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Il velo del tempo. Liliana Segre e il dovere della Memoria
di Renato Jona   
martedì 19 gennaio 2021
segre_stupi.jpgIl 9 ottobre 2020 abbiamo assistito, alla televisione, a un evento straordinario, unico, emozionante, irripetibile. Una persona eccezionale, Liliana Segre, ci ha preso per mano e, in diretta tv, senza fermarsi un attimo, senza cedimenti, senza una lacrima, ci ha parlato per 70 minuti, in un silenzio impressionante, ci ha accompagnato all’Inferno dei campi di sterminio. Un’ultima volta. Si è trattato di un addio cosciente, tragico, in cui sono emersi non solo episodi personali, ma anche un’umanità varia, perversioni, ignoranza, egoismi, osservazioni, riflessioni, constatazioni, scavi nell’animo umano, esperienze, ricordi vivi, incancellabili, paure, terrori, separazioni definitive, fatiche indescrivibili. Tutto è stato vissuto nuovamente, per oltre un’ora. Per i ragazzi, per i più grandi. Perché sappiano, perché ricordino… Impressionante! Dopo oltre 75 anni si è trattato di un rientro estremamente doloroso in “quella realtà”, operato per senso del dovere. Questa donna, sorretta da alti principi morali, ha voluto ancora per un’ultima volta sollevare momentaneamente il velo del tempo su uno scenario inumano eppure reale. E si è, poi, giustificata: «Basta, non voglio più ricordare, non voglio più soffrire… non voglio più!».

 

Finora il Suo raccontare nelle classi è stato percepito come una necessità morale, un dovere, al quale non ci si può né ci si deve sottrarre, come qualcosa di essenziale, fondamentale nella formazione e informazione dei ragazzi, rispettati e amati come con lo stesso affetto che prova una Nonna verso i Nipoti.

 

«Senza la memoria i torti si confondono con le ragioni» ha notato, con la sua tradizionale saggezza e serenità di giudizio, Ferruccio de Bortoli. Infatti, con il passare del tempo è facile alterare i fatti, negarli, sminuirne l’importanza, addirittura sovvertire i valori. In quei 70 minuti terribilmente densi, trascorsi in religioso, totale silenzio, abbiamo sentito il vero, terribile significato di indifferenza, quella dimostrata dalla maggior parte di quegli esseri umani che, non toccati direttamente dalle disgrazie, dalle leggi razziali fasciste severe e umilianti, hanno scelto la comoda via di ignorare, di tirarsi indietro, di girarsi dall’altra parte.

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Memoria Militante. A Venezia (online), incontri, storie e spettacoli per non dimenticare
di Redazioneweb   
venerdì 22 gennaio 2021

memoria1.jpgFino al 9 febbraio 2021

Appuntamenti su Radio Ca’ Foscari alle ore 17.30
I MARTEDÌ E I GIOVEDÌ DELLA MEMORIA ON AIR
Con letture di studenti e studentesse dell’Università Ca' Foscari e della Scuola Navale Militare Francesco Morosini, di Fucina Arti Performative Ca’ Foscari, di Elizabeth Bellak e Alexandra Bellak, dell’attrice Ottavia Piccolo e dello scrittore Tiziano Scarpa
Musiche di Michele Gazich
[vedi approfondimento]

24, 26, 27 e 28 gennaio 2021
Online sul canale Youtube di Cultura Venezia

LA MEMORIA VA COLTIVATA
Presentazione di letture per bambini, ragazzi, giovani e adulti, per raccontare un tempo che ha segnato indelebilmente il popolo ebraico e tutta l’umanità. La memoria va coltivata come un giardino e i libri sono un incredibile fertilizzante per custodire e coltivare i valori di una fratellanza universale. Con la collaborazione del Museo Ebraico di Venezia, Paola Gravina presenta le quattro videorecensioni.

Venerdì 22 gennaio h. 17
Diretta streaming sulla pagina Facebook di Circuito Cinema Venezia

BUTTERFLY IN BERLIN
Circuito Cinema Venezia in collaborazione con Cinit Cineforum Italiano presenta il cortometraggio Butterflies in Berlin – Un’anima divisa in due. Partecipano all’incontro la regista Monica Manganelli e il critico cinematografico Alessandro Cuk.

