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16. BIENNALE ARCHITETTURA | Where thought might grow. Freespace verso il finissage
di Paolo Lucchetta   
mercoledì 14 novembre 2018
lrm_export_20180523_154944.jpgCosa resterà di Freespace, la Biennale di Yvonne Farrell, Shelley McNamara?
Nell’intervistare le curatrici prima dei vernissage dello scorso maggio, registrandone le aspettative e le intenzioni, apparve evidente che c’era una funzione didattica nelle loro parole, che si sarebbe trattato di una mostra affrontata con la loro lunga esperienza di docenti, alimentata dalla diffusione del Manifesto Freespace come «guida per trovare una coesione nella complessità di una Mostra di enormi dimensioni» e dall’annuncio di voler affrontare la mostra «in qualità di architetti».
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FESTA DELLA SALUTE 2018 | Tra sacro e profano la Festa più sentita dai veneziani
di Redazioneweb2   
venerdì 16 novembre 2018

salute.jpgLa Festa della Madonna della Salute, il 21 novembre, ricorda una tradizione tipicamente veneziana che segna in qualche modo l'avvio della stagione fredda in città. Si tratta di un culto semplice, devozionale e senza risvolti complessi, dove è una intera città che si reca in pellegrinaggio nella Basilica progettata dal Longhena e sfila davanti all'icona bizantina della Mesopanditissa, una Madonna nera, che salvò Venezia dalla peste del 1630-31.

 

Il modo di festeggiare tale ricorrenza è rimasto più o meno simile nel corso degli anni e non potrebbe essere altrimenti, in Venezia le feste popolari hanno la forza di mantenersi immutate nei secoli e una certa refrattarietà al “foresto” da parte dei veneziani ben si coniuga con la supponenza serenissima che – incredibilmente – ancora considera campagna tutto ciò che è situato al di là del Ponte! Quindi il format della festa è ben collaudato e in base al noto brocardo “consuetudo tenet et est servanda” ogni modifica è bandita, quindi anche nel 2018, candele, palloncini per i più piccoli, frittelle e altre leccornie ipercaloriche e tanta, davvero tanta gente!

 

Sarebbe tuttavia ingeneroso nei confronti di Longhena e della sacra icona bizantina banalizzare la festa come una semplice passeggiata alla Salute. In tempi più recenti il Cardinale Giuseppe Roncalli, Patriarca di Venezia, divenuto Papa Giovanni XXIII nel 1958, in un messaggio a tutti i veneziani ebbe a dire (con il plurale maiestatis): «Per cinque anni consecutivi avemmo il singolare favore di partecipare con voi e di presiedere alle annuali celebrazioni della Madonna della Salute, che si ricollegano al voto formulato dai padri vostri nel 1630, nella circostanza dolorosa di un morbo nefasto...».

 

Non fu quella del 1630-31 la prima volta in cui i Veneziani fecero la triste esperienza di quanto fosse terribile la peste: quella del 1348 portò via i due terzi della popolazione, e quella del 1575, anche se meno violenta, fu così insistente e duratura che la Serenissima ricorse all’aiuto divino facendo voto di costruire la Chiesa del Redentore alla Giudecca.

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FESTA DELLA SALUTE 2018 | 21 novembre: i fondamentali
di Redazioneweb2   
venerdì 16 novembre 2018

venezia-festa-della-madonna-della-salute-2017-ponte-votivo.jpgBASILICA
Un’imponente gradinata, che sembra quasi emergere dall’acqua, conduce all’ingresso della Basilica a pianta centrale, sormontata da una doppia cupola scenografica. Sulla sommità della cupola maggiore si trova la statua della Vergine con il bastone di Capitana de mar. Progettata dal giovane Baldassarre Longhena, in stile barocco assolutamente innovativo, “la rotonda macchina che mai s’è veduta né mai inventata”, come egli stesso la definì, venne iniziata nel 1631 e però conclusa solo dopo la sua morte nel 1687. Una serie ricchissima si statue decorano la facciata principale e i lati esterni dell’edificio, continuando anche all’interno, secondo il tema della glorificazione di Maria. L’altare maggiore colpisce per la sua mole maestosa per lo splendido gruppo marmoreo di Le Court che si trova sulla sommità.

