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MUSICA
[Music Pills] In breve in giro... | Marzo
di Federica Sicchiero   
giovedì 03 marzo 2016

rea.jpgPiano superiore
Uno dei pianisti che più ha segnato la scena jazz in Italia negli ultimi decenni, Danilo Rea ha alle spalle un curriculum fatto di collaborazioni straordinarie (tra cui Chet Baker, Lee Konitz, Joe Lovano, Art Farmer e Steve Grossman) e di una formazione accademica al Conservatorio Santa Cecilia di Roma.
Una carriera di pianista jazz costellata di esibizioni al fianco di figure-cardine della musica leggera italiana come Riccardo Cocciante, Claudio Baglioni, Fiorella Mannoia, Gino Paoli (storia recentissima un loro tour estivo dal successo assolutamente travolgente) e soprattutto Mina, incontro che Rea ha sempre considerato assolutamente basilare dal punto di vista formativo.

 

Negli ultimi anni diventano sempre più frequenti e lunghe le parti in solitaria al pianoforte, segno di una maturità raggiunta a livelli di ‘semplice perfezione’, mentre le sue improvvisazioni, che spaziano su qualsiasi repertorio, sono particolarmente apprezzate sia sui palcoscenici dei principali festival jazz a cui partecipa e ha partecipato, come Bologna Jazz Festival, Narni Black Festival, Napoli Jazz Fest e Umbria Jazz Winter.

Danilo Rea
11 marzo Teatro Eden-Treviso
www.teatrispa.it


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Can't stop the waves. Creatività...in Corso
di F. D.S.   
lunedì 29 febbraio 2016

joe-jackson.jpg

E se fosse proprio lui, Joe Jackson, il più significativo alfiere dello spirito di quella musica che allora si chiamava new wave, musica che in quei tempi - seconda metà degli anni Settanta - si caratterizzava più per la grande confusione sotto il cielo, dopo la morte del progressive e la nascita del punk, che per rigore di intenti e coerenze di stile?

 

Sì, perché in quella formidabile manciata di anni che andarono dal 1976 al 1979, caratterizzata dall’apparire di decine di band nuove che ebbero sull’assetto precedente lo stesso effetto dirompente di un violentissimo terremoto, un po’ tutto era new wave, bastava che si trattasse di un approccio che non fosse schematico e rozzo come il punk, ma dotato di una qualche grazia compositiva, un andamento non violento ma comunque underground, spiritato, dal sottofondo un po’ schizzato, un senso di rispetto per quella parte che si chiamava “produzione” e che il punk aveva volontariamente escluso dai propri interessi.

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Un anno, tre giorni. Jazz di casa all’Hotel Bauer
di Redazioneweb2   
giovedì 03 marzo 2016

ty_leblanc2_jazz_bauer.jpgLa rassegna Jazz@The Bauer festeggia il primo anno di vita con una performance lunga tre giorni che coinvolge veneziani e ospiti in Campo San Moisé. Promossa da Francesca Bortolotto Possati, Ceo del Gruppo The Bauers, organizzata e ideata da Manuel Vecchina, la rassegna ha portato a Venezia i grandi nomi della musica internazionale, confermando la vocazione dell’Hotel Bauer a essere luogo di produzione culturale.

 

«L’idea - spiega Francesca Bortolotto Possati - nasce dalla volontà di affiancare all’hotellerie un’offerta culturale rivolta agli ospiti dell’albergo, ai veneziani e ai turisti che girano per la città. È una necessità che ormai riteniamo stringente, per questo apriamo le porte del nostro albergo mettendo a disposizione la struttura e le competenze che abbiamo». Una sorta di mecenatismo 2.0, che si ripromette di allargare l’offerta culturale della città.

 

 

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Su al Nord. La versione scandinava
di Katia Salviato   
lunedì 29 febbraio 2016

bugge.jpg

 

«La Scandinavia tuttora rimane, assieme all'Italia, non solo il luogo dove si produce (e si consuma) più jazz, ma il luogo dove questo raccoglie il suo significato originale di musica dinamica che si sposta attraverso i crocevia del pianeta» (dalla prefazione di Paolo Fresu a Il suono del Nord di Luca Vitali).

