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MUSICA
Pink power! Electronicgirls festeggia il sesto anniversario con la release dell'album "Pleiadi"
di Redazioneweb   
giovedì 07 gennaio 2016

eg-2.jpgEra il 2010 quando, a Venezia, dall'incontro di alcune compositrici di musica elettronica ed elettroacustica, nasceva Electronicgirls, collettivo dedicato alla trasmissione della storia della musica elettronica al femminile, delle nuove proposte sonore e del concetto di una cultura tecnologica paritaria.


Oggi Electronicgirls è una netlabel indipendente, unica nel suo genere, votata alla sperimentazione elettronica con distribuzione web, che attenta ai problemi inerenti al diritto d'autore e consapevole dei nuovi canali di diffusione della cultura, ha scelto di rifiutare la tutela della S.I.A.E. e di licenziare le sue produzioni con Creative Commons: una posizione al limite tra provocazione e utopia che si pone in atteggiamento critico nei confronti dell'immobilismo del mercato discografico.

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Mai solo Lorenzo. Libertà e partecipazione…
di Katia Salviato   
giovedì 03 dicembre 2015

jovanotti.jpg«Grazie a tutti per queste notti fantastiche! Ce la possiamo fare!». È questo il messaggio rivolto alle oltre 400.000 persone che, la scorsa estate, hanno affollato le date del tour Lorenzo negli stadi. Riposare sugli allori, però, non è evidentemente il punto forte del cantante di Cortona, che dopo poche settimane di riposo ha iniziato ad affrontare una nuova serie di concerti, al chiuso stavolta. Il 19 novembre ha preso il via Lorenzo nei palazzi dello sport, che si concluderà solo nella seconda metà di gennaio.

 

Lo show, alla vigilia delle due date inaugurali di Rimini, si annuncia molto diverso da quello estivo: «Lo spettacolo invernale non sarà una riduzione di quello negli stadi. Farò qualcosa di diverso, adatto a quegli spazi, al fatto di essere addosso alla gente. Sto pensando a un momento acustico e non vorrei avere una scaletta rigida. Ho molta voglia di suonare e di stare col pubblico». E, riguardo alla sua squadra di collaboratori, ci tiene a precisare: «Ognuno in ogni settore (audio, band, luci, regia, costumi etc.) è al lavoro a mettere appunto il ‘mezzo’, poi lo guideremo insieme quando ci vedremo».

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Uomo vivo. Mai lo stesso Capossela
di Davide Carbone   
giovedì 03 dicembre 2015

capossela.jpgParole sussurrate a violini delicati che fanno da sottofondo e sfondo, assieme ad un pianoforte che come una ninnananna ti prende per mano e ti culla, ti abbraccia, ti fa sentire protetto e al riparo da ogni minaccia o disturbo proveniente dall’esterno di quel guscio che i suoni costruiscono. Melodie capaci di smuovere qualcosa all’altezza del petto, supportate da una voce bassa ma non roca che sembra trascinarsi stanca e invece procede implacabile, sorprendendoti a provare sensazioni che pensavi fossero esclusiva altrui. Poi, d’un tratto, poderose e graffianti note scandite da riff di chitarra introducono in scena un cantante tarantolato che si rende Minotauro della Barbagia indossando una maschera da Mamuthones e brandendo un campanaccio, maestro di cerimonia di un rito sciamanico che solo attraverso la musica riesce a farsi vagamente comprensibile e per questo motivo dannatamente affascinante.

 

Vinicio Capossela è tutto questo. Tutto e il contrario di tutto, prendere o lasciare.

 

E il pubblico in questi venticinque anni ha preso eccome, a piene mani, da un repertorio semplicemente più unico che raro, impossibile da ritrovare anche solo imitato in colleghi che ben volentieri si sarebbero accontentati di possedere anche solo un decimo della sua potenza espressiva di cantante, polistrumentista, compositore e scrittore.

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Non me lo so spiegare. Alla Zoppas Ferro raddoppia
di Katia Salviato   
giovedì 03 dicembre 2015

tizianoferro.jpgCi sono canzoni, anche le più insospettabili, che quando ti si ficcano in testa non ne escono più. Ti ritrovi a canticchiarle ovunque, nei momenti più disparati: al risveglio, sotto la doccia, mentre sbucci le patate, quando sei alla guida. In ogni caso è la fine: si piazzano comodamente in un angolo del tuo cervello, come un certosino sul suo cuscinone, e non si spostano manco se tiri secchiate d’acqua.
 Ci sono due canzoni che sortiscono su di me questo effetto, e sono entrambe di Tiziano Ferro.