Domenica 24 gennaio, ore 11
Diretta streaming dal canale YouTube del Teatro La Fenice
CERIMONIA CITTADINA PER IL GIORNO DELLA MEMORIA 2021

Programma:
Nabucco: Gli arredi festivi giù cadano infranti - Giuseppe Verdi
Ich wandre durch Theresienstadt - Ilse Werbe
Nabucco: Va pensiero sull’ali dorate - Giuseppe Verdi
Wiegala - Ilse Weber
Coro del Teatro La Fenice, diretto dal maestro Claudio Marino Moretti
Contralto, Valeria Girardello
Pianoforte e fisarmonica, Ulisse Trabacchin
[vedi approfondimento]

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La Storia non ammette amnesia. Per ogni pietra un nome, per ogni pietra una persona
di Fabio Marzari   
sabato 23 gennaio 2021

 stolpersteine_in_vendig_3.jpgLa “Pietra d’inciampo” è un piccolo blocco di pietra ricoperto con una lastra di ottone in cui sono incise le generalità di una persona perseguitata dal nazismo e dal fascismo (nome, cognome del perseguitato e la sua sorte: ucciso o sopravvissuto a campo di sterminio o fuggito), posta generalmente nel selciato di fronte alla residenza della persona ricordata o di fronte ad un luogo significativo quale il posto di lavoro.


Tali pietre, sistemate sul suolo in modo da essere ben notate, sono segni mnemonici delle gravi scelleratezze della storia di quel triste periodo. Scomporre e frazionare la cosiddetta memoria collettiva è obiettivo primario degli Stolpersteine, ideazione geniale dell’artista tedesco Gunter Demnig: tradurre la cifra astratta e incommensurabile di 10.000.000 nei dieci milioni di individui cui restituire dignità di persone, ricordandone il nome e il tragico destino. Demnig ha fatto suo il passo del Talmud che recita: «Una persona viene dimenticata soltanto quando viene dimenticato il suo nome». Per questo, prima del Covid-19 egli posava personalmente quasi tutte le Pietre d’inciampo: «Per ogni pietra un nome, una persona da non dimenticare».
L’idea gli venne nel 1993, quando durante una cerimonia a Colonia per ricordare la deportazione di cittadini rom e sinti, una signora obiettò che in città non avevano mai abitato rom. Demnig decise allora di spendersi interamente al progetto: una “Pietra d’inciampo” per ciascuna delle persone che non fecero più ritorno a casa.

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La musica oltre la storia. Il Teatro La Fenice ospita la Cerimonia per il Giorno della Memoria
di RedazioneWeb3   
giovedì 21 gennaio 2021

ImageAnticipate da importanti approfondimenti operati da parte di diverse istituzioni veneziane durante tutto gennaio, le celebrazioni 2021 del Giorno della Memoria si aprono ufficialmente al Teatro La Fenice il 24 gennaio alle ore 11, con un evento in live streaming.

 

Il Coro diretto dal maestro Claudio Marino Moretti, con il contralto, Valeria Girardello, e al pianoforte e fisarmonica, Ulisse Trabacchin, eseguiranno il seguente programma: dal Nabucco di Giuseppe Verdi, Gli arredi festivi giù cadano infranti; Ich wandre durch Theresienstadt di Ilse Werbe; dal Nabucco di Giuseppe Verdi, Va pensiero sull’ali dorate; Wiegala di Ilse Weber.


Il tempio della musica di Venezia diventa il luogo ideale per rendere omaggio alla Memoria di persone e di fatti che devono rimanere vivi nella coscienza di tutti oltre il tempo e la storia.

 

Il rapporto tra musica e memoria è molto stretto e si svolge non solo sul piano personale, la musica ha una funzione importantissima per la memoria collettiva, diventando una vera a propria fonte di informazioni storiche, un prezioso strumento per il ricordo e la ricostruzione di avvenimenti, con un effetto catartico sui sentimenti.

 

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Memoria Collettiva e memoria individuale. Le attivitĂ  online dell'UniversitĂ  Ca' Foscari
di Redazioneweb   
venerdì 15 gennaio 2021
cafoscarimemoria2021.jpgIn occasione del Giorno della Memoria 2021, per stimolare una riflessione sulla Shoah in termini di memoria collettiva e memorie individuali, l’Università Ca’ Foscari Venezia presenta una serie di appuntamenti online aperti a tutti, attraverso un progetto che coinvolge più di trenta studenti dell'Ateneo.

Il ricco programma ha inizio martedì 12 gennaio con la rassegna radiofonica I martedì e i giovedì della memoria on air: nove appuntamenti fino al 9 febbraio su Radio Ca’ Foscari in diretta alle ore 17.30 (o in podcast sul sito), accompagnati da letture di studenti e studentesse dell’Ateneo, della Scuola Navale Militare Francesco Morosini, di Fucina Arti Performative Ca’ Foscari, dell’attrice Ottavia Piccolo e dello scrittore Tiziano Scarpa, con musiche di Michele Gazich.
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I libri della Memoria. Quattro suggestioni letterarie
di Fabio Marzari   
sabato 23 gennaio 2021

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Gherardo COLOMBO, Liliana SEGRE

La sola colpa di essere nati (Garzanti)

 

«Per me è molto importante sentirmi sulla tua stessa strada. Perché hai vissuto ciò che io ho solo letto, e perché avendolo vissuto non hai assecondato l'istinto di rispondere all'odio con l'odio». «Non abbiamo bisogno di eroi, serve però tenere sempre viva la capacità di vergognarsi per il male altrui, di non voltarsi dall'altra parte, di non accettare le ingiustizie». Liliana Segre ha compiuto da poco otto anni quando, nel 1938 a seguito delle leggi razziali, le viene impedito di tornare in classe. È l'inizio della più terribile delle tragedie che culminerà nei campi di sterminio e nelle camere a gas. In questo dialogo, Liliana Segre e Gherardo Colombo ripercorrono quei drammatici momenti personali e collettivi, si interrogano sulla profonda differenza che intercorre tra giustizia e legalità e sottolineano la necessità di non voltare mai lo sguardo davanti alle ingiustizie, per fare in modo che le pagine più oscure della nostra storia non si ripetano mai più.

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In viaggio con Dante. Incontro con Alessandro Barbero
di Fabio Marzari   
venerdì 11 dicembre 2020
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Professore di Storia medievale presso l’Università del Piemonte orientale, Alessandro Barbero alla sua attività accademica – un numero cospicuo di studi e pubblicazioni autorevoli, che gli hanno valso la fama indiscussa di storico tra i più accreditati in tema di Medio Evo –, alterna quella di divulgatore, grazie a una notevolissima capacità di raccontare la storia attraverso le vite degli uomini, i loro costumi e la loro quotidianità. Barbero è uomo iper-contemporaneo cui va riconosciuto il merito ulteriore di saper divulgare attraverso i canali social temi di non immediata presa, conquistando numeri di followers degni delle più seguite influencer. Il professore rappresenta l’esempio concreto di come si possa fare cultura bucando i mezzi a torto ritenuti non conformi alla divulgazione alta. Con la sua capacità di rendere giustizia alla complessità, e di farlo in modo coinvolgente, Barbero ha contribuito in maniera concreta con i suoi interventi seguitissimi ad alimentare la speranza di tutti coloro che auspicano ci sia ancora spazio, nell’epoca di internet, per un certo tipo di cultura.
Nel suo ultimo libro Dante per i tipi di Laterza, Barbero, meticoloso nella ricerca e nell’interpretazione delle fonti, ricostruisce la vita del poeta fiorentino creatore di un capolavoro immortale, ma soprattutto quella di un uomo del suo tempo, restituendone un ritratto multiforme.


Di Dante, grazie alla sua testimonianza personale fornita attraverso le sue opere e per la fama che lo accompagnava già in vita, sappiamo forse più cose di qualunque altro uomo dell’epoca. Tuttavia il libro affronta anche le lacrime e i silenzi che rendono incerta la ricostruzione di interi periodi della sua vita, presentando diverse ipotesi e in parte scoprendo territori poco battuti dalla critica.
Il libro segue Dante nella sua adolescenza di figlio di un usuario che sogna di appartenere al mondo dei nobili e dei letterati; nei corridoi oscuri della politica, dove gli ideali si infrangono davanti alla realtà meschina degli odi di partito e della corruzione dilagante; nei vagabondaggi dell’esiliato che scopre l’incredibile varietà dell’Italia del Trecento, fra metropoli commerciali e corti cavalleresche.
Inauguriamo il nuovo anno – anno di celebrazioni per i 700 anni dalla morte dell’Alighieri (1321 – 2021) che comprendono una moltitudine di iniziative, scritti, mostre, convegni, spettacoli, film –, con l’intervista al professor Barbero, con il suo libro e con un piccolo viaggio fuori porta nella vicina Ravenna, teatro finale della vita di Dante.

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Il Poeta e Ravenna, legame indissolubile
di Redazioneweb   
lunedì 21 dicembre 2020

ImageFra il 13 e il 14 settembre 1321, Dante morì a Ravenna, a seguito di una febbre malarica contratta durante il ritorno da un’ambasceria a Venezia. A Ravenna era giunto alcuni anni prima con i suoi tre figli (Jacopo, Pietro e Antonia), in un triste e forzato esilio che da Firenze lo aveva portato dapprima in Lunigiana, Verona, Treviso e infine ospite di Guido Novello Da Polenta, signore della città. La data precisa del suo trasferimento rimane incerta, anche se diverse sono le ipotesi: Giovanni Boccaccio indica il 1314, mentre il ravennate Corrado Ricci propone il 1317.

Qui si era fermato, trascorrendo gli ultimi anni della sua esistenza, partecipando alla vita culturale e concludendo la stesura di parte del Purgatorio e dell’intera cantica del Paradiso, pubblicata postuma dai suoi figli. Le celebrazioni per i 700 anni della morte del Sommo Poeta ci portano dunque a Ravenna sulle tracce di Dante.
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Le mille Beatrici di Paolo Roversi a Ravenna
di Alessandra Morgagni   
lunedì 21 dicembre 2020
ImageRavenna omaggia il fotografo Paolo Roversi con una mostra al MAR, Museo d’Arte della città di Ravenna, curata da Chiara Bardelli Nonino, photo editor di «Vogue», organizzata dal Comune di Ravenna, con il prezioso contributo di Christian Dior Couture, Pirelli, Dauphin.
Fortemente voluta proprio dallo stesso fotografo, che a Ravenna è nato, ha aperto il suo primo studio fotografico e ha ancora legami familiari, e rimandata più volte a causa dell’emergenza Covid (al momento temporaneamente chiusa), Paolo Roversi - Studio Luce è un’ampia retrospettiva che racconta il percorso artistico di una delle star mondiali della fotografia di moda.
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Favolosi Nonni. Torna in diretta facebook la rassegna di fiabe dell'Isituto della PietĂ  di Venezia
di Redazioneweb   
venerdì 18 dicembre 2020
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Da 674 anni la Pietà fa parte del patrimonio culturale della città di Venezia, operando con continuità a favore della tutela dei bambini e aggiornando la propria missione con l’evolversi della cultura e della società. «L’Istituto Provinciale per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà” è una realtà importante – spiega il Presidente Filippo Battistelli – che da anni è un punto di riferimento nel territorio di Venezia, uno spazio aperto al gioco e ricco di iniziative dedicate ai più piccoli e alle famiglie. Nel periodo natalizio l’Istituto presenta la quarta edizione dell’iniziativa Che spettacolo di domenica dedicata ai piccoli ospiti delle strutture residenziali socio-educative e a tutti i bambini e le famiglie di Venezia».
 
La quarta edizione della rassegna Che spettacolo di domenica, organizzata con il contributo della Regione del Veneto e in collaborazione con I.P.A.V. (Istituzioni Pubbliche di Assistenza Veneziane), Venezia dei Bambini, Venezia News, Teatro a l’Avogaria, ha dovuto più volte modificare la sua identità. Ideata inizialmente come spettacoli dal vivo per bambini e famiglie, con l'evolversi della situazione sanitaria e il necessario rispetto del distanziamento sociale si è trasformata in Favolosi Nonni, una mini serie programmata su Facebook con sei puntate di circa 8 minuti l'una in cui sono protagoniste le favole dedicate ai bambini e ai nonni, ideali narratori delle stesse.


I Favolosi Nonni avrebbero dovuto essere protagonisti in prima persona, ma le attuali circostanze pandemiche hanno indotto l’Istituto Provinciale per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà” a immaginare e a costruire un nuovo progetto che diviene un vero e proprio omaggio a loro e alla magia delle favole. Le fiabe, infatti, sopravvissute all’usura del tempo, hanno saputo rigenerarsi continuamente, sono riuscite ad adattarsi a tutte le epoche, regalando alle parole originali significati sempre nuovi, merito delle narrazioni di nonne e nonni che hanno trasformato il fascino senza tempo di queste storie in incredibili avventure per i loro nipoti. Una capacità che si trasmette di generazione in generazione e che non deve in nessun modo andare persa.

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INTERVISTA | Fondamenta dei Librai. Giovanni Montanaro, la scrittura, i maestri e Venezia
di Elisabetta Gardin   
venerdì 18 dicembre 2020

ImageLo scorso 12 novembre, a un anno esatto dall’alluvione che ha devastato Venezia, è uscito per Feltrinelli il nuovo romanzo di Giovanni Montanaro, Il libraio di Venezia.


È la storia di Vittorio, libraio veneziano titolare di una piccola libreria, la “Moby Dick” in campo San Giacomo. Un libraio che affronta le difficoltà di tutte le librerie indipendenti (concorrenza di Amazon e delle librerie di catena), ma più in generale dei negozi veneziani (rincaro degli affitti dovuto al turismo) e che all’improvviso si trova anche a dover fronteggiare l’aqua granda.
Ma il libro è anche altro: una galleria di personaggi veneziani in cui spicca Sofia, con gli occhi chiari, di cui Vittorio si innamora. Incontriamo l’autore.

Per il suo ultimo libro è partito da un evento doloroso per Venezia: una notte drammatica, la città allagata, un vento eccezionale, danni ovunque, l’acqua che raggiunge il livello più alto dall’alluvione del 1966. Come ha vissuto quella notte?

Come tutti i veneziani sono stato testim
one di un evento davvero eccezionale, non solo per l’altezza dell’acqua ma per la velocità imprevista di crescita associata a un maltempo mai visto prima. E non dimentichiamoci poi la sfinente continuità della alta marea dei giorni successivi. Sono stati giorni veramente difficili. Ma, in fondo, anche straordinari: la città ha reagito in modo commovente, tutti si sono dati una mano e, nell’emergenza, ci siamo riscoperti comunità. Quindi ho un ricordo anche molto bello di quei giorni.

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COVER STORY | Un anno da pinguini
di Nico Zaramella   
venerdì 11 dicembre 2020
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Oggi parlerò una lingua difficile ma il momento è giusto. Incrocerò il viaggio e l’avventura nel mondo con il viaggio e l’avventura nella vita. Qualcuno capirà, qualcuno potrà intuire e qualcuno, solo qualcuno, percepirà anche ciò che si nasconde tra le righe: la musica delle parole che insegue quella della mia esistenza, fantasia.


Non ricordo quante volte sono stato nell’Artico e nell’Antartide e nelle mille isole ghiacciate mobili e immobili al di là del circolo polare, ora con lo sguardo a Polaris, la stella dell’Orsa Minore, ora alla volta celeste dell’Orsa Maggiore. A volte fa così freddo che un centimetro di pelle scoperta ti lascia in pochi minuti una cicatrice dentro e una fuori: una sulla pelle e una nell’anima. Il ricordo e forse anche la nostalgia del dolore è un incredibile pacemaker del tempo che passa scandito da piccoli e grandi fatti durante il giorno e la notte, tra luce o buio senza fine. Dolore per non dimenticare, dolore per sentire, dolore in cambio di nulla: ma così è la vita.

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Venews #250 | Uno specchio da ricomporre
di Massimo Bran   
giovedì 10 dicembre 2020
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È un numero stranissimo questo 250esimo della nostra oramai lunga storia. Come del resto lo sono stati tutti gli altri di questo anno per qualificare il quale oramai ogni aggettivo con una sua declinazione critica, ansiogena, preoccupata si è fatto logoro ed inservibile. Già, reiterare qualsivoglia forma di stupore, di oscura disposizione verso un presente che ci ha dato scaccomatto presagendoci un giorno sì e l’altro pure una prossima, non lontana ripartenza, beh, ora ha davvero il sapore stantio di pietanze riscaldate a fuoco lento. Non facciamo che digerire quotidianamente numeri di contagiati e caduti, di crolli di fatturati, di occupazione, passando da un virologo a un economista a un sociologo a un pedagogo, tutti a suonare un requiem per il mondo che fu, condito certo da qualche flebile speranza d’ordinanza, giusto per darci una transitoria riassettata, per poi ricominciare con la stessa orchestra e le stesse note. Bene, ci siamo detti allora, perché non provare in questo numero di fine annus horribilis a cambiare musica, scena, repertorio? Cosa ci vuole, in fondo, a rimescolare le carte cercando di comporre una scala con qualche colore in più, con qualche traccia positiva da fermare, da ricordare, da proporre per i giorni a venire? Chi cerca trova sempre qualcosa di emozionante da fermare, in fondo, anche nei momenti più lugubri.

 

Tutto il mondo, (quasi) tutti i settori si sono improvvisamente fermati, di colpo. Come un ascensore che si blocca al 50esimo dei 120 piani di un grattacielo in continua, fibrillante vita. Per giorni, settimane, mesi. Il nostro universo della cultura, dello spettacolo dal vivo, dell’arte tra tutti è forse quello che non si è mai riavuto davvero, neanche nella scorsa, ahinoi!, ridanciana estate, piena di irresponsabilità e di voglia di vivere al contempo. Si è accesa qualche luce fioca, qualche improvviso bagliore accecante, ma insomma, il buio tornava presto, sempre, anche nelle notti di giugno. Eppure sotto questa coperta asfissiante voci, corpi, immagini si sono udite, mossi, viste. Proprio in questo bosco notturno in cui improvvisamente la vita urbana si è trasformata questi ritorni in vita irregolari, asincroni, improgrammabili hanno guadagnato una cifra quasi irreale, talvolta epifanica. Ma allora sì, ci si è detti in quegli attimi rubati al buio, c’è ancora chiarore, si può vivere alla luce del sole o artificiale emozionandosi insieme per dei corpi, delle immagini in movimento, per dei suoni espressi non da supporti, ma da vivi strumenti. Credo che questi momenti, detto senza troppa retorica, ci abbiano resi ancor più consapevoli di quale medicina sia la cultura, per il corpo, la mente, l’anima.

 

Solo quando ti è sottratto questo farmaco capisci quanto arida possa essere questa vitaccia senza una forte assunzione di esso. E perciò questi momenti, come mai prima neanche nei più improbabili sogni avevamo immaginato, hanno rappresentato in questi mesi dei veri e propri picchetti di balsamo piantati in una parete verticale scalata a corpo libero. Momenti in cui abbiamo capito più di sempre una cosa, ossia che la cultura, l’arte in tutte le sue molteplici espressioni non è data oggi e per sempre, quindi va coltivata con cura selezionandone i frutti, con una cernita qualitativa intensissima, rifuggendo bulimie, offerte ad accumulo, sciali.

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Haute couture. Incontro con Luciana Boccardi
di Fabio Marzari   
giovedì 10 dicembre 2020
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Fatico a tenere a bada le iperboli per parlare di Luciana Boccardi, scrittrice, giornalista di lungo corso, veneziana doc e persona straordinaria dalla vita straordinaria. La lunga intervista che segue restituisce l’immagine, perfettamente aderente alla realtà, di una donna forte, coraggiosa, determinata, che con intelligenza e molta ironia ha saputo e sa raccontare i cambiamenti del costume in modo efficace e sempre puntuale. Nella bellissima casa alla Bragora, il suo rifugio, accogliente e ancora pieno di vita e di energia, in mezzo ai suoi libri, l’inseparabile pianoforte, gli oggetti e i ricordi di una vita, meno un bicchiere, che ho mandato in frantumi con immensa goffaggine durante la nostra intervista, le ore scorrono veloci come in una piacevole commedia di cui Luciana è protagonista indiscussa. Che donna la Boccardi!

 

Iniziamo inevitabilmente parlando di moda...

Mi chiedo sempre perché tutti mi domandano della moda. Forse perché la moda è più attraente. È un discorso sempre furbo, che piace. Se penso a quanto ho fatto negli anni passati per il discorso “donna”, quando mi sono buttata a pesce durante gli anni di piombo, ed è stata una cosa pesantissima, dirigendo dal 1974 al 1977 «Il Femminile» – ho voluto mettere di proposito l’articolo maschile davanti! –. È stata un’esperienza importantissima; nasceva in quel periodo il femminismo violento con tutte le lacune che aveva allora e che ha ancora oggi. La moda è decisamente furba, sì. Se io sono ancora “viva” come giornalista è proprio perché mi occupo di moda.

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Faro culturale. La Rete Faro Italia celebra la ratifica della Convenzione di Faro
di RedazioneWeb3   
venerdì 11 dicembre 2020
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Sabato 12 dicembre è una data importante per festeggiare un traguardo raggiunto, seppure in modalità a distanza: quello della ratifica da parte dell'Italia della Convenzione di Faro. Il 23 settembre, dopo un iter durato anni, l’Italia ha ratificato in via definitiva, con il solo voto contrario della destra sovranista, la Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, varata a Faro, in Portogallo, il 27 ottobre 2005. Decisivo il voto della Camera dei deputati, dopo che il Senato aveva dato parere positivo nel 2019: il governo invece l’aveva sottoscritta nel 2013. La Convenzione di Faro rappresenta una svolta nella concezione del patrimonio culturale. Secondo il FAI, Fondo per l’Ambiente italiano, nella legislazione italiana “la concezione del patrimonio culturale è ancora oggi legata alla centralità delle ‘cose'”, mentre la Convenzione “introduce una visione più ampia di patrimonio culturale, inteso come ‘un insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano,indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione'”.

 

La Convenzione afferma il diritto al patrimonio culturale da parte dei cittadini. Viene affidato a tutti loro, alle comunità locali e ai visitatori un “nuovo ruolo nelle attività di conoscenza, tutela, valorizzazione e fruizione”. L’invito ai Paesi che l’hanno sottoscritta è di promuovere azioni per migliorare l’accesso al patrimonio culturale, in particolare per i giovani e le persone svantaggiate, al fine di aumentare la consapevolezza sul suo valore, sulla necessità di conservarlo e preservarlo e sui benefici che ne possono derivare”.

 

La Rete Faro Italia, nata nel 2019 e attualmente composta da 23 associazioni e istituzioni di varia natura, lavora per affrontare le sfide legate al settore del patrimonio culturale, identificando attività e buone pratiche comuni. Nonostante la pandemia non permetta al momento di organizzare eventi in presenza, i membri hanno deciso di sensibilizzare la cittadinanza sulla portata positiva di questa ratifica organizzando sabato 12 dicembre, in contemporanea da tutta Italia, una serie di eventi e proiezioni video sulla pagina Facebook ufficiale della rete: https://www.facebook.com/Rete-FaroItalia-107208761227569 .

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I miracoli si fanno. L'AVAPO Venezia non si ferma e mette online l'asta di Natale
di Redazioneweb   
sabato 05 dicembre 2020
Image C’era un appuntamento con la solidarietà che ormai da sei anni non mancava nell’agenda natalizia veneziana, quello con l’asta di beneficenza in favore di AVAPO Venezia, l’associazione di volontari che dal 1988 affianca le strutture ospedaliere veneziane nell’assistenza ai malati oncologici.

 

Nel 2019 l’asta aveva permesso di raggiungere la cifra record di 70mila euro, contribuendo a sostenere un sistema integrato di attività che hanno l'obiettivo di migliorare la qualità della vita dei malati e dei loro familiari assicurando sostegno, rispetto e dignità.

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La Salute prima di tutto. Fede, arte e tradizione, un rito collettivo da consumarsi a distanza
di Fabio Marzari   
lunedì 16 novembre 2020
ImageUn 21 novembre in tempo di Covid-19, in cui l’imperativo categorico è quello di evitare ogni forma di assembramento, perciò niente ponte votivo quest’anno, messa solenne del Patriarca a porte chiuse e con un numero assai ridotto di fedeli, candele consegnate agli addetti cerimonieri, seguendo una fila ordinata e soprattutto niente folla in chiesa e dintorni. Queste le regole fissate per festeggiare la Madonna della Salute in maniera sicura e ben distanziata; ai fedeli rimane la consolazione spirituale di una indulgenza plenaria papale che prevede a far data dal 19 novembre, che chiunque si rechi in una chiesa vicino alla propria abitazione, sia recluso in un carcere o sia ricoverato in una casa di cura e rinnovi i voti alla Madonna, godrà della stesa efficacia taumaturgica, come se avesse compiuto il pellegrinaggio alla Basilica veneziana.
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Il mistero della Basilica della Salute. Una storia alla Dan Brown
di Fabio Marzari   
lunedì 16 novembre 2020

ImageBaldassarre Longhena, nato a Venezia nel 1598 e morto nel 1682, apprese dal padre Melchisedec, un nome certamente riconducibile ad origini ebraiche, i segreti della cabala.
A voler scavare nel mistero di una Venezia dove gli intrighi, le passioni e i segreti erano usuali, si scoprono delle cose interessanti sulla storia della Basilica della Salute.

 

Misurando l’edificio sulle planimetrie e dal vivo, con l’unità di misura del tempo in cui venne costruita e cioè il piede veneziano, che corrisponde circa a 0,348m, si scoprono due numeri che ricorrono in maniera costante, l’8, gli ottagoni stessi che formano la  base della chiesa stanno a significare il concetto di rinascita, e l’11 con i suoi multipli. L’8 appartiene alla simbologia cristiana, la corona mistica della Vergine, la chiesa del Santo Sepolcro, la resurrezione e la vita eterna; come affermato da Agostino nelle Epistolae,  «[...] ut octavus primo concinat», ovvero il numero 8 era considerato come un ‘ritorno’ del numero 1 e quindi un simbolo di rigenerazione.

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La sfida di Baldassare
di Giandomenico Romanelli   
mercoledì 04 novembre 2015

ImageLa Basilica della Salute è di certo uno dei maggiori capolavori dell’architettura veneziana di tutti i tempi, pare addirittura superfluo rammentarlo.

 

Sia sotto il profilo del ‘disegno’, quindi del progetto e del linguaggio, sia sotto quello strutturale, essa si staglia nettamente al di là e al di sopra di altri esperimenti, di altre ricerche e soluzioni mai affrontate in città.

 

Ma essa non fu, come si sa, universalmente accolta in quanto tale e conobbe un lungo periodo di sfortuna critica, essendo eletta a simbolo della decadenza dell’arte edificatoria e del capriccio dopo gli splendori palladiani e messa a confronto – quasi un ‘negativo’ del ‘positivo’ del Redentore – a dimostrazione di un tale processo di decadenza e di degrado. Sarebbero dovuti passare molti anni e molte  riletture perché si tornasse a cogliere l’eccezionalità del manufatto.

 

Sulla scorta del grande Rudolf Wittkower, Massimo Gemin e Antonio Niero e, più di recente, Andrew Hopkins e Martina Frank, hanno via via ingaggiato con la Salute una sorta di battaglia intellettuale per la decifrazione di segni e simboli, quelli che si erano fin da subito aggrumati attorno alla gigantesca cupola, agli ‘orecchioni’ a spirale, alla inedita delineazione di quella che era stata pensata come una grande ‘corona’ mariana. Per svelare, infine, il codice misterioso sotteso al fantastico monumento.

 

Eppure anche il trionfo di Baldassare Longhena che della Salute fu l’ideatore e il realizzatore, ebbe a subire l’onta di uno scacco, per lui particolarmente doloroso e bruciante.

 

Dopo aver vinto il concorso per la Salute (i concorsi erano frequenti nelle cose d’arte veneziane e non erano esenti da intrallazzi e accordi extra-giudiziari, come si sa: basti pensare al Tintoretto attivo nella Scuola di San Rocco) infatti, Baldassare fu nettamente sconfitto nel concorso per il rifacimento della Punta della Dogana, cioè l’intervento che avrebbe concluso la profonda ristrutturazione di tutta quest’area cittadina.

 

Il concorso fu appannaggio di un oscuro ingegnere idraulico, Giuseppe Benoni, cui toccò il difficile compito di confrontarsi con il capolavoro di Longhena. Il risultato fu eccellente: egli accompagnò il digradare dimensionale dell’insula verso il Bacino di San Marco con una soluzione scenografica sospesa tra enfasi monumentale e sottile ironia e pose la statua della Fortuna ignuda come segnavento sopra la sfera dorata che ruba addirittura la scena alla statua della Vergine (lontana e difficilmente visibile sul cupolone longheniano).

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Dalla peste alla Salute. Una cronaca dell'Ottocento
di Redazioneweb2   
lunedì 20 novembre 2017

chiesadellasalute17.jpg Innoltravasi l’anno 1651, scorrevano i mesi ed il morbo continuava le stragi. Una dichiarazione giurata del medico Gio.Maria Zonca in data 26 marzo attesta la ferocia indomabile del morbo stesso, e la prodigiosa rapidità de’ suoi effetti, tanto veemente, per cui null’altro restava al medicante, che i neri cadaveri sui quali esercitar egli potesse qualche debole osservazione.

 

Nei mesi di febbraio e di marzo la mortalità sempre più cresceva, quantunque la pubblica vigilanza nessuna cosa lasciasse intentata per opporvi qualche barriera con ogni modo di riguardi e di espurgazioni.

 

Erano rigorosamente perseguitati coloro che ardivano commettere il menomo arbitrio o lo attentassero solamente. Il giorno 30 aprile, certo Giuseppe Dandolin e Marietta vedova dei Conti di Casal, scoperti ladri in case sequestrate, furono appesi alle forche nel campo di santo Stefano, per stataria sentenza dei Presidenti e Capi del Sestiere di s. Marco, dal che si deduce che a queste momentanee Magistrature, aveva accordate il Senato facoltà estesissime ed illimitate.

 

In mezzo alla generale iattura erano già stati scelti fra il numero dei Patrizi tre personaggi che alla esemplare pietà accoppiavano la migliore intelligenza in fatto di belle Arti. Essi furono Simeone Contarini Cavaliere e Procurator di s. Marco, Girolamo Soranzo fregiato delli medesimi onori, e Marco da Molin, i quali fino dal giorno 26 ottobre 1650 vennero incaricati di adoperarsi per la nuova Chiesa.

 

Scelsero questi uno spazio presso la punta della Dogana da mare, in luogo ove stavasi la Chiesa ed Ospizio della Trinità del Cavalieri Teutonici di Prussia, soliti a passare per questa città nel viaggio loro di Terra Santa. Ivi adeguate al suolo le antiche fabbriche e fatto sgombro dell’area, sorse poscia il magnifico Tempio che gareggia per colossale dimensione e per struttura fra i primi edifizi della Cristianità.

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