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MUSICA
Ad alta voce. L’Hydrogen parte col botto
di Laura Spadari   
mercoledì 03 giugno 2015

onerepublic.jpg«I lived»: la voce di Ryan Tedder intona questo ritornello per accompagnare lo spot di una nota casa automobilistica. Questo brano, estratto dall’album Native, sta facendo spopolare gli americani OneRepublic anche nelle radio italiane. Seppur non nuovi alle collaborazioni pubblicitarie, i nostri non sono affatto un gruppo dalle scontate melodie pop, piuttosto una solida rock band che viene da anni di gavetta e che ha affinato un sound altamente emozionale che oggi li pone sulla stessa linea di fuoco di Coldplay e Maroon 5.

 

Sin dal singolo d’esordio Apologize del 2007, giunto al numero uno nelle classifiche di sedici Paesi, il loro successo non ha conosciuto flessioni, consolidandosi attraverso tre ottimi album e confermando il talento compositivo del giovane frontman, già coautore di successo per brani di altri artisti famosi come Bleeding Love di Leona Lewis e Halo di Beyoncè.

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Don’t miss the Kiss! Gene Simmons e soci a Verona
di Alberto Zava   
mercoledì 03 giugno 2015

kiss.jpgRitornando con la memoria e con i vinili all’inizio degli anni Settanta, il nome dei Wicked Lester suonerà probabilmente vuoto ai più, ma per i fans dei Kiss rappresenta di fatto l’inizio di una delle più grandiose e appariscenti leggende del rock. Tra il 1972 e il 1974 Paul Stanley e Gene Simmons gettano le basi per un’intera vita sul palco, che, ben quarant’anni e passa più tardi, torna a dare ancora oggi prova di ineffabile brillantezza nella prestigiosa cornice dell’Arena di Verona il prossimo 11 giugno.

 

Nel semplice passaggio da una formazione all’altra non avviene solo un cambio di nome (da Wicked Lester a Kiss), ma si concretizzano le fulminanti idee di una carriera leggendaria: Stanley e Simmons definiscono il suono vincente, un rock più hard per l’epoca ma con chiare inflessioni rock’n roll (perfettamente apprezzabili in brani come Strutter, Rock and Roll All Nite, I was Made for Lovin’ You); completano la formazione, ispirandosi nientemeno che ai Beatles (perlomeno nel concetto se non nel suono: quattro veri frontman ciascuno con la propria personalità e dimensione artistica in evidenza); per dare maggiore definizione al ruolo di ciascuno, decidono infine, ispirandosi al teatro Kabuki, che ognuno si sarebbe dipinto in faccia, su base bianca, ciò che più lo caratterizzava.

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C’era una svolta. La rivoluzione elettrica di Mumford
di F.D.S.   
mercoledì 03 giugno 2015

mumford.jpgDa un po’ di anni, uno dei criteri del livello di visibilità e di fama dei gruppi rock è il partner sentimentale del rispettivo leader: se si tratta di una giovane attrice che ha recitato in film di rilievo, allora si può tranquillamente affermare che il gruppo è destinato ad un successo più o meno duraturo. È il caso del gruppo inglese Mumford & Sons, il cui leader, Marcus Mumford, è sposato con Carey Mulligan, la bravissima attrice di Shame e di A proposito di Davis. Con i primi due dischi, Sigh No More del 2009 e Babel del 2012, sono arrivati al numero uno delle classifiche di mezzo mondo, suonando una musica che, nonostante le loro origini londinesi, sembra proprio un neo-folk di matrice revivalista nord-americana, veloce e ritmato, fatto di chitarre acustiche, banjo e contrabbasso.

 

Niente di particolarmente nuovo, certo, ma comunque una musica che riscaldava il cuore e faceva tendere i muscoli, alternando anthem dall’andamento marziale, sostenuti dalla voce un po’ spiegazzata di Marcus Mumford, a ballads nervose e catartiche.

 

Usiamo l’imperfetto perchè nel loro ultimo disco, uscito a maggio di quest’anno, Wilder Mind, i M&S si sono elettrificati, «they plugged in», come ha scritto Rolling Stone. Questo terzo disco del quartetto londinese non ha nulla a che vedere con le sonorità degli album precedenti, quelle che li avevano resi unici; il loro sound attuale rimanda a band come The National, Coldplay e Snow Patrol.