 

Si tratta di Ed ero contentissimo e di Non me lo so spiegare. In effetti non mi so proprio spiegare perché, al netto dei miei abituali ascolti musicali, mi ritrovi in certi momenti a cantare con pathos «…solo che pensavo a quanto è inutile farneticare, credere di stare bene quando è inverno e te…», per concludere sfumando su un malinconico «na na na na na na». Oppure immaginare Amsterdam e la pioggia e la candela e il ricordo del ricordo, fino a supplicare coi pugni rivolti al cielo «Dio ancora, ancora, ancora». Lo faccio davvero. Giuro.


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Kepto in touch. È difficile, ma si può fare
di Lara Cavalli   
mercoledì 02 dicembre 2015

keptorchestra.jpgIl jazz non è solo musica. È filosofia di vita, esaltazione dell’individuo che diventa straordinario nella comunità. Il jazz è equilibrio, capacità di ascoltare per improvvisare, libertà desiderata dai discendenti degli schiavi afroamericani come dagli schiavi di una società capitalistica in cui l’esaltazione individuale è più importante dell’ensemble.

 

Mentre scrivo, ascolto il flicorno di Marco Tamburini in My life is now - we live the present perdendomi nella sua leggera, salata freschezza, nella pulizia del suono che non manca di poesia, nella precisione che non prende il sopravvento sul sentimento.

 

Il concerto del 6 dicembre al Candiani con la Keptorchestra ha un sapore tutto speciale, essenza del pensiero jazzistico: l’individuo che diventa comunità e la comunità che si fa solo ed unico suono.

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La lezione di Alvin. Un quotidiano elettronico
di D.C.   
giovedì 03 dicembre 2015

alvincurran.jpgUn’unità di misura in grado di quantificare il tasso di creatività, purtroppo o per fortuna, non esiste. Ma se in un futuro prossimo o meno dovessimo riuscire a mettere a punto uno strumento in grado di misurare questo tasso, Alvin Curran sarebbe capace di mettere a verbale un punteggio di sicuro stratosferico.

 

Padre della musica elettronica, tra i pionieri nella registrazione e nella messa in musica di suoni concreti della quotidianità e allievo di Elliott Carter, Curran arriva a Padova per un concerto il 14 dicembre che si fa momento culminante di un programma di attività chiamato SMUG Project e legato proprio allo sviluppo della creatività nell’interpretazione musicale, dedicato a tutti gli studenti del Conservatorio Pollini di Padova, sede del concerto.

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Go(u)ld collection. A Padova una signora del jazz
di Redazione   
mercoledì 02 dicembre 2015

rachelgouldgiorgioricci.jpgDiretta da Maurizio Camardi, la rassegna Storie di Jazz ha raggiunto quest’anno la quindicesima edizione, registrando la convinta ospitalità del Q Restaurant Lounge Bar di Padova e mettendo assieme un calendario che ci ha ormai abituati ad un efficace equilibrio fatto di grandi nomi della scena jazz e giovani virgulti decisi a diventare le leggende di domani.

 

Per un novembre che ha visto sotto i riflettori il mito Franco Cerri, chitarrista classe 1926 capace in carriera di lavorare con Django Reinhardt, Chet Baker e Billie Holiday, l’ultimo mese dell’anno porta nella città del Santo l’8 dicembre Rachel Gould, riconosciuta all’unanimità da musicisti e intenditori come un riferimento per il canto jazz a livello mondiale anche grazie alle collaborazioni con lo stesso Baker, Woody Herman, Dave Liebman e Sal Nistico.

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Note immortali. Storia di un interprete
di Marzio Fabi   
giovedì 03 dicembre 2015

johntaylor.jpgIl 9 gennaio al Teatro Eden di Treviso risuonano le note di John Taylor, uno dei più grandi pianisti contemporanei del jazz, scomparso lo scorso luglio dopo un grave malore accusato sul palco del Saveurs Jazz Festival de Segré. Una serata interamente dedicata alle sue musiche eseguite dai musicisti e amici con cui lui più amava collaborare negli anni recenti. Taylor, nato a Manchester nel 1942, si impose sulla scena jazzistica britannica sia come solista che in associazione con gli altri principali interpreti inglesi. Già dalla fine degli anni Sessanta collabora con John Surman, poi dagli anni Settanta con le cantanti Cleo Laine e Norma Winstone, che fu anche sua moglie, oltre che con Kenny Wheeler.