 

Dopo l’appuntamento del 28 febbraio, che ha visto protagonista il Food Duo di Thomas Strønen & Iain Ballamy, la prima edizione della rassegna Nørdic Frames prosegue e si chiude, il 5 marzo, con la sua seconda e ultima serata.

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Once upon a music. Tributi live, garantisce Veneto Jazz
di Redazione   
lunedì 29 febbraio 2016

chet.jpg

 

Dopo il successo della scorsa stagione, si rinnova la collaborazione tra Veneto Jazz e Splendid Venice Hotel per una nuova programmazione di musica live a due passi da Piazza San Marco.

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[Recensione] Sounds good. Nuove prospettive musicali
di Lara Cavalli   
lunedì 29 febbraio 2016

w.jpgMolti dicono che la nostra originalità sia a poco a poco deceduta con l'apertura delle frontiere. Molti dicono che questo mondo complesso e interdipendente ci abbia resi tutti uguali. Molti dicono che la musica sia finita con l'arrivo della rete. Ne siete proprio sicuri? Se lasciamo la palla alla musica pop in grande scala, potrei anche trovarmi d'accordo con voi, ma da quando ho scoperto Bandcamp il mio mondo musicale ha fatto almeno un centinaio di capriole, dandomi la possibilità di alimentare di continuo la mia insaziabile fame di suoni nuovi. Un giorno sono finita ad ascoltare la band di cui vi presento il disco in questo articolo e una vocina mi ha detto: «Ehi, senti questi!». The Watershed nascono in Francia con la volontà di fare musica senza finali, canzoni senza una vera chiusura, canzoni reali, quindi. In fondo, non c’è niente che finisca per sempre.

 

Una vita muore e continua nei ricordi, nelle parole, nei tatuaggi, nelle musiche scritte, cantate, ascoltate. L'amore non finisce mai, si trasforma continuamente, si appanna, si incendia, ma non smette di essere amore.

 

Così come le esperienze dell'umano, i dodici pezzi che compongono Inhale/Exhale non hanno un vero inizio o un finale con quattro battute di batteria. Sono eteree Polaroid rappresentative di una sensazione, di un momento creativo sopraggiunto in quell'istante, in quell'angolo di mondo, fusione delle esperienze e dei gusti musicali e personali di Pierre Perchaud, Christophe Panzani, Tony Paeleman e Karl Jannuska. Il disco è sicuramente qualcosa di nuovo, misto di rock e jazz, pedali, sofferenze, elettronica, palchi e collaborazioni.

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[Recensione] The good old days. A Conegliano, un'ode allo swing con la Glenn Miller Orchestra
di Lara Cavalli   
lunedì 29 febbraio 2016

glennmillerorchestra.jpgNella splendida location del Teatro dell’Accademia di Conegliano Veneto, datato 1868, venerdì 13 febbraio si è svolto il primo dei quattro concerti dell’iconica Glenn Miller Orchestra nell’ambito del tour It’s Glenn Miller Time, titolo che richiama al suo leggendario fondatore, Glenn Miller, uno fra i più importanti musicisti del Novecento, che grazie a classici come I got rhythm, A string of pearls, Little Brown Jug, In the mood e Pennsylvania 6-5000 ha fotografato in musica, la vita di generazioni e generazioni.

 

Lo show ha rappresentato un vero e proprio tributo ad un’epoca, quella della Swing Era e ai protagonisti, molti dei quali cresciuti e diventati giganti del jazz, proprio sotto la guida di Glenn Miller, tra le fila della sua omonima orchestra. Si è aperto con l’intramontabile Moonlight Serenade, per poi continuare senza sosta fino a On the sunny side of the street, che ha chiuso la prima parte dello spettacolo.

