visioni quasi metafisiche di una città meravigliosamente ‘grafica’ e sublimata.

 

Elogio della Luce è un progetto site specific per la Fondazione Wilmotte, che a Venezia trova il palcoscenico ideale per una riflessione sul futuro delle città storiche attraverso la leva dell’arte e della cultura, offrendo l’opportunità di indagare il rapporto tra arte e paesaggio urbano e architettonico.

 

A cura di Laura Ginapri, la mostra racconta l’architettura attraverso la fotografia in un chiaroscuro di antico e moderno che tratteggia la complessità storica e visuale della Capitale. Il paesaggio urbano è trasformato e plasmato a evocazione di quello interiore, diventando una sorta di autoritratto architettonico.

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Splendido splendente Canova. Al Correr riaprono le sale dedicate allo scultore
di Alessandra Morgagni   
martedì 01 dicembre 2015

antonio-canova_venere-italica_1811_museo-correr2.jpgGrazie al contributo dei mecenati della Venice International Foundation, condotta dall’instancabile Franca Coin, e del Comitato Francese per la Salvaguardia di Venezia, torna a risplendere la collezione canoviana del Museo Correr assieme alla sua originaria, luminosa, veste decorativa neoclassica.

 

Il risultato è un itinerario radicalmente rinnovato all’interno del Museo Correr, che si sviluppa in cinque nuove sale lungo le Procuratie Nuove.

 

Dai marmi autografi, ai gessi e ai bozzetti, dai dipinti a olio e tempera ai disegni di studio, fino al ritrovamento di un “altare-reliquiario” dedicato dai veneziani al grande scultore per custodirne scalpelli e ricordi, tutto ciò che è in mostra gode di luce nuova, splendente, che letteralmente invade le opere dello scultore neoclassico, valorizzandole come mai prima.

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La giusta distanza. Le Grandi navi e la Lezione di Scarpa
di Alessandra Morgagni   
martedì 01 dicembre 2015

gianni-berengo-gardin-mostri-a-venezia-2013-courtesy-of-fondazione-forma-milano-3.jpgGrandi sono grandi, non c’è dubbio. Parliamo delle navi da crociera che solcano il Bacino di San Marco immortalate negli scatti di Gianni Berengo Gardin, ora in mostra nel Negozio Olivetti in Piazza San Marco.

 

Curata da Alessandra Mauro di Fondazione Forma e già ospitata dal FAI a Villa Necchi Campiglio a Milano, Venezia e le grandi navi presenta 27 immagini in bianco e nero, che ritraggono appunto il passaggio delle navi da crociera in laguna tra il 2012 e 2014, accanto ad alcune fotografie meno recenti sempre dedicate a Venezia, che appartengono al repertorio del Maestro, legato a questa città da una lunga e affettuosa frequentazione.

 

Sulle foto si sono dette e scritte molte cose, ma una domanda rimane comunque al di là delle polemiche e delle diverse posizioni: le navi sono veramente grandi per una città come Venezia? La risposta potrebbe essere suggerita proprio dal contenitore della mostra, più che dal contenuto.

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[INTERVISTA] Dentro l’immagine. Le utopie digitali di Joseph Klibansky
di Redazioneweb   
martedì 17 novembre 2015

joseph_klibansky_portrait.jpg

Durante la sua adolescenza Joseph Klibansky (1984, Città del Capo) si è fatto affascinare dalle possibilità offerte dalla computer art e dalle immagini digitali. Ha iniziato così a fondere centinaia di immagini in composizioni potenti, arricchite da computer grafica spesso in combinazione con una varietà di altre tecniche di pittura. In Parallel Universe, personale in corso a Venezia negli spazi di Bonnet / Vander Sluis Gallery, galleria di Amsterdam che ha aperto a maggio una nuova sede in Campo Santo Stefano, indaga i nostri desideri personali e le nostre aspettative, costantemente sfidati dalla dura realtà, attraverso la creazione di dipinti digitali utopici e sculture iconografiche.

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