 

Negli anni Ottanta si aggiungono le partnership con Jan Garbarek, Enrico Rava, Gil Evans, Lee Konitz. Personalità schiva, ma musicista di grande intensità, pianista colto e sofisticato, univa a complesse frammentazioni ritmiche un linguaggio armonico di ammaliante ambiguità.

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Lirica 2.0. Il Volo atterra a Padova
di Elisa Tranfaglia   
giovedì 03 dicembre 2015

ilvolo.jpgÈ Padova Fiere ad ospitare il prossimo appuntamento live dell’acclamato trio Il Volo. Si tratta di una delle molte tappe che vede i tre tenorini impegnati in un tour, a partire dal nuovo anno, che coinvolge i Palasport delle maggiori città italiane. A farla da padrone è l’ampio repertorio di musiche di respiro internazionale contraddistinte da quello che potremmo definire il loro vero marchio di fabbrica: uno stile classic-pop accattivante dal gusto un po’ retrò, sublimato e reso unico da straordinarie doti canore.

 

Gianluca Ginoble, Piero Barone e Ignazio Boschetto ne hanno fatta di strada: il loro esordio artistico risale al 2009 quando partecipano al talent show di Rai Uno Ti lascio una canzone, da lì sono a calcare i palchi più celebri del mondo restituendo agli annali teatri sempre gremiti. Anche in casa nostra non mancano certo i riconoscimenti, con la vittoria all’ultimo Festival di Sanremo.

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Ci vuole orecchio. Polifonie alla Fondazione Cini
di Redazioneweb2   
mercoledì 02 dicembre 2015

coro_su_cuncordu_e_su_rosariu.jpgÈ dedicata alle Polifonie liturgiche e cerimoniali della Sardegna centrale la diciannovesima edizione di Polifonie in viva voce in programma il 3 dicembre sull'Isola di San Giorgio Maggiore. La nuova edizione di questo progetto di studio e ascolto dedicato al canto polifonico nelle varie culture, promosso dall’Istituto Interculturale di Studi Musicali Comparati della Fondazione Giorgio Cini, prevede un seminario sul tema delle polifonie liturgiche della Sardegna centrale dalle ore 16, a cui segue il concerto del coro Su Cuncordu e’ su Rosariu previsto per le 18.30, con ingresso consentito fino ad esaurimento posti.

 

Nella geografia musicale della Sardegna quasi ogni paese ha la propria specializzazione: Santu Lussurgiu in provincia di Oristano è il paese del cantu a cuncordu, una pratica musicale in cui le quattro parti coordinate cantano il testo, senza che vi siano “voci leader”. L’interazione tra le parti evoca, in un certo senso, l’immagine del dialogo musicale di un quartetto d’archi.

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Sentiti per voi | Style crossroads
di Alessia Obino   
martedì 01 dicembre 2015

ortiz_1.jpgIl concerto tenuto da Aruan Ortiz lo scorso 11 novembre presso il negozio di strumenti musicali Zin, in occasione della diciottesima edizione del Padova Jazz Festival con la direzione artistica di Gabriella Piccolo si delinea fin dalle prime note come un momento di raro spessore. Aruan Ortiz nasce a Santiago de Cuba, da sempre fucina di musicisti virtuosi, e si trasferisce nel 2008 a New York dove avvia un'intensa attività concertistica e didattica, oltre a realizzare ben 5 album pluridecorati dalla critica di settore.

 

L'esperienza newyorkese ha permesso al pianista di sviluppare ulteriormente il proprio linguaggio composito, frutto di solidi studi classici uniti ad una conoscenza enciclopedica di numerosi stili che vanno dalla tradizione afro cubana al bop e alla musica classica contemporanea. Di tale linguaggio ha dato testimonianza nel suo piano solo.

 

Il concerto si snoda nella forma della suite disegnando una struttura architettonica fatta di suoni, timbri, esplorazioni poliritmiche e indagini melodico-armoniche, in un gioco di rimandi che delineano il gusto e la cifra del compositore-pianista.

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Nuove tradizioni. Ca' Foscari e San Servolo, dialogo in jazz!
di Davide Carbone   
martedì 03 novembre 2015

shot6_025_pic_by_alex_troesch.jpgNewyorkese classe 1954, Tim Berne non è ‘semplicemente’ un sassofonista e un compositore jazz. In un universo musicale a cui star dietro è difficile, proteso verso un domani non scritto che bisogna intuire in anticipo rispetto al convenzionale scorrere del tempo, la sua musica si è sempre contraddistinta per riverberi soul e funk ben felici di accoppiarsi al free jazz più sapientemente spudorato. Ormai affezionato frequentatore del nostro paese, resta ancora negli occhi e nelle orecchie degli avventori un memorabile concerto del 2011 con il nostro ad aprire l’edizione della rassegna Ostinati! al Cinema Torresino di Padova assieme ad un gruppo che annoverava Oscar Noriega al clarinetto, Matt Mitchell al piano e Ches Smith alla batteria, quest’ultimo altrettanto valido rappresentante di una corrente artistica che annovera collaborazioni su collaborazioni.

 

Berne, che assieme a Nels Cline dei Wilco e al batterista Jim Black ha composto il fortunato gruppo BBC, arriva a Venezia per chiudere in grande stile il 20 novembre l’edizione 2015 del MusicaFoscari/San Servolo Jazz Fest nato dalla collaborazione tra l’Università Ca’ Foscari e San Servolo - Servizi Metropolitani di Venezia, per un’unione d’intenti, esperienze e progetti. Al Teatro Ca’ Foscari di Santa Marta Berne porta il nuovo ensemble Decay, un concentrato di talento e sperimentazione che vede ancora Ches Smith alla batteria, Ryan Ferreira alla chitarra e Michael Formanek al basso, unito a Berne da una telepatia musicale costruita in anni di collaborazione. Nei tre giorni precedenti alla loro esibizione, il terreno e le orecchie vengono preparate all’ascolto da una programmazione tutta a ingresso libero che si preoccupa di coniugare ricerca musicale, sperimentazione e innovazione grazie a personalità che in questo universo musicale danno ennesima riprova di starci a pieno titolo.

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Panoramic view. Se il jazz è trasgressivo
di Davide Carbone   
martedì 03 novembre 2015

kurtellingannawebber.jpgC’è un filo sottile quanto indistruttibile che attraversa l’Oceano Atlantico unendo Padova e New York. È un filo fatto di volti, voci, suoni, idee realizzate o solo timidamente abbozzate, un filo fatto di passato, presente e soprattutto futuro. Questo filo (logico) collega la città del Santo e lo Smalls Jazz Club di New York, autentico santuario musicale di quel magmatico universo jazz che ormai da diciott’anni colloca una sua convention in terra veneta, tra Hotel Plaza, Teatro Verdi e da alcuni anni allargando il discorso a tutti i locali padovani che ben volentieri decidono di farsi travolgere da incalzanti jam sessions in compagnia di mostri sacri o belle scoperte. Dal 9 al 14 novembre, con una gustosa anteprima andata in scena il 25 ottobre al Molino Stucky di Venezia in compagnia di Shai Maestro e del suo Trio, il pubblico si abbandona ad una consuetudine che non stanca mai, un viaggio che investe tutti i panorami possibili di un pianeta da esplorare attraverso la musica, le immagini, le parole cantate o stampate su carta.

 

Il Teatro Verdi è il principale centro propulsore di tutti gli impulsi che attraverso il Padova Jazz Festival scuotono la città, mentre l’Hotel Plaza durante tutta la durata della manifestazione è punto d’incontro per artisti della scena mainstream, con annessa programmazione che vede due concerti al giorno tenersi al civico 40 di Corso Milano, uno nel tardo pomeriggio e uno in prima serata.

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Ritmi urbani. Quando a suonare è la città
di D.P.   
martedì 03 novembre 2015

stomp.jpgFenomeno curioso, la routine. Nei ritmi frenetici che contraddistinguono il nostro quotidiano è praticamente impossibile isolarne uno, i rumori si sovrappongono a creare un baccano indistinguibile difficile da sopportare, che nemmeno lontanamente ci sogneremmo di definire “musica”. Luke Cresswell e Steve McNicholas a Brighton, nel 1991, non si devono essere sentiti necessariamente d’accordo con l’inciso iniziale, per fortuna.

 

Perché proprio dalla loro lungimiranza e controtendenza nacque Stomp, lo spettacolo capace di travolgere con il proprio successo il teatro, la danza, la musica e il concetto stesso di ‘performance’, utilizzando come strumenti delle proprie musiche oggetti della quotidianità come coperchi, bidoni, mazze, lavandini, pneumatici e scope.