 

La seconda parte è ripresa con Rhapsody in blue, per poi omaggiare la grande Ella Fitzgerald, da molti considerata come la miglior voce femminile di tutti i tempi, con At Last. La ciliegina sulla torta come si suol dire, anche se orecchie esperte non hanno potuto non notare le piccole incertezze che ha sempre il primo spettacolo di una nuova tournée. Toccante l’esecuzione di Londonderry Air (Danny boy) fino al gran finale con Moonlight Serenade, che non ci stanca proprio mai.

 

L’attuale ensemble, guidato dal musicista, compositore e direttore d’orchestra Wil Salden e composta da musicisti provenienti da tutto il mondo, ha riproposto il sound dell’epoca lasciando il pubblico estasiato e partecipe, che ha chiesto il bis a gran voce e ha attribuito un calorosissimo e lungo applauso alla band, al termine del concerto. L’orchestra è quindi tornata sul palco per suonare altri tre pezzi: Chattanooga Choo Choo, Here we go again ed infine Beer Barrell Polka.

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Ready, steady…go! Set Up a Punta della Dogana
di Redazioneweb2   
mercoledì 27 gennaio 2016

thomasmayer.jpgÈ probabilmente uno degli appuntamenti più originali e suggestivi degli ultimi anni: due serate di performance, danza, jazz, musica elettronica e dj-set in un museo vuoto. E che museo! Si tratta infatti di Punta della Dogana, questa volta come non l’avete mai vista. Nella stretta finestra temporale tra un allestimento e l’altro, mentre il museo è in corso di trasformazione in vista della prossima mostra, per due serate esclusive l’incantevole spazio restaurato da Tadao Ando non ospita infatti opere d’arte, ma attività performative in collaborazione con il Teatro Fondamenta Nuove.

 

Venerdì 19 e sabato 20 febbraio, a partire dalle 20.30, ecco arrivare Set Up, evento site-specific in cui performance, danza e musica dialogano con uno tra i più suggestivi spazi architettonici di Venezia, alternandosi in un succedersi emozionante di gesti, suoni e immagini.

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Giuste dosi. Al Candiani un mix equilibrato
di Daniele Pennacchi   
giovedì 28 gennaio 2016

sheppard.jpgMettete assieme musicisti affermati, abili sperimentatori, insegnanti ispirati e alunni ricettivi. Immaginate di collocare il tutto in uno dei contenitori culturali più stimolanti del territorio e passate dall’immaginazione ai fatti dirigendovi a Mestre, precisamente al Candiani, dove il 2016 sembra proseguire dritto sulla scia di un 2015 pieno zeppo di voci, suoni, volti, appuntamenti da ricordare.

 

Andy Sheppard, classe 1957, è uno dei molti celebri musicisti che la Gran Bretagna ha regalato al jazz americano sin da metà degli anni ’60. Arriva a Mestre il 14 febbraio con il suo Quartet per proporre al pubblico il progetto Surrounded by Sea, portandosi appresso credenziali come le multiple vittorie del British Jazz Award e collaborazioni con Gil Evans, George Russell e Carla Bley.

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A brutto muso. Un Geox di metallo pesante
di Davide Carbone   
mercoledì 27 gennaio 2016

slipknot.jpgSe l’abito facesse il monaco, i pregiudizi verso di loro sarebbero stati in grado di stroncare la loro carriera fin dall’inizio. E invece gli Slipknot, il cui nucleo nasce nel 1993 per iniziativa di Shawn Crahan, Joey Jordison e dello scomparso Paul Gray, fin dagli albori hanno dimostrato al pubblico di poter andare ben oltre le proprie orrorifiche maschere e avere qualcosa da dire e da aggiungere nell’universo magmatico del metal a stelle e strisce.

 

Influenzati da esperienze chiamate Slayer, Black Sabbath, Korn, Judas Priest, Sepultura e Deftones, gli Slipknot hanno saputo contestualizzare l’aspetto melodico nell’impianto musicale caratteristico del death e thrash metal, infarcendolo di un rap che parla di nichilismo e misantropia, odio e amore.

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[Recensione] Sentiti omaggi
di Lara Cavalli   
lunedì 15 febbraio 2016

image1.jpgUna delle cose che preferisco fare, dopo cantare la musica e scrivere la musica, è parlare di musica. Vi voglio presentare un bel progetto, lavoro discografico raffinato, selezionato per la targa Tenco. Saya 5et fa parte di quella compagine di musicisti italiani ancora poco noti al grande pubblico ma caratterizzati da una notevole competenza e da un bel talento che merita di essere promosso. Ho un pinguino nella scarpa, uscito per l'etichetta padovana Indijazzti Records, omaggia la canzone italiana degli '50 e '60 riportando in vita con arrangiamenti freschi e ricercati l'atmosfera culturale e civile del nostro paese nel primo dopoguerra.

 

Il lavoro discografico, che è stato selezionato tra i 30 migliori nella categoria interpreti del Premio Tenco nel 2014, si caratterizza per i suoni eleganti e amalgamati che lasciano trasparire non solo la competenza del quintet e dei suoi ospiti, ma soprattutto la sintonia venutasi a creare in fase di registrazione. Meravigliosa la cover di Torpedo blu di Giorgio Gaber, semplicemente perfetta la voce di Sara Fattoretto.

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Come with us. Nel dub, dipinto di hip hop
di Katia Salviato   
mercoledì 27 gennaio 2016

massiveattack.jpgIl trip hop, o Bristol sound, è un genere musicale affermatosi dai primi anni ‘90 nell’omonima città inglese. Si tratta di un genere eclettico che affonda le proprie radici nella musica elettronica, nel dub, nell’hip hop, nella house music, inglobando anche elementi di rock psichedelico, jazz, funk e soul. I principali esponenti di questa corrente sonora sono stati Tricky, i Portishead e, last but not least, i Massive Attack.

 

Il cuore del gruppo (3D, Mushroom e Daddy G) arriva dall’esperienza della comunità artistica The Wild Bunch (“il mucchio selvaggio”), che ha animato la scena underground di Bristol dal 1983 al 1987. I tre (ora due, dopo l’abbandono di Mushroom) sono stati via via affiancati da collaboratori del calibro di Sinéad O'Connor (la cantante irlandese presta la sua voce a tre brani dell’album 100th Window), lo stesso Tricky (che, insieme a 3D, canta e rappa in Karmakoma), Elizabeth Fraser (dei Cocteau Twins, che esegue la pietra miliare Teardrop), Tracey Thorn (voce degli Everything But The Girl e del singolo Protection).


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Live forever. Come suona una leggenda
di Davide Carbone   
mercoledì 27 gennaio 2016

mayellis.jpgCapace di ricavare dalla propria chitarra sonorità al limite dell’impossibile, artefice assieme a Freddie Mercury, Roger Taylor e John Deacon del miracolo Queen, Brian May non avrebbe potuto sicuramente ipotizzare cosa ne sarebbe stato della propria carriera dopo il 1991, anno della scomparsa di Mercury e per certi aspetti data di scioglimento non ufficiale della band (ancora oggi attiva, in formazione variabile).

 

Artista inimitabile, Brian May ha fin da subito dimostrato di possedere cuore caldo e testa fredda, resistendo alla tentazione di trascinare la leggenda Queen in un’agonia autocelebrativa che il mercato avrebbe di sicuro coperto d’oro, ma che avrebbe magari visto sbiadire una musica per certi aspetti irripetibile, perché irripetibile erano l’epoca, il contesto musicale e storico, i suoi protagonisti.

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In the club. A contatto con la musica
di D.C.   
mercoledì 27 gennaio 2016

carboni.jpgCapace di sghignazzare in faccia al tempo che passa, Luca Carboni rappresenta da anni una vera e propria certezza per la musica italiana. Fedele a se stesso e mai ossessionato da logiche di mercato, in questi giorni al centro del traffico radiofonico grazie a ben due hits, Lucalostesso e Bologna è una regola, ennesimo omaggio alla propria città di un artista che come pochi altri ne ha saputo raccontare la strade, i suoni, gli abitanti.

 

L’ultimo album, Pop-Up, coincide con un prorompente ritorno alla dimensione live per Carboni, che il 23 febbraio porta alla Supersonic Music Arena di S. Biagio di Callalta la voglia di condividere le proprie canzoni in una dimensione intima: «Questo ambiente mi permette di vivere il concerto a stretto contatto con la gente - spiega - creando una realtà molto intima e nello stesso tempo una dimensione molto fisica nel condividere la musica».

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Micromusics and macromusics. Nuovi confini musicali
di Redazioneweb2   
giovedì 28 gennaio 2016

lbe_l.roti.jpgCambia pelle, dopo trent’anni, il Seminario Internazionale di Etnomusicologia, annuale momento di riflessione sulla disciplina promosso dalla Fondazione Giorgio Cini. Dal 28 al 30 gennaio l’Istituto Interculturale di Studi Musicali Comparati propone il nuovo ciclo di conferenze internazionali I seminari dell’IISMC: musiche (e musicologie) del XXI secolo, abbandonando il termine “etnomusicologia” per misurarsi a tutto campo con culture e linguaggi musicali contemporanei, oggi difficilmente etichettabili con le categorie proposte da questa disciplina nel secolo scorso.

 

Da un lato la musica etnica, sempre meno confinata nell’ambito della tradizione, entrata oggi a far parte del circuito internazionale della produzione musicale; dall’altro la musica contemporanea, dal jazz, al pop, alla musica colta, sempre più globale e capace di assorbire assorbe elementi e musicisti provenienti degli ambiti più diversi.

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Una storia italiana. Quando 1+1 fa 50…
di Elisa Tranfaglia   
mercoledì 27 gennaio 2016

baglioni_morandi.jpgDopo il clamoroso successo dei concerti di settembre al Foro Italico di Roma, la coppia dei Capitani Coraggiosi più amati e celebrati dal pubblico di ogni età si rimette in moto per un tour indoor nelle maggiori arene italiane. Il 19 febbraio è Padova ad accogliere il ritorno di questi idoli senza tempo della nostra musica melodica. I numeri sempre altissimi e le copiose richieste da parte dei fan hanno portato l’azzeccato duetto Morandi-Baglioni a proseguire l’esperimento e a dar vita, ancora una volta, ad un sodalizio artistico che non teme rivali e che non smette di popolare intere tribune riunendo le folle sotto il sound di voci che hanno scandito la storia della canzone italiana.

 

Ma qual è il segreto di un successo che perdura immutato e tenace? Il punto è che questi due cantano proprio di te, della tua vita, rievocano i tuoi amori, le tue sconfitte, un’alba o un tramonto indimenticabili della tua storia personale.

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Quando arrivo io in città... Marracash al Geox
di F.M.   
mercoledì 27 gennaio 2016

marracash.jpgCi sono rapper di una sola stagione e musicisti che partendo dalla scena hip hop più periferica, ovvero dalle cantine, riescono a crescere e consolidare il proprio successo, mantenendo viva l'attenzione del loro pubblico nel corso degli anni e degli album pubblicati e venduti. Marrachash è uno dei rapper più acclamati ed influenti della scena hip hop italiana: Fabio Bartolo Rizzo, siciliano di nascita, praticamente da sempre fiero abitante della Barona, periferia sud-ovest di Milano, «vengo da dove le sveglie suonano a tutti la stessa condanna», ha esordito nel 2005 ed è oggi un uomo da più di 300.000 copie vendute e tre dischi d'oro.

 

Trentasei anni, un diploma di perito elettronico appeso alla parete, vanta una lunga serie di fan illustri e collaborazioni da Tiziano Ferro, Neffa, Fabri Fibra a Elisa. Con il suo ultimo lavoro, Status, ha restituito un'identità al rap e il suo Status tour nel 2015 ha registrato quasi 40.000 presenze.

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Al passo coi tempi. Jazz a misura d’epoca
di Katia Salviato   
mercoledì 27 gennaio 2016

jd_allen.jpg«In genere, il jazz è sempre stato come il tipo d'uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia». Così parlò Duke Ellington, uno dei padri del jazz, ricordando le origini tutt’altro che colte del genere musicale “per intenditori” per antonomasia. Un suono che nasce lungo le ferrovie, nelle piantagioni, nei sobborghi, dà il ritmo al lavoro, solleva gli animi dalla stanchezza e dà voce alle emozioni di chi non aveva molte possibilità di esprimersi al di fuori della musica. La sua culla è New Orleans, la città bagnata dal Mississippi e crogiolo di razze e culture: prima la dominazione francese, poi quella spagnola; profumi caraibici, immigrazione, schiavitù e una delle cucine più buone del continente americano.

 

Una “città-mito”, uno di quei luoghi che, come dice Renzo Arbore, «si conoscono ancor prima di visitarli». XXI secolo, 200 anni dopo. Da fenomeno circoscritto a realtà internazionale; da “ritmo e improvvisazione” a guazzabuglio di sottogeneri e stili: bebop, free jazz, dixieland, latin jazz, jazz sinfonico e via suonando.

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Norwegian mood. Vento dal Nord, al Teatrino Grassi
di F.D.S.   
mercoledì 27 gennaio 2016

thomasstronen.jpgLo chiamano “ECM sound”, ad indicare il particolare tipo di musica prodotta appunto dalla ECM, etichetta discografica di Monaco di Baviera fondata nel 1969 da Manfred Eicher e famosa, oltre che per produrre da 45 anni i dischi di Keith Jarrett, anche per aver imposto dalla metà degli anni '70 all'attenzione del mondo questa visione di suono, fatto di una musica molto formale, distaccata, reazione europea ai disordini del free jazz allora imperante, e che incorpora al suo interno elementi non indifferenti della musica classica occidentale nella sua versione meno avant-garde, di world music, di musica folk tradizionale.

 

E non è un caso che questo tipo di musica rispecchi soprattutto un contesto simbolico e una provenienza geografica: trattasi infatti di una musica fredda, che lascia pochissimo spazio all'improvvisazione e sostituisce alla libertà creativa dei musicisti una struttura formale rigorosa e basata su sonorità ascetiche, sospese, poco mobili ma molto evocative ed eteree , come di un canto che si espande sotto le navate di una chiesa gotica.

 

E ad alimentare questo suono sono da oltre 40 anni soprattutto musicisti dell'area tedesco-scandinava, agli inizi Jan Garbarek, Terje Rypdal, Eberhard Weber, successivamente Ketil Bjornstad, Bobo Stenson, Tord Gustavsen e molti altri. Per gli amanti del genere o per i curiosi il Teatrino di Palazzo Grassi ospita Nørdic Frames, una rassegna di jazz sperimentale organizzata da NU Fest, storico festival di musica elettronica firmato Veneto Jazz. La rassegna propone un programma di due appuntamenti che vedono protagonista la Norvegia e i suoi artisti più all’avanguardia con un format che prevede un concerto di prima serata, anticipato da dj & live set, performances, reading.

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Suono d’istinto. Il ritorno di Carmen
di Elisa Tranfaglia   
mercoledì 27 gennaio 2016

consolibalzarini.jpgRiconquista la ribalta delle scene Carmen Consoli, reduce da un tour primaverile di successo e forte dell’ottimo riscontro di pubblico e critica verso il suo ultimo album Disco d’Oro L’Abitudine di tornare. Il 13 febbraio è la città di Trieste ad ospitare proprio lei, che torna a far parlare di sé e che rimane una fra le artiste più amate e seguite dal pubblico italiano. La siciliana “cantantessa”, nomignolo al quale è molto legata sin dagli anni ’90, si prepara così a realizzare un nuovo atteso ciclo di concerti all’interno di una dimensione a lei molto congeniale: quella dei teatri.

 

Un’atmosfera esclusiva ed elegante fa da cornice a spettacoli suggestivi caratterizzati da un appeal e da un modus cantandi sempre particolarissimi ed energici. Singolare e indimenticabile la sua voce tanto lontana da quel bel canto, da quella limpidezza di tono e da quei virtuosismi che, all’inizio della sua carriera, erano richiesti di norma alle donne che cantavano.

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