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Hearing forward. Pillole di estate 2015
di Davide Carbone   
mercoledì 03 giugno 2015

metallica.jpgCi risiamo, per fortuna. Si ripete, instancabile e sempre diverso nella propria ciclicità, il rito che vede l’estate consacrata alla musica, un fenomeno vecchio probabilmente come la storia dell’uomo che vede coincidere la bella stagione con la voglia di mettere la testa fuori dal guscio, incontrarsi in grandi spazi aperti e condividere suoni, parole, emozioni. L’estate 2015 ha il difficile compito di dimostrarsi all’altezza di ricordi freschissimi, come i Rolling Stones al Circo Massimo, i Pearl Jam a San Siro o gli Arcade Fire a Villafranca di Verona.

 

E state pur certi che i propositi per un’altra estate da incorniciare ci sono tutti e a tutte le latitudini, gravitando tra i centri urbani maggiori per solide conferme o spulciando le periferie della Penisola in cerca di piccoli scrigni acustici capaci di rivelare gemme sonore nascoste e per questo motivo ancora più preziose.

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Buon sangue. A Trieste il fenomeno Nutini
di Daniele Pennacchi   
mercoledì 03 giugno 2015

nutini.jpgChe nelle sue vene scorra qualcosa di italiano, lo si intuisce ben presto dal nome. Attenzione però, perché Paolo Nutini, nato nella scozzese Paisley il 9 gennaio 1987 da mamma britannica e padre di origini toscane, si potrebbe tranquillamente definire ‘cittadino del mondo’ e non solo dal punto di vista musicale. Indirizzato verso la musica fin da bambino, il nostro dimostra da subito di essere una scommessa da provare a vincere, con i consigli del suo insegnante di canto che si dimostrano assai preziosi nel percorso di formazione della sua tecnica vocale.

 

L’estate scorsa è stato protagonista dei principali festival musicali europei (Glastonbury, BBC Big Weekend, Pinkpop, T in the Park), in autunno ha invece continuato il tour in tutte le arene più importanti del mondo, regalando a Milano e a Piazzola sul Brenta concerti rimasti bene impressi negli occhi e nelle orecchie dell’uditorio.

 

 

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Adesso, qui. Passaggi musicali obbligati
di Daniele Pennacchi   
giovedì 28 maggio 2015

asafavidan.jpgDovrebbe essere la norma, ma capita assai raramente di entrare in contatto con un musicista che decida di consacrare la propria carriera alla coerenza. Tanto, troppo spesso assistiamo ad esibizioni di artisti ‘costruiti a tavolino’, copie di copie, interessati al favore del pubblico solo in termini di tornaconto personale ed economico.

 

Il Rumors di Verona sembra aver fatto proprio della coerenza l’aspetto discriminante nella scelta delle personalità da coinvolgere: già l’anno scorso Anna Calvi e Vinicio Capossela avevano dato un’idea ben precisa di quello che gli spettatori si sarebbero potuti aspettare anche negli anni a venire, proposito che quest’anno gli ospiti confermano in tutto e per tutto, rendendo la manifestazione del Teatro Romano unica nel panorama nazionale.

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Eterno stupore. Lorenzo apre l'estate di Padova
di Katia Salviato   
giovedì 28 maggio 2015

jovanotti_1.jpg«La mia è sempre di più la lingua dei viaggiatori e chi decide di ascoltarmi deve sapere che io sono uno che racconta mondi che ha visto e mondi che vuole vedere, e che non conosco a fondo la lingua del posto, la lingua degli stanziali, strimpello strumenti e parlo male diverse lingue e di volta in volta ho bisogno di musicisti e di interpreti per metter su le tende nel luogo e restare finché non mi riprende il senso di irrequietezza che mi porta a fare di nuovo i bagagli e partire».
Questo scrive Lorenzo Cherubini, meglio conosciuto come Jovanotti, nel suo libro-racconto di viaggio Il Grande Boh!. Una descrizione che gli corrisponde perfettamente: Jovanotti non è un virtuoso della voce o di qualche strumento, e non è nemmeno uno scrittore, pur essendosi raccontato nelle pagine di più di un libro.

 

È ‘solo’ un ragazzone di quasi cinquant’anni e di un metro e 93, un ragazzone dagli occhi che brillano e che ama affidare il suo cuore e le sue riflessioni alla musica e, attraverso questa, alla tribù che balla ai suoi concerti.

 

Vederlo saltellare sul palco con la sua energia infinita, accompagnato dai musicisti che lo seguono ormai da anni, il fido Saturnino in prima fila, è un vero spettacolo: non so se il più grande dopo il Big Bang, ma comunque un concentrato di pura vitalità e di voglia di divertirsi e divertire. «Io sono come mi si vede sul palco, chi sale in scena comunica alla gente quello che è, nell’arte in generale ma soprattutto nella musica - racconta in un’intervista - ci sono artisti che hanno creato questo tipo di rapporto con il pubblico, penso a Adriano Celentano, Gianni Morandi, Bruce Springsteen. C’è un aggettivo che usa Celentano che mi sembra spieghi bene quello che voglio dire: forte. Ecco, Celentano è forte, Springsteen è forte, non è questione di bravura. Mi piacerebbe essere davvero forte».

 

 

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Sounds and visions. Art rocks!
di F.D.S.   
lunedì 04 maggio 2015

hugoglendinning.jpgRock e arte non sono mai andati particolarmente d’accordo. A parte qualche raro momento di esplorazione da parte di musicisti rock di una dimensione iconica ed estetica destinata ad accompagnare la propria musica (i primi che mi vengono in mente sono gli U2 del periodo Zooropa, più di vent’anni fa, con la collaborazione di Brian Eno), gli artisti e i gruppi che hanno davvero tentato di costruire un’integrazione tra musica e arte sono davvero pochi; Brian Eno, appunto, e i Tuxedomoon, che negli anni ‘80 sperimentarono la prima vera (l’unica?) integrazione tra le varie discipline artistiche, senza barriere nè condizionamenti.

 

Ben venga allora il macro-tema che, in occasione della settimana inaugurale della 56. Biennale Arte di Venezia, viene proposto in città con due progetti convergenti nei fini: quello di esplorare il rapporto tra musica e arte, e di verificare se, dimenticate le orge oramai lontanissime del rock machista o del parossismo sonico ai limiti della corporeità fisica, le due dimensioni siano in grado di produrre percorsi effettivi di condivisione degli obiettivi.

 

Il primo riguarda il programma del Teatrino di Palazzo Grassi che presenta, dal 7 al 9 maggio, The Venetian Blinds. Artist-Run Bands, primo festival musicale internazionale interamente dedicato a gruppi rock fondati da artisti visivi, realizzato in collaborazione con Palazzo Grassi - Punta della Dogana, il centro d’arte contemporanea Le Consortium di Digione e Silencio di Parigi.

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Avanti, con stile. La sicurezza di una garanzia
di Massimo Macaluso   
lunedì 04 maggio 2015

degregori.jpgAmmetto di essere indissolubilmente legato ai primi lavori del Principe. Quelli degli anni '70, per intenderci. Dischi (prima della digitalizzazione si chiamavano così) come Rimmel, Titanic, Bufalo Bill, con le loro atmosfere rarefatte e indimenticabili, restano pietre miliari nella storia della musica italiana, non solo per quelli della mia generazione. É difficile mantenersi per tutta la carriera a quei vertici di ispirazione, c’è riuscito solo uno, forse il più grande, mai troppo rimpianto, quel Faber che scrisse poco prima di morire forse la sua opera più bella, Anime salve.

 

Francesco De Gregori è stato veramente bravo in tutti questi anni a cercare e trovare in altre sonorità una degna prosecuzione della propria carriera, riuscendo comunque ancora a stupire, arrangiando e stravolgendo ogni sera in concerto in modo diverso i pezzi più amati, in modo da renderli spesso irriconoscibili e proponendone di nuovi che comunque hanno sempre mantenuto quel tocco vintage, quella dolce e a volte compiaciuta malinconia da sempre cifra della sua musica.

 

Un po’ come il vecchio pirata di Duluth, Robert Allen Zimmerman in arte Bob Dylan, con cui musicalmente ha flirtato fin dall'inizio della carriera, e di cui ha anche fatto una bellissima cover di If You See Her Say Hello.

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La loro Africa. Suoni da un Continente
di Laura Spadari   
lunedì 04 maggio 2015

candianigroove.jpgAnche a maggio Candiani Groove promette più che bene, con un programma in grado di pescare a piene mani nella musica di paesi africani come Mali e Senegal. Per quattro serate di maggio, una più suggestiva dell’altra, il Candiani offre un’opportunità di indiscutibile qualità ai fans della world music, agli appassionati di musica ‘colta’ in generale, ma anche a chi è semplicemente curioso o desideroso di espandere i propri orizzonti musicali.

 

Il 7 maggio l’attento pubblico mestrino può lasciarsi incantare dalla kora di Kaw “Dialy Mady” Sissoko, affermato musicista senegalese dell’Orchestra di Piazza Vittorio già protagonista di prestigiose collaborazioni (Paolo Fresu, Mory Kantè, Fiorella Mannoia, per citarne alcune). Sabato 16 maggio è la volta del trio di Boubacar Traore, vera star internazionale che, con il soprannome di KarKar, a 73 anni incarna l’essenza del blues del Mali, suo paese d’origine in cui è praticamente una leggenda vivente.

 

Il 20 tocca all’ammaliante jazz del chitarrista siciliano Domenico Caliri, che presenta l’acclamatissimo album Camera Lirica, accompagnato da un’orchestra di tredici elementi.

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Venti, di passione. Vicenza ombelico jazz
di Davide Carbone   
lunedì 04 maggio 2015

gregoryporter.jpgStare in equilibrio sul sottile, impercettibile filo che lega e assieme distingue tradizione passata ed esiti futuri dell’universo jazz, ipotizzabili o già delineati. Difficile immaginare qualcosa di più affascinante, complicato ma assieme gratificante, soprattutto quando la missione viene affrontata a mente aperta, libera da preconcetti, pronta all’assorbimento culturale e musicale. Fondato e diretto da Riccardo Brazzale, il Festival Jazz di Vicenza arrivato alla ventesima edizione fa esattamente di questo atteggiamento un proprio indiscutibile punto di forza, appuntamento ormai di punta nel calendario delle manifestazioni nazionali ed europee di genere, occasione per fare il punto sullo stato di salute del panorama contemporaneo in continuo, magmatico divenire.

 

I nomi in cartellone, ancora una volta, da brividi: Jan Garbarek e Trilok Gurtu, Paolo Fresu con Richard Galliano e Jan Lundgren, Maria Schneider con Fabrizio Bosso, Arturo Sandoval, Gregory Porter e Mary Halvorson sono in tutto e per tutto le persone giuste al posto giusto, ognuno capace di arricchire la manifestazione della propria cifra stilistica e rendere la convention musicale semplicemente irripetibile.

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Music pills. In breve, in giro... | Maggio
di Davide Carbone   
lunedì 04 maggio 2015

irenegrandi.jpg

IRENE GRANDI

È sulle sonorità calde e raffinate della voce della cantautrice fiorentina che cade la scelta di Note Italiane per chiudere la propria edizione 2015, come di consueto ospitata dal Toniolo. Fresca di Sanremo con la sua Un vento senza nome, Irene Grandi porta in tour l’album omonimo pubblicato lo scorso 12 febbraio, 11 tracce inedite che consegnano al pubblico un’artista dalla maturità espressiva nuova ma allo stesso tempo coerente, capace di non deludere i fan di vecchia data e guadagnare nuovi ‘adepti’, tutti convocati a Mestre il 15 maggio per un concerto che si preannuncia da godere fino all’ultima nota.

15 maggio Teatro Toniolo-Mestre | www.dalvivoeventi.it

 

bollani.jpg

 

STEFANO BOLLANI
A Treviso Stefano Bollani si presenta con un raffinato e ben calibrato mix di musica brasiliana e sonorità anni ’40, legate assieme da un filo logico fatto di sperimentazione intelligente. Portatore sano di un jazz che è soprattutto condivisione, il pianista milanese partecipa ad un’iniziativa dedicata alla Fondazione Radio Magica Onlus, impegnata in un importantissimo progetto educativo e culturale per l’infanzia. Bollani ha incontrato Radio Magica nel 2010, quando il progetto era soltanto un’idea, seguendone poi con entusiasmo l’evoluzione.
16 maggio Teatro Comunale-Treviso | www.teatrispa.it

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Right Groove. A Mestre, variazioni su tema
di Katia Salviato   
giovedì 26 marzo 2015

chavez_1.jpgLa manifestazione Candiani Groove propone, per il mese di aprile, un viaggio musicale in tre tappe notevolmente variegato. Tre artisti, tre stili, tre suggestioni diversissime tra loro, tre esperienze d’ascolto uniche. Vediamole una per una.

 

2 aprile. Europa. Portogallo. Frankie Chavez.


Portogallo, terra di confine e di contrasti in cui si respira un’aria di possibilità ad ampio raggio. Forse perché i venti dell’Atlantico che spazzano le coste mettono le ali alla voglia di libertà, o perché le alte scogliere costituiscono un buon punto d’osservazione sul mondo circostante. O per i colori di prateria bruciata, i vigneti carichi di grappoli che riempiranno le cantine di vinho tinto, i villaggi colorati dei pescatori. Le canzoni di Chavez, in equilibrio tra blues, folk e rock come un surfista sulla sua tavola, comprendono tutto questo: attraverso accordi e arpeggi ricchi di energia ma anche di quei toni nostalgici e sognanti tipici del fado, l’aria si riempie di profumi di salsedine e del calore del fuoco.

 

Ascoltare Heart and spine, ultimo album del cantante lusitano, è come starsene seduti in cerchio davanti a un falò sulla spiaggia, al tramonto, bevendo una birra fresca e lasciandosi cullare dai raggi bassi del sole.

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Sarà una notte in Italia. Petra Magoni e Branduardi al Toniolo
di Davide Carbone   
giovedì 26 marzo 2015

musicanuda.jpgIl viaggio in musica del Toniolo di Mestre prosegue, in aprile la rassegna Note Italiane propone all’uditorio ben due appuntamenti con protagonisti della scena musicale contemporanea. Il 12 del mese sul palco di Mestre arrivano la voce camaleontica di Petra Magoni e il sempre eclettico contrabbasso di Ferruccio Spinetti, per un concerto che promette di confermare l’altissimo standard qualitativo a cui il duo ha piacevolmente abituato il grande pubblico.

 

Pubblico che li conosce con il nome di Musica Nuda e che già in passato a Venezia come nel resto d’Italia ha potuto apprezzare esibizioni difficili da catalogare ma altrettanto facili da mantenere nei ricordi più cari di esperienze musicali godute dal vivo. Il 21 aprile ecco inserirsi nel programma della manifestazione una delle capigliature più evocative della storia della musica italiana, quell’Angelo Branduardi che sotto una cascata di ricci ha fin dagli esordi musicali dimostrato di avere un cervello pieno zeppo di idee chiarissime e intuizioni illuminanti.

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Flute Wizard. Al Geox la leggenda Jethro Tull
di Massimo Macaluso   
giovedì 26 marzo 2015

iananderson.jpgNegli ultimi mesi del 1967, quattro capelloni di belle speranze si ritrovarono a Luton, cittadina del Bedfordshire, nel sud dell'Inghilterra. I talenti genuini e ben poco accademici di Ian Anderson, Mick Abrahams, Glenn Cornick e Clive Bunker timidamente si unirono per dar vita alla formazione originale dei Jethro Tull. Ed era il 1968 quando sulla scena del rock esce l'album This Was, dove il leader, Ian Anderson, invece di suonare la chitarra o le tastiere, utilizzava il flauto per dare colore a un suono proveniente dal blues con qualche innesto jazz e rock. Una miscela esplosiva quanto affascinante.

 

Ian Anderson, compositore della maggior parte dei brani, con il passare degli anni avrebbe consolidato la sua posizione all'interno del gruppo scrivendo una serie di successi che hanno fatto la storia del rock (Aqualung, Thick as a Brick e Songs from the Wood, tanto per fare alcuni nomi) e vendendo milioni di dischi in tutto il mondo.

 

In breve tempo (come scorrevano veloci quegli anni...) i quattro giovanotti di belle speranze, capeggiati dal folletto col flauto che zompettava sul palco regalando emozioni, si ritagliarono un posto importante nel panorama del progressive, pur avendo a che fare con mostri sacri come Genesis, Led Zeppelin, King Crimson. Sicuramente favoriti in questo dall'estrema trasversalità di genere della loro musica, che spaziava dal rock etnico al blues, dal folk al sinfonico.

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La passione di Carmen. Musica di testa, cuore e coraggio
di Katia Salviato   
mercoledì 01 aprile 2015

consoli.jpgPer niente stanca, ha ripreso ad imbracciare la chitarra in compagnia della quale, dopo cinque anni di silenzio e un figlio, si appresta a tornare sul palco. La Cantantessa ha da poco pubblicato il suo ultimo album, L’abitudine di tornare, dieci canzoni dalle atmosfere malinconiche ma anche speranzose, e dai temi a volte intimisti a volte estremamente attuali. Racconta di mafia e di Palermo - Esercito silente - di amori omosessuali - Ottobre - di sbarchi di migranti - La notte più lunga.

 

E lo fa con una voce «piena di dolore, compassione e forza», secondo il New York Times, che aggiunge: «I testi delle sue canzoni sono immaginifici e trascendono vari livelli di comunicazione. Sia che canti di storia, di mito o di vicende personali, la Consoli è sempre estremamente appassionata».

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Viaggi e miraggi. L'eterna alchimia del grande astigiano
di Lara Cavalli   
giovedì 26 marzo 2015

paoloconte.jpgSe non avete ancora ascoltato Snob di Paolo Conte fatelo adesso, fatelo subito. Mettete su un buon caffè, annusate l’aria della vostra cucina mentre si impregna di quell’aroma così familiare ed esotico, e lasciate che la sua voce vi racconti. Potete chiudere gli occhi, sarà un viaggio bellissimo, forse un sogno, un tratteggio di china blu. Andiamo. La strada davanti a casa. L’aria della sera è frizzante, c'è l’atmosfera di quando eravamo bambini e con la giacca a vento aperta e le guance rosse ce ne andavamo in giro per il quartiere. La vita è così dolce se guardata dalle finestre illuminate di un salotto.

 

Qualcuno si bacia, qualcuno conversa, altri ballano un tango. Sopra i comò, le fotografie. Vecchie figure con valigie di cartone, la nave sullo sfondo, amore e occhi stanchi. Una testa ciondola, malinconica risata, ricordando i racconti di quella terra tropicale. Investiti dal flash di una macchina fotografica, ci rivedremo con lo zaino in spalla, e un frasario straniero tra le mani, nel disperato tentativo di comunicare.

 

Bei ricordi. Non fosse per quel magone, per quell’amore che ancora ci sta facendo male. Ma l’amore è anche quello, ci chiede di essere fragili per viverlo e orgogliosi per sopravvivere ai suoi tormenti. Fragili come le note alte del pianoforte, orgogliosi come il sussurro dell’Avvocato di Asti.

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Come l’aria. La nuova tradizione di Galliano
di Laura Spadari   
giovedì 26 marzo 2015

richardgalliano.jpgQuando si dice “tango”, si dice “Astor Piazzolla”. Quando si dice “Piazzolla”, si dice “fisarmonica”. E spesso quando si dice “fisarmonica”, molti nel mondo pensano all’Italia. È proprio dal nostro Paese che è infatti emigrata la famiglia di Piazzolla, esportando in Argentina quel suono che il figlio Astor ha sviluppato e trasformato in un simbolo dell’identità nazionale. È proprio quello stesso suono che ha portato Richard Galliano, figlio di un fisarmonicista italiano ma francese di nascita a imboccare in giovane età un percorso di innovazione e assoluto pregio nel panorama jazz internazionale, dove la sua fisarmonica ha rivendicato da subito il ruolo di strumento protagonista al pari delle trombe e dei sassofoni dei grandi nomi.

 

Nell’arco della sua lunga carriera Galliano ha inciso dischi con il leggendario Chet Baker, ha collaborato con artisti come Charles Aznavour, Jan Garbarek, Michel Petrucciani, Juliette Greco, Ron Carter, Enrico Rava, Paolo Fresu e altri, e ha dedicato a Piazzolla l'album Piazzolla Forever, manifestando così la sua assoluta devozione per quel suo imprescindibile punto di riferimento.

 

Diventato l’alfiere della “new musette”, Galliano ha rivitalizzato una tradizione francese fatta di struggenti ballate per fisarmonica, sound che oggi gode di una rinnovata attenzione da parte della scena musicale internazionale.

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Traccia audio. Se la musica scorre tra le dita
di Massimo Macaluso   
giovedì 26 marzo 2015

jamestaylor.jpgJames Taylor, semplicemente. Nome e cognome dicono molto più di qualsiasi presentazione. Il cantautore di Boston è una vera e propria leggenda della canzone. Voce pacata e chitarra a tracolla, da quarant'anni propone al pubblico gioielli di tre minuti, celebri in tutto il mondo. Martedì 24 aprile eccolo a Padova, come di consueto impegnato a proporre versioni minimali dei suoi brani, scarne e intime. Durante il concerto il musicista di Boston canta e si racconta, facendo scorrere alle sue spalle le immagini di quarant'anni di vita artistica. A sessant'anni, ha una gran quantità di avventure da raccontare, con le canzoni e con le parole.

 

Una vita eccitante e turbolenta, nonostante la serenità che trasmette oggi con il suo inimitabile garbo: la collaborazione con i Beatles, il legame artistico e sentimentale con Carole King e poi con Joni Mitchell, il pericoloso rapporto con le droghe e con la depressione. La sua musica dolce e crepuscolare, filone di cui resta ancora oggi maestro assoluto, ha segnato un'epoca. Ci ha regalato capolavori indimenticabili come Mexico, Carolina in my mind, Sweet Baby James, rimasti pietre miliari della musica degli anni ‘70. Dotato di una voce inconfondibile, di una straordinaria tecnica chitarristica fingerpicking, di uno stile e una classe sopraffina, i suoi dischi hanno accompagnato una generazione che ha apprezzato fin da subito la sua sobrietà.

 

 

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Music pills. In breve, in giro... | Aprile
di D.C.   
giovedì 26 marzo 2015

marcusmiller.jpg

MARCUS MILLER

Classe ’59, nato a Brooklyn, Marcus Miller è contemporaneamente tante cose. Il suo talento di polistrumentista rappresenta infatti solamente una delle sue qualità musicali, esaltate da grandi capacità di compositore e produttore discografico che ne fanno un personaggio semplicemente incapace di passare inosservato. Maestro e pioniere della tecnica “slapping” nell’approccio al suono del basso, Miller ha solo 25 anni quando come produttore affianca un gigante sacro del jazz come Miles Davis nel leggendario album Tutu, che nel 1987 frutterà a Davis un Grammy per il Best Improvised Jazz Solo. Eric Clapton, Aretha Franklin, Wayne Shorter ed Herbie Hancock rappresentano solo una piccola parte delle grandi collaborazioni inanellate nel corso di una carriera che arriva a Padova l’1 aprile decisa a registrare un prevedibilissimo sold out.
1 aprile Gran Teatro Geox-Padova | www.granteatrogeox.com

 

 

 

 

giovanniallevi.jpgGIOVANNI ALLEVI
L’11 aprile il Gran Teatro Geox è tutto di Giovanni Allevi e del suo Piano Solo Tour 2015. Il compositore di Ascoli, che proprio in quei giorni (precisamente il 9) celebrerà i 46 anni, approfitta forse dell’appuntamento anagrafico per un vero e proprio bilancio in musica della propria carriera. Dopo aver visitato i classici di Natale con Christmas for you e aver inanellato dischi d’oro e di platino con album come Alien, Evolution, Allevilive e il rivelatore Joy, che assieme a No concept lo ha fatto conoscere al grande pubblico, Giovanni Allevi riporta sul palco un programma musicale di pianoforte solo che abbraccia la sua pluripremiata e ventennale attività compositiva. Un’occasione per i suoi innumerevoli fan di vedere riprodotta dal vivo un’immaginaria e personalissima compilation di grandi successi, o magari un inaspettato colpo di fulmine musicale per i pochi che in questi anni non hanno avuto modo di conoscere appieno la sua musica. 11 aprile Gran Teatro Geox-Padova | www.granteatrogeox.com


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