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Canto libera. Sfumature di Malika
di Redazioneweb2   
martedì 03 novembre 2015

malikaayane.jpgDi recente, a Verona, per me è arrivata una conferma. La conferma di come Malika Ayane appartenga a quella schiera di artisti che fanno il salto e diventano “interpreti”. Coinvolta da De Gregori nel concerto-evento dell’Arena per festeggiare il quarantesimo anniversario della pubblicazione di Rimmel, il pubblico ha potuto godere della compagnia di Malika nell’affrontare due canzoni del Principe, Piccola mela e Pezzi di vetro, quest’ultimo brano eseguito dalla cantante milanese anche al violoncello, in una versione tanto delicata quanto indimenticabile.

 

Il 16 novembre a Udine il suo Naif Tour ce la consegna accompagnata da una super orchestra composta da 11 elementi e fresca di Disco d’Oro per Adesso e qui (Nostalgico presente), canzone che per raffinatezza sfugge volentieri allo status di mero “tormentone radiofonico”  e si aggiunge a brani come Ricomincio da qui e Come foglie, di certo compresi nella scaletta della serata.

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Origine garantita. A Padova Sangiorgi e soci
di Katia Salviato   
martedì 03 novembre 2015

pierluigibalzarini8.jpgIl Negroamaro è un vino salentino dall’intenso colore rosso rubino, con riflessi quasi neri. Il suo profumo intenso richiama sentori di frutti rossi, il sapore è leggermente amarognolo ma pieno, asciutto e rotondo. Un vino che rimanda al calore, al sole, ma anche alle asperità della terra da cui proviene, quello scorcio di Puglia caratterizzato dal verde degli ulivi, dal turchese del mare e dalle rocce stratificate che vi si tuffano, dai sapori forti di una cucina che fa degli ingredienti poveri il proprio punto di forza, in pieno contrasto col barocco delle splendide architetture urbane.


 

“Barocca” si potrebbe definire anche la voce di Giuliano Sangiorgi, cantante e frontman dei Negramaro, gruppo ormai sulla cresta dell’onda da una decina d’anni e che ha scelto di prendere il nome del vitigno salentino perché dolce-amari sono i sapori delle loro canzoni. La formazione è sempre la stessa dagli esordi, sintomo del grande affiatamento e dell’amicizia che lega i sei componenti della band.

 

 

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Esperanza, quanto basta. Equilibrato melting pot
di Daniele Pennacchi   
martedì 03 novembre 2015

esperanzaspaldingdavidtrucotte.jpgEsperanza Emily Spalding nasce a Portland, in Oregon, il 18 ottobre del 1984, in un ghetto da lei stessa definito “piuttosto malfamato”. Fin dall’infanzia la protagonista di questa nostra storia sembra destinata a vedere le proprie origini come risultato di diverse componenti: americana da parte di padre; ispaniche, gallesi e africane da parte di madre.

 

È uno scenario eterogeneo che si riflette anche in ambito musicale, esprimendosi attraverso oboe, chitarra, contrabbasso e violino, facendola conoscere al mondo a partire dal febbraio 2011, quando il suo disco Chamber Music Society si aggiudica il Grammy come miglior artista esordiente, seguito nel 2012 dal successo di Radio Music Society, album che la vede collaborare con pezzi da novanta come Joe Lovano e Jack DeJohnette.

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Sentiti per voi | Jazz brothers
di Lara Cavalli   
giovedì 12 novembre 2015

img_2875.jpgItamar Borochov è salito per la prima volta sul palco del Panic Jazz Club di Marostica ieri sera. Elegante nella sua giacca nera, un po’ vintage con quel ferma cravatte argentato, autoironico con un paio di sneakers consumate. Compositore, arrangiatore e trombettista israeliano, nato nel 1984 in una famiglia di musicisti, è cresciuto a Giaffa, città simbolo, antichissimo porto commerciale e oggi finestra sul mare, di cui Borochov ha assorbito i suoni meravigliosi e il profumo di arance e pompelmi che ha saputo poi trasformare in musica.

 

La tromba di Itamar profuma di agrumi, il suo suono ha i colori intensi del Shuk Hapishpishim e si incastra perfettamente in questo progetto israelo-statunitense che lo vede accompagnato dal fratello Avri al contrabbasso, da Michael King al pianoforte e da Jay Sawyer alla batteria. Considerato una delle grandi promesse del jazz mondiale, il trombettista ci stupisce non suonando nemmeno uno dei brani del suo album di esordio Outset, piccolo capolavoro, ma presentando il repertorio che comporrà il nuovo lavoro la cui uscita è prevista per il prossimo settembre.

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Sentiti per voi | Esperanza Spalding, l’extraterrestre
di Lara Cavalli   
giovedì 12 novembre 2015

img_2855.jpg[Recensione] Sono le 02:32 e non riesco a dormire. Potessi farlo senza essere picchiata dai miei vicini o portata in caserma, mi metterei a cantare, suonerei il mio sassofono più forte che posso, salterei, ballerei, urlerei, talmente tanta è l’elettricità che mi anima questa notte. Qualcuno la potrebbe chiamare insonnia, altri pazzia, incendio ormonale. Niente di tutto questo, signori miei, trattasi di "Esperanza Spalding effect".  Lo spettacolo che è andato in scena al Gran Teatro Geox di Padova è stato un assoluto, incredibile, lunghissimo orgasmo per apparati uditivi. Un orgasmo iniziato con la prima nota e perpetuatosi per più di un’ora e mezza senza pause, senza periodo refrattario, incredula gioia al poter quasi toccare questa ‘cosa’ stupendamente nuova, questa creatività viva, come se per la prima volta l’energia si vestisse di qualcosa che non è luce. Il genio di Esperanza Spalding è uscito dalla lampada questa notte e ci ha sommersi di groove, lasciando tutti noi (tra cui moltissimi musicisti di fama nazionale e internazionale accorsi ad acclamarla) senza fiato.

 

Alla precisione del dialogo tra basso, chitarra e batteria, alla quasi perfezione del cantato corale e dei vocalizzi, si aggiunge una fantasia compositiva paragonabile solo al Prince di Purple Rain o ai Police di Synchronicity II. Quello che la Spalding riesce a produrre con voce, basso e una personalità elegantemente ingombrante, poi, è quasi una visione. La scaletta del concerto niente ha avuto a che fare con Esperanza. Ci siamo trovati di fronte ad Emily (secondo nome e alter ego della bassista) e alla sua incredibile voglia di mostrare dove la musica possa ancora arrivare. In un concerto privo di strumenti acustici, denso nelle progressioni, nelle costruzioni vocali che la Spalding mette in scena con Corey King ed Emily Elbert, e nelle ampie, aggressive conversazioni strumentali tra i suoi due bassi Fender Jazz e South Paw 5, le chitarre di Matt Stevens e la superba batteria di Justin Tyson, l’enfant prodige del jazz riesce a mantenere l’equilibrio sul palco, spingendo la band a raggiungere, insieme, un livello ancora superiore. Intelligente e acuta la bassista di Portland ha costruito uno spettacolo completo ed esaltante, mix di teatro, proclami e cantato rock style che diventa subito necessità, desiderio, bisogno di averne ancora.

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Sentiti per voi | Il jazz è donna
di Lara Cavalli   
giovedì 12 novembre 2015

obino.jpg[Recensione] Alessia Obino è del segno dello Scorpione. Non serve leggere la sua biografia per venirne a conoscenza. La voce di questa straordinaria cantante e compositrice, che ha collaborato con musicisti del calibro di Markus Stockhausen, Javier Girotto, Peter Churchill e Gilad Atzmon incarna tutte le caratteristiche del proprio segno zodiacale: sensuale e scura, potente, malinconica e osservatrice. Sì, esatto, “osservatrice”. E lo affermo con la consapevolezza di chi, durante il concerto di Alessia Obino Cordas andato in scena il 7 novembre scorso all’Auditorium Tom Benetollo dello Spazio Gershwin a Padova, ne ha avuto l’immediata certezza.

 

Deep Changes, l’album la cui uscita è prevista tra qualche settimana e che questi lives promuovono, si muove nel territorio della tradizione che va dal Dixieland ai classici di Hoagy Carmichael, Kurt Weill e Duke Ellington, senza tuttavia disdegnare incursioni nell’ambito delle composizioni originali. La musica segue una rotta non lineare riproponendo differenti stili fatti di melodie cantabili, influenze e citazioni del passato, in un jazz “di repertorio” che intreccia ricerche filologiche ed esigenze individuali.

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