 

La Vergine appare maestosa con il Bambino in braccio, sopra un masso di nubi con tre putti angelici ai piedi; un angelo con la fiaccola caccia la peste che fugge precipitosa mentre una donna riccamente adornata ricorda la città di Venezia che sta supplice in ginocchio ai piedi della Madonna. Al centro dell’altare la splendida immagine della Madonna della Salute, la Mesopanditissa. N.B. Dalla statua della Peste, raffigurata da Giusto Le Court sull’altare come una megera vecchia e sdentata, deriva il detto veneziano: Ti xè bruta come ea peste! An imposingly large staircase seems to rise from the water. Once in, you will see the inside of the double dome construct hovering it. On the top of the larger dome is a statue of the Virgin with the mace of Capitano da Mar (Admiral). Designed by a young Baldassarre Longhena in an innovative Baroque style, the construction of the church began in 1631 and was concluded after Longhena’s death, in 1687. Statues adorn the main façade and the outer sides of the building as well as the inside. The main altar is majestic in its size and is decorated by a marble group by Le Court. The Virgin Mary appears with the Child in her arms over clouds, puttos at her feet. An angel chases away the plague with a torch while a richly-adorned woman, Venice, reveres the Madonna. 
Note: Giusto Le Court sculpted an allegory of the plague in the shape of a toothless old hag. Hence, the Venetian saying: you’re ugly as a plague!


madonnadellasalute.jpg

MADONNA DELLA SALUTE

La venerata icona della Madonna delle Grazie detta “della Salute” fu trasportata a Venezia dal Doge Morosini nel 1672 dalla Cattedrale di San Tito di Candia, dopo la fine della guerra. La tavola del XIII secolo in stile bizantino è di particolare suggestione per il volto ombrato e gli occhi penetranti della Madonna. N.B. A Candia era denominata anche “la Mesopanditissa”, dall’uso liturgico locale che la festeggiava a metà (mezo) tra la festa dell’Epifania (6 gennaio) e la festa di Maria Ipapantissa (2 febbraio). Da cui il termine “mesoipapantissa”, trasformato popolarmente in “mesopanditissa”. /The icon of Our Lady of Graces, also known as Our Lady of Good Health, was brought to Venice by Doge Morosini in 1672 from St. Titus Cathedral in Candia (present-day Heraklion, Crete). The XIII-century Byzantine plate is highly suggestive for the Madonna’s shadowy face and piercing eyes.


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In her shoes. Al T Fondaco dei Tedeschi il paradiso delle scarpe in una mostra
di Redazioneweb   
giovedì 15 novembre 2018

tfondaco.jpgModa o feticismo? Passione o perversione? Siamo tutti feticisti delle scarpe? Amate e bramate: siamo disposte a fare sacrifici per averle e per calzarle. Le veneriamo, le collezioniamo, proviamo piacere puro quando ne entriamo in possesso. La vera fondatrice di questa ‘setta’ si fa risalire a Maria Antonietta, ma siamo sicure che tutte le grandi donne del passato, da Cleopatra a Giovanna d’Arco passando per Lucrezia Borgia e Paolina Borghese e moltissime altre fino ai nostri giorni, siano state contagiate da questa mania. Come poi dimenticare la serie cult Sex and the City che ha dato il via ad un life style dove le scarpe sono significanti dell’identità e dell’appartenenza a un gruppo reale o auspicato.

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Ottimo Consiglio. Cultura a misura d'Europa
di F.M.   
martedì 13 novembre 2018

consiglio-deuropa.jpgIl 16 novembre al Museo Correr in piazza San Marco, ospiti della Fondazione Musei Civici Veneziani, si tiene una conferenza internazionale - organizzata dall'ufficio italiano del Consiglio d'Europa, che ha sede a Venezia, guidato con grande lungimiranza ed entusiasmo nelle molteplici attività approntate da Luisella Pavan-Woolfe, una garanzia in termini di amore e fiducia verso l'Europa, intesa nei suoi più alti e nobili ideali - suddivisa in due distinte tavole rotonde in cui si affronta il tema Valori Europei e innovazione: il premio dei Musei del Consiglio d'Europa. Obbiettivo della conferenza è di presentare progetti e sfide che i musei italiani devono necessariamente affrontare per avere un peso e un ruolo nel prossimo futuro.

 

Da più di quarant'anni, l'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa insieme a European Museum Forum, sostiene il Premio Museo del Consiglio d'Europa alla ricerca, rivolto alle istituzioni museali che promuovono tematiche e valori che accomunano i popoli europei nello spirito di condivisione culturale come promosso dalla Convenzione di Faro. All'interno del premio di European Museum Forum, musei appena inaugurati o nuovamente ripensati provenienti dai 47 Paesi membri del Consiglio d'Europa concorrono ogni anno per i due premi European Museum of the Year Award (EMYA) e il Premio Museo del Consiglio d'Europa (CoE-MP), fornendo un'ampia panoramica su trend museali innovativi e concettuali e sulle politiche culturali museali più diffuse nei vari paesi.

 

Per il nostro Paese il dato che emerge dal rapporto di Ferculture 2018 non è molto incoraggiante, quasi quattro italiani su dieci non hanno familiarità con alcun tipo di attività culturale e circa sette italiani su dieci non vanno al cinema, non visitano un museo o un sito archeologico.

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Cinquanta sfumature di giallo. Tre settimane di incontri per la terza edizione di Mesthriller
di C.S.   
lunedì 12 novembre 2018
mesthriller.jpgPer il terzo anno consecutivo la rassegna dedicata agli amanti dei libri gialli, noir e thriller, diretta da Cristina Cama, torna ad illuminare la città dal 6 al 25 novembre con un programma che conta oltre 40 eventi che animeranno librerie e biblioteche, e non solo, tra Mestre e Spinea e Marghera. Tra le iniziative più virtuose nate a Mestre, in pochi anni Mesthriller si è affermata come una delle manifestazioni più importanti del settore, con ospiti di assoluto rilievo, anche del panorama internazionale, tra cui ricordiamo il maestro Jeffery Deaver autore tra gli altri de Il collezionista di ossa, protagonista dell’anteprima di questa terza edizione.
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SPECIALE VENICEMARATHON | Alex il Grande. Intervista ad Alex Zanardi
di Massimo Bran, Davide Carbone   
lunedì 22 ottobre 2018

mbt_5620arrivo-zanardi2.jpgParlare anche per pochi minuti, anche solo al telefono, con una persona come Alex Zanardi è semplicemente un'esperienza di positività assoluta. A dir poco. Tutti sappiamo quanto sia rischioso scivolare in una trita retorica da politically correct quando si parla di disabilità anche nello sport. Perché, nonostante gli enormi passi in avanti fatti in questa direzione anche grazie all'esempio di straordinari campioni come Alex, troppo spesso troppi ancora si approcciano a questo mondo con un fare quasi compassionevole, pietisticamente solidaristico. Ecco, basta un solo minuto a tu per tu con Zanardi per esorcizzare in un amen una simile, irritante disposizione.

 

In lui tutto è vitale, l'agonismo è palpabile in ogni sua sillaba, tutto legato da un'etica sportiva prepotentemente autentica, che non ammette alibi pur riconoscendo a chiunque una seconda possibilità, vedi la sua dichiarazione relativa al fattaccio del centauro Fenati, a cui non concede sconto alcuno (ndr: aveva follemente tirato il filo del freno a un avversario affiancatogli in un rettilineo percorso a 200 km/h...!), ma al quale sostiene vada offerta una seconda chance solo dopo aver misurato la sua eventuale, effettiva presa di coscienza di quanto commesso. Anche qui, a leggere quanto dichiara, non si avverte nessun ben che minimo buonismo di sorta. In Alex Zanardi tutto è sostanza vera, senza fronzoli e con una disposizione agli altri sempre asciutta, franca, positiva.

 

 

Al di là dei suoi clamorosi risultati olimpici e non (fresco di record mondiale della sua categoria, demolito di una strepitosa mezz'ora), che certo hanno aiutato non poco a rendere più visibile e a valorizzare in termini puramente sportivi, e non solo sociali, lo sport della disabilità, ciò che è importante nell'esempio di questo sportivo davvero unico è la sua forza netta, pulita, senza smancerie, il cui esempio apre non un orizzonte, ma almeno 10 direzioni, dimostrando che volere può davvero essere potere. E per il mondo che rappresenta, un mondo non certo facile e non certo con un quotidiano risolto da politiche all'altezza, questa razionale, irresistibile vitalità che contraddistingue ogni sua azione, sia essa sportiva, mediatica, sociale, è un balsamo più unico che raro per infondere fiducia a chi ne ha bisogno a tonnellate. Per tutto ciò, e molto di più ancora, siamo stati felicissimi alla vigilia della 33. Venicemarathon, che ogni anno che passa si conferma tra gli appuntamenti top dello sport italiano soprattutto per l'infinita articolazione di attività ed eventi che è in grado di offrire alle migliaia di suoi partecipanti, di parlare con questo solare campione che di questa corsa veneziana è protagonista centrale sia come atleta che come soggetto attivo con la sua associazione Obiettivo 3 nel Charity Program.

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Libertà di scelta. Intervista a Franco Caramanti
di Andrea Oddone Martin   
martedì 16 ottobre 2018

franco_caramanti_1.jpg Ogni volta che allunghiamo la mano verso lo scaffale dei libri, ne scegliamo uno e lo cominciamo a sfogliare, lo sguardo vaga tra linee di parole, fotografie, grafiche più o meno colorate. Ne valutiamo l'impaginato, la consistenza della carta, la tessitura dei caratteri. Un mondo intero. Il libro è sempre il risultato, a volte felice altre meno, del lavoro editoriale: trasformando i testi nei manufatti concreti dei libri propone dimensioni di pensiero, suggerimenti d'azione, orizzonti riflessivi, confronti meditativi, a volte di contemplazione. Il lavoro editoriale, con le sue idiosincrasie, i suoi personalismi, le sue avvincenti aneddotiche, la sua storia fatta di successi, fallimenti clamorosi e colpi di scena, innerva la nostra storia culturale fin dal '500.

 

«Non si faceva gli editori per diventare ricchi, ma per far circolare idee», diceva Inge Feltrinelli, che assieme a Cesare De Michelis se n'è andata lasciandoci inevitabilmente un po' più soli, dopo aver provato a lasciarci almeno più ricchi di idee e convinzioni. Parliamo di libri e di editoria con una persona che ha lavorato assieme a questi due liberi pensatori, costruendo la propria carriera professionale nel secondo Novecento in seno ad alcune delle case editrici più importanti del panorama italiano: Franco Caramanti. Classe 1949, origine cremonese ma temperamento mantovano, Laurea in Sociologia e una vita interamente dedicata ai libri.

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Infiniti paralleli. Al via una nuova Residenza, Waterlines incontra la scrittura
di Redazioneweb   
venerdì 26 ottobre 2018

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ON LITERATURE, MIGRATION, FOOD

Conversazione con Deepak Unnikrishnan e Gholam Najafi

modera Shaul Bassi, Università Ca’ Foscari Venezia

30 ottobre 2018 h. 18

Ristorante Orient Experience I
Cannaregio 1847/b - Venezia

 

Un ottobre all’insegna della letteratura per il nuovo ciclo di Waterlines – Residenze letterarie e artistiche a Venezia, il progetto di Fondazione di Venezia, Collegio Internazionale dell’Università Ca’ Foscari e San Servolo Srl, che fa del concetto di residenza artistica il motore per inedite collaborazioni nel campo delle arti e della scrittura fra autori di fama internazionale e locali.

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Onore al merito. La passione del Friuli, nel mondo
di Redazioneweb2   
giovedì 15 novembre 2018
unnamed.jpgDaniela Patiès Montagnèr (Diploma della Giuria e Targa di Confartigianato Pordenone, al centro nella foto) è stata insignita del Premio Cigana per il servizio Il monte Rushmore e l'altare di Pergamo parlano friulano (pubblicato sul “Corriere del Popolo Paese Roma”, quotidiano on line, il 25 giugno 2018), primeggiando tra oltre 350 giornalisti provenienti da ogni parte d'Italia.
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Custodi della memoria. Il racconto della salute mentale a San Servolo
di Marzio Fabi   
mercoledì 24 ottobre 2018
sanservolo.jpgLa “salute mentale” è sempre stata un tema sensibile e, proprio perché nella quasi totalità dei casi il disagio psichico veniva nascosto agli occhi della collettività e curato in ambienti che assomigliavano più a luoghi di detenzione e privazione che a reparti ospedalieri, riveste notevole importanza preservarne una memoria collettiva e rendere i musei dedicati alla storia dei manicomi sempre più conosciuti e visitati.
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Alla MarcoPolo una maratona di letture a sostegno di Mediterranea Saving Humans
di Redazioneweb   
venerdì 26 ottobre 2018

174136378-f26563a2-4813-4b1d-a236-ddc0ed691ac7.jpg«Non lo facciamo per salvarli, ma per salvarci, perché insieme a loro ogni notte sta affogando anche la nostra coscienza e la nostra possibilità di essere più forti delle nostre paure».

 

Arriva a Venezia, sabato 27 ottobre alla Libreria MarcoPolo di campo Santa Margherita La via di terra, una maratona di letture a sostegno di Saving Humans. Sono più di 100 gli intellettuali, scrittori e artisti di differenti espressioni, oltre a cittadini comuni che salgono sui palcoscenici di 8 città, Cagliari, Bologna, Torino, Venezia, Palermo, Roma, Napoli e Milano, per un reading collettivo di finanziamento alla nave Mare Jonio, vedetta umanitaria di monitoraggio e testimonianza sul tratto di mare dove si muore d'acqua, di incuria, di abbandono e di silenzio.

 

La nave italiana è partita dalle nostre coste per raggiungere il Mare Mediterraneo e svolgere un'attività di monitoraggio, testimonianza e denuncia della drammatica situazione che vede costantemente donne, uomini e bambini affrontare enormi pericoli nell'assenza di soccorsi, nel silenzio e nella complice indifferenza dei governi italiano ed europei. Mediterranea è qualcosa di diverso: una “azione non governativa” portata avanti dal lavoro congiunto di organizzazioni di natura eterogenea e di singole persone, aperta a tutte le voci che da mondi differenti, laici e religiosi, sociali e culturali, sindacali e politici, sentono il bisogno di condividere gli stessi obiettivi di questo progetto, volto a ridare speranza, a ricostruire umanità, a difendere il diritto e i diritti.

 

I protagonisti di questa maratona di letture hanno portato la loro testimonianza sui temi dell'accoglienza, del viaggio e della solidarietà. A Venezia tra gli altri sono presenti: Tiziano Scarpa, Alberta Basaglia, Anna Toscano, Enrico Palandri, Mara Rumiz, Ginevra Lamberti, Serena Nono, Sara Gamberini, Anna Antonelli, Gianni Zoccheddu, Roberto Ferrucci, Gianfranco Bettin insieme a molti altri artisti della fotografia, imprenditori, musicisti e giornalisti.

Ad accompagnare le parole, le musiche registrate di Paolo Fresu e Giovanni Guidi.
 

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Parte di me. La tecnologia, al servizio dello sport
di Redazioneweb2   
lunedì 08 ottobre 2018

viozanardicaironi.jpgTre storie, tre esempi, tante emozioni: il mondo dello sport paralimpico, degli atleti e delle tecnologie più innovative viene raccontato a partire dall'8 ottobre al MUSME, il Museo di Storia della Medicina di Padova, che si arricchisce della nuova importante installazione dedicata a Sport, Tecnologia e Disabilità.

 

Per la prima volta tre meravigliosi campioni, Martina Caironi, Bebe Vio e Alex Zanardi, hanno deciso di “esporsi” in un museo italiano, il MUSME, mettendo a disposizione i supporti con cui hanno vinto gare di livello mondiale: la gamba con cui Martina si è sempre allenata per diventare la donna con protesi più veloce al mondo; il braccio usato da Bebe sia nel corso degli allenamenti che nelle gare, dal gennaio 2010, dopo la malattia, ai Mondiali di Budapest dell'ottobre 2013; la handbike con cui Alex ha vinto l'Oro alle Olimpiadi di Londra nel 2012. Accanto ai tre oggetti-simboli saranno esposte le video testimonianze dei tre protagonisti che raccontano la loro passione ed esperienza.

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Storie oltre il tempo. La Giornata Europea della Cultura Ebraica a Venezia
di F.M.   
giovedì 11 ottobre 2018

storytelling_-_le_storie_siamo_noi.jpgIn occasione della XIX Giornata Europea della Cultura Ebraica, che in Italia quest'anno si tiene il 14 ottobre, il Museo Ebraico di Venezia ha deciso di partecipare con numerose attività speciali: «Il tema di quest’anno è lo Storytelling e noi in varie forme – dice Michela Zanon, Direttore Coopculture del Museo - raccontiamo la storia del nostro ghetto e delle personalità che lo hanno attraversato».

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16. BIENNALE ARCHITETTURA | Le conseguenze dell’Architettura. L’esperienza portoghese, un modello
di Paolo Lucchetta   
giovedì 20 settembre 2018

padiglione_portogallo_copyright_andre_cepeda.jpgL’attitudine a occuparsi della cosa pubblica rimane il contributo più evidente degli architetti portoghesi al dibattito sull’architettura contemporanea.

In questo senso, appare quasi esemplare nella Biennale titolata Freespace, l’allestimento del padiglione Portogallo a Palazzo Giustinian Lolin, Public Without Rhetoric, curatori Nuno Brandão Costa e Sérgio Mah.

 

A partire dagli anni Settanta, l’Europa si interessa al Portogallo, all’esperienza e alla pratica di un metodo a misura d’uomo, soprattutto dopo la Rivoluzione dei garofani che – senza sparare un colpo – aveva deposto il regime totalitario. Gli architetti aiutarono le popolazioni a organizzarsi al fine di partecipare alla trasformazione dei quartieri, costruendosi le proprie case. Era un momento unico, di instabilità politica e sociale in tutta Europa. «Senza conflitto non esiste partecipazione, esiste manipolazione», disse e dice Siza. L’esperienza portoghese divenne un modello da copiare, da riproporre in altri contesti. E da quel momento l’architettura di un Paese e i suoi protagonisti sono presenze costanti nel dibattito internazionale, nelle riviste, congressi, università, musei, biennali e triennali.

 

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16. BIENNALE ARCHITETTURA | Il passato non è una terra straniera. 4000 anni di costruito a Lima
di Andrea Falco   
giovedì 20 settembre 2018

fg_a_peru_9116.jpg447 nodi di cotone peruviano sul pannello di ingresso del Padiglione del Perù accolgono il visitatore con una rappresentazione simbolica delle huacas di Lima.

Si tratta di strutture architettoniche monumentali di mattoni, luoghi sacri che hanno potuto conservarsi per migliaia di anni grazie al clima estremamente secco della città. Un’eredità antica e preziosa, a lungo ignorata e sepolta sotto strati di terra e sabbia, che solo negli ultimi tempi sta tornando alla luce grazie agli scavi archeologici. Il nodo, emblema di conflitto e possibilità, introduce un’approfondita riflessione sulla complessa situazione architettonica di una città che sta crescendo rapidamente e senza una significativa pianificazione urbana.

I curatori del padiglione Perù, alle Sale d’Armi all’Arsenale, Marianela Castro de la Borda e Javier Lizarzaburu Montani ci hanno guidato En Reserva.

 

 

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16. BIENNALE ARCHITETTURA | Padiglione Giappone. Un viaggio attraverso l'etnografia architettonica
di Marisa Santin   
giovedì 20 settembre 2018

lato_dingresso_della_w_house_2010__yukiko_suto_per_gentile_concessione_di_take_ninagawa.jpgNon deve essere stato semplice per la curatrice Momoyo Kaijima mettere insieme e coordinare il lavoro dei 42 autori (tra cui università, designer, architetti e artisti) chiamati a realizzare Architectural Ethnography from Tokyo, il progetto del Giappone per la Biennale Architettura 2018: «Siamo partiti dai disegni. Ho mostrato ai progettisti alcuni schizzi e ho chiesto loro di ragionare attorno al concetto di Free Space, il tema proposto quest’anno dalla Biennale».

 

Tutto qui? Ci dev’essere per forza di più per coordinare un gruppo così nutrito di persone. Forse occorre uno speciale talento fatto di essenzialità giapponese e filosofia orientale, qualità che la minuta curatrice sembra aver trasmesso perfettamente all’interno del Padiglione. La incontriamo al termine dell’inaugurazione, dopo aver accompagnato almeno una mezza dozzina di delegazioni giapponesi e italiane in giro per le sale: «Ora che riesco a prendermi il tempo di guardare indietro, è stato in effetti quasi un miracolo gestire tutte queste persone in Giappone, per un progetto da realizzare qui, dall’altra parte del mondo».

 

 

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16. BIENNALE ARCHITETTURA | La prospettiva delle esperienze e delle parole
di Lucia Baima   
giovedì 20 settembre 2018

ir_great_britain_1076.jpgNel visitare la 16. Mostra Internazionale di Architettura, curata da Yvonne Farell e Shelley McNamara, sin dalle prime sale e dalla pluralità delle opere esposte, emerge chiaramente che attorno alla singola parola – Freespace – si è progettata e costruita non solo un’esposizione ma un corale cambio di prospettiva, tanto nella mostra centrale quanto in alcuni dei Padiglioni nazionali.

È rivolto a tutti, infatti, l’invito a partecipare, non solo come spettatori ma come attori, a questa collettiva riflessione intorno allo spazio libero, pensato come generatore di processi, che si fonda sulle parole del manifesto programmatico, dove lo spazio generico, re-indagato, interrogato, sviscerato, diviene spazio di opportunità, una piattaforma che incarna e sollecita il libero desiderio di scambio fondante l’esperienza urbana.

Rispetto alle precedenti edizioni, questa Biennale rimette al centro della scena lo spazio, non più declinato unicamente attraverso la distanza degli esiti progettuali – gli oggetti architettonici, analizzati e scomposti nelle loro singole componenti o secondo i loro principi compositivi –, ma attraverso multipli processi aperti in grado di attuare quell’inversione del punto di vista che rileva non un sistema di regole ma un sistema di esperienze.

Scambi e processi, questi, che svelano le molteplici potenzialità dell’architettura, ovvero la sua capacità di offrire, attraverso il suo disegno e un tempo considerato non lineare, altrettanti e infiniti spazi liberi, gratuiti e supplementari, ovvero spazi significativi, anche in ciò che non è costruito, trasformando cosi l’horror vacui in horror pleni, ovvero a pensare, come invita a fare Gillo Dorfles in L’intervallo perduto, al «vuoto, non solo come assenza, ma come inizio di alcunché di positivo, come effettiva sostanza altrettanto efficace del pieno, anzi forse più efficace di questo».

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16 BIENNALE ARCHITETTURA | Experiencing Freespace. L’esperienza della libertà dello spazio
di Michele Cerruti But   
giovedì 20 settembre 2018

ir_venues_facade_central_pavilion_1187.jpgNel 1959 esce negli Stati Uniti un libro, scritto da un professore danese di Copenaghen in prestito al MIT, che diventa in brevissimo tempo un vero e proprio cult. Experiencing Architecture (l’originale danese, Om at opleve arkitektur, è del ‘57) è un saggio scritto dall’architetto e urbanista, professore e viaggiatore, Steen Eiler Rasmussen. Ed è la miglior guida per la Biennale di Yvonne Farrell e Shelley McNamara.

 

Perché, se c’è una cosa che un po’ tutti, architetti o meno, capiscono subito quando visitano la mostra, è che il freespace, che guida la curatela, proprio non si riesce a definire. Inutile provare a ricostruirne noiose genealogie, farne anatemi accademici o appuntarsi glosse intellettuali: il freespace si sottrae a qualunque tentativo definitorio. Ma del resto, appunto, già Rasmussen diceva che: «l’Architettura non si fa mettendo semplicemente insieme piante, sezioni e prospetti. È qualcos’altro e qualcosa di più. È impossibile spiegare precisamente cosa sia, giacché persino i suoi stessi confini non sono per nulla definiti. In generale, l’arte non dovrebbe essere affatto spiegata: al più, bisognerebbe farne un’esperienza».

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16. BIENNALE ARCHITETTURA | Bamboo e cemento. L’urbanizzazione inversa della campagna cinese
di Marisa Santin   
venerdì 06 luglio 2018

Intervista a Li Xiangning | CINA Repubblica popolare cinese

 

domus-biennale_cina_27.jpg.foto.rmedium.jpgNegli ultimi tre decenni l’economia cinese è cresciuta più velocemente che in qualsiasi altra nazione, determinando un rapido e spasmodico sviluppo soprattutto dei grandi centri urbani. I limiti di tale imponente urbanizzazione si stanno ora traducendo in record negativi per il Paese.

Pechino e Shanghai sono fra le metropoli più inquinate e sovrappopolate al mondo e il trend che a partire dagli anni ‘90 ha visto l’esodo di una gran parte della popolazione dalla campagna verso le città sta mostrando segni di inversione di rotta.

 

In molti stanno valutando l’idea di una vita diversa e l’alternativa sembra affermarsi in un ritorno alla campagna, culla della cultura cinese e custode dell’identità più autentica del Paese.

 

Il progetto del Padiglione cinese, Building a Future Countryside, si muove attorno a queste premesse. Secondo il curatore Li Xiangning «la rapida crescita che ha investito il Paese negli ultimi decenni ha maturato una sempre maggiore consapevolezza degli enormi problemi che accompagnano uno sviluppo urbano incontrollato. Le persone stanno pensando ad un modo alternativo di vivere, lontano da inquinamento, traffico e da tutti quei disagi che caratterizzano le grandi città».

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