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MUSICA
Viva voce. Ritratto di cantautore
di Redazioneweb2   
giovedì 01 ottobre 2015
nek.jpgUscire indenne da una prova del nove come il Festival di Sanremo, raggiungendo il secondo posto a furor di popolo e di critica e portando sul palco dell’Ariston una cover di Se telefonando di Mina equivale a 10 Master musicali e un paio di carriere che nemmeno nei migliori sogni a volte è possibile immaginare. Filippo Neviani, in arte Nek, tutto questo lo sa molto bene, cantante dalle spalle tanto larghe quanto impegnate a tenere la testa ben attaccata al resto del corpo, per una carriera all’insegna dell’umiltà. 
 
Al Teatro Corso di Mestre il prossimo 14 ottobre arriva un cantautore e polistrumentista capace di vendere oltre 10 milioni di copie dei propri album, mai prigioniero di un tormentone come Laura non c’è, presentata guarda caso ancora a Sanremo nel ’97
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Qualcosa di travolgente. Sul palco il ciclone Dave Matthews
di Laura Spadari   
giovedì 01 ottobre 2015

davematthewsband.jpgRitorna finalmente in Italia dopo cinque lunghissimi anni di assenza la Dave Matthews Band, probabilmente una delle più longeve e prolifere jam band americane. Gli instancabili Dave Matthews e compagni sono reduci da un lunghissimo tour estivo negli States, ma evidentemente l’adrenalina che si è sviluppata sul palco durante il tour stenta a consumarsi, convincendoli ben volentieri a proseguire con un altrettanto impegnativo tour autunnale in Europa, che li vedrà protagonisti in Italia per ben 4 date.

 

Tornano quindi a Padova il prossimo 21 ottobre, e tornano nello stesso luogo che già li aveva accolti entusiasticamente con un memorabile sold out nel 2010. Allora si chiamava Palafabris, oggi invece ha un nuovo nome, Kioene Arena, ma poco importa dove la questa band si esibisce, il tutto esaurito ai loro concerti è diventato ormai un cliché.

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Woman in jazz. A Pordenone l'elegante Dianne Reeves
di Redazioneweb2   
giovedì 01 ottobre 2015

diannereeves.jpgCi sono pochi generi musicali che come il jazz riescono ad adattarsi ad ogni tipo di stagione, ad ogni tipo di ambiente, insomma ad ogni tipo di contesto. Capace di farla da padrone nelle programmazioni estive, il jazz si dimostra quanto mai adatto ad un mood autunnale nel senso buono del termine, quello dei locali o dei teatri in cui farsi coccolare da sonorità calde, legate all’interpretazione soggettiva del virtuoso di turno, cantante o strumentista.

 

Dianne Reeves, a questo proposito rappresenta ‘semplicemente’ quanto di meglio il Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone potesse regalare alla propria programmazione e al proprio pubblico, come anteprima della rassegna Il Volo del Jazz organizzata in collaborazione con Controtempo. Bastano poche note, pochissimi secondi per essere totalmente rapiti dalla voce di un’interprete davvero in grado di smuovere quel qualcosa all’altezza del petto e rendere assolutamente indimenticabile ogni nota giunta all’orecchio.

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Live & Acoustic. Un nuovo format per la domenica di Spazio Aereo
di C.S.   
giovedì 01 ottobre 2015

obino.jpgSul finire di settembre si è aperta la stagione 2015/16 di Spazio Aereo, che si presenta dopo un restyling della sede, con una programmazione piena di novità. Power Acoustic Sunday, happening cultural-musicale domenicale dal format prestabilito, ospita grandi nomi del jazz italiano e internazionale, ma anche performance teatrali, danza e musica classica contemporanea.

 

Ogni serata si apre alle 18 con Open Mic: 10 minuti di palcoscenico a disposizione di qualsiasi forma artistica, purché originale (bandite le cover!); e si chiude con una jam session jazz, aperta a tutti. Il cartellone di ottobre si apre il 4 con il monologo di Adriano Jurissevich, La materia oscura, liberamente ispirato all’opera di Werner; e a seguire la performance degli Hothree: Sandro Gibellini e Marco Poli alle chitarre, Adele Guglielmi, voce.

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Dove eravamo rimasti? Candiani Groove riprende il... corso
di D.C.   
giovedì 01 ottobre 2015
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Più che una pausa estiva, sembra sia stata una vera e propria rincorsa. Il palinsesto musicale del Candiani, diligentemente curato dall’Associazione Caligola, riprende all’insegna della coerenza con quanto fatto in precedenza, non per questo tralasciando il lusso di potersi permettere gustose divagazioni in grado di sorprendere il pubblico, ormai sempre più simile ad un pacifico esercito di fedelissimi.

 

E se la sperimentazione ha sempre trovato un posto nella programmazione mestrina, gli Üstmamò il 9 di ottobre rappresentano gli ospiti per eccellenza per una degnissima apertura autunnale del Candiani Groove. Sul palcoscenico ecco Luca Rossi e Simone Filippi, anime musicali di un gruppo che nel 2003 si sciolse probabilmente troppo presto e che ritorna sulle scene con Duty Free Rockets, disco totalmente in inglese pubblicato dalla veneziana Gutenberg Music.

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Leggende del rock… e ora? Glover e soci a Padova con Now What?!
di Alberto Zava   
giovedì 01 ottobre 2015

glover_morse.jpg Ci sono alcune cose che ormai fanno parte dell’immaginario collettivo della musica e che, per certi versi, del concetto stesso del rock sono diventate simbolo e icona: il riff di chitarra di Smoke on the Water, universalmente noto (probabilmente il primo riff che si prova prendendo in mano una chitarra…); gli strazianti, caldi e intensissimi acuti del cantato di Child in Time accompagnati da un inconfondibile e storico Hammond; il memorabile solo di chitarra di Highway Star.

 

È significativo notare come questi tre “luoghi comuni”, questi tre topoi classici del rock appartengano tutti allo stesso gruppo; di più, due di questi appartengono allo straordinario Machine Head che i Deep Purple pubblicarono nel 1972 e dopo il quale la storia del rock non è stata più la stessa. Si può ben comprendere quindi l’influenza che lo spessore chitarristico di Ritchie Blackmore, signore del suono del gruppo fino quasi alla metà degli anni Novanta, il timbro vocale di Ian Gillan e il rivoluzionario ruolo dato all’organo nell’hard rock da parte di Jon Lord hanno avuto su tutti coloro che negli anni hanno seguito le loro orme.

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Out of competition. Il rock 'pulito' di Savoretti
di Katia Salviato   
giovedì 01 ottobre 2015
savoretti_1.jpgIl gemellaggio Regno Unito-Genova (o, meglio, il Genoa), sembra proprio portar bene alla musica. È cosa nota il tifo rossoblù del chitarrista dei Kasabian Sergio Pizzorno. E altrettanto dichiarata è la passione per la squadra di Preziosi del cantautore londinese, di padre italiano e madre tedesca, Jack Savoretti, che al Ferraris ci ha pure suonato: prima della partita Genoa-Juventus dell’ottobre scorso (vinta dai liguri…), dove ha presentato in anteprima e girato il video di Home, singolo che ha anticipato l’uscita dell’ultimo album Written in scars, pubblicato lo scorso febbraio. Sarebbe anche voluto diventare calciatore, Savoretti, ma il suo destino è stato senza dubbio un altro.

 

I primi approcci verso la musica, a dire il vero, sono stati piuttosto tardivi: solo a 16 anni la madre, colpita dal suo continuo scribacchiare poesie, gli regala una chitarra. È una folgorazione: «Rimasi sorpreso da quante persone ti ascoltavano quando cantavi rispetto a quando leggevi una poesia.

 

Dopo i primi tentativi non riuscii a smettere, era una scrittura costante, quotidiana; divenne quasi una conversazione, il modo di interagire con il mondo». Dalle iniziali sperimentazioni all’uscita del primo LP (Between the minds, 2007), il cammino del cantautore è frastagliato: l’entusiasmo compositivo e la voglia di farsi strada vengono frenati dai discografici, che fra le varie cose gli suggeriscono di cambiare il nome perché il suo, così italiano, fa troppo “world music”.

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Good old stuff. L’onda lunga del rock’n’roll
di Massimo Macaluso   
giovedì 01 ottobre 2015

crosbystillsnash.jpgEtà media 70 anni, più di quattro decadi di strada percorsa insieme alle spalle, una voglia prepotente e infinita di far musica: David Crosby, Stephen Stills e Graham Nash sono di nuovo in tour. No Country for Old Men, dicevano i fratelli Coen. Ma il rock fa eccezione, basta dare uno sguardo alla carta d’identità di Bruce Springsteen e Sir Paul McCartney e poi ne riparliamo. Per non parlare dei Rolling Stones, ancora e sempre sulla breccia, o dei quattro ragazzini di Dublino, che nel frattempo hanno tutti abbondantemente superato i cinquanta.

 

Sarà un fatto generazionale, sarà che la musica che ci ha folgorato quando eravamo giovani ce la portiamo nel sangue tutta la vita, ma non pare proprio che in giro per i palchi scorrazzino ventenni o trentenni in grado di mandare definitivamente in pensione i succitati membri del favoloso “Centro Anziani” del rock. La musica rock è, decisamente, un paese per vecchi.

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Shine on you crazy David. Il ritorno di Mr Gilmour
di Alberto Zava   
sabato 05 settembre 2015
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Quando nel dicembre del 2006 le ‘antiche’ note di Arnold Layne, primo singolo a 45 giri pubblicato dai Pink Floyd, di qualche mese precedente al loro primo album in studio The Piper at the Gates of Dawn (1967), rividero nuovamente la luce nel personale tributo di David Gilmour a Syd Barrett - deceduto qualche mese prima - si confermò in maniera esplicita la diretta dipendenza del musicista di Cambridge dal primo cantante/chitarrista del gruppo inglese, l’‘allucinato’, complicato e alienato Barrett.

 

Fu da lui che il giovane David acquisì i primi rudimenti di tecnica chitarristica e fu a partire dal secondo album dei Pink Floyd, dopo aver affiancato prima e sostituito poi il suo stesso “maestro”, che Gilmour cominciò a sviluppare il proprio stile e le proprie sonorità, dapprima completamente immerse nel contesto psichedelico di A Saucerful of Secrets (1968), confrontandosi negli anni successivi con l’esorbitante personalità di Roger Waters, sfociando infine nelle distese linee melodiche che culmineranno nei monumentali capolavori del calibro di The Dark Side of the Moon (1973), Wish You Were Here (1975) e The Wall (1979). Se da un lato la creatività, la voce e l’ego smisurato di Waters caratterizzano concettualmente la storia di una delle band inglesi più influenti nella storia del rock, il timbro e l’attacco della chitarra di Gilmour e le sue melodie epiche e suggestive, contraddistinte dall’inconfondibile espressività dovuta agli insistiti bending e a specifici passaggi tonali, segnano profondamente la fortuna sonora dei dischi dei Pink Floyd, stabilendo parametri tecnici e compositivi che la maggior parte dei chitarristi rock (e progressive) degli anni Ottanta, Novanta e Duemila dovrà in seguito tenere in debita considerazione (Dream Theater e Porcupine Tree, tra i tanti gruppi, ne sanno qualcosa…).

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The woman in red Elegante, potente, Mannoia
di Laura Spadari   
sabato 05 settembre 2015
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Torna a calcare il palcoscenico dell’Arena di Verona una delle cantanti, interpreti e autrici più apprezzate dal pubblico italiano: la “Signora della canzone italiana”, Fiorella Mannoia, ha deciso di festeggiare gli oltre 40 anni di carriera nella città scaligera con una convention musicale a cui partecipano artisti italiani suoi compagni di viaggio nella scena contemporanea.

 

Fiorella Mannoia & Friends, questo il nome dell’evento che la vede duettare con artisti del calibro di Loredana Bertè (per la quale sta curando la produzione di un’antologia dei più grandi successi), Enrico Ruggeri, Niccolò Fabi, J-Ax e i Negrita, ma non solo: recentemente hanno confermato la loro partecipazione anche le nuove voci femminili del panorama musicale italiano come Noemi, Emma e Alessandra Amoroso. Uno spettacolo che si annuncia come una grande festa, occasione per intonare i più grandi successi del suo repertorio.

 

La serata avrà fine benefico: Fiorella Mannoia da sempre è conosciuta per il proprio impegno sociale e in questa occasione è l'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro che quest’anno festeggia il proprio Cinquantesimo, mezzo secolo a sostegno della ricerca oncologica, a fornire il proprio appoggio legandosi all’evento.

 

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Musica, Maestro! In Arena la leggenda Morricone
di Davide Carbone   
sabato 05 settembre 2015
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La potenza evocativa che la musica si porta dietro è antica come la storia dell’uomo, l’effetto che una particolare combinazione di note ha su ognuno di noi è materia dai confini labili quanto inesplorati. Tante, forse troppe, le variabili in gioco: il luogo in cui ci trovavamo mentre quella musica arrivava alle nostre orecchie, il nostro stesso stato d’animo, il vissuto recente, recentissimo, passato, persino futuro. Di queste dinamiche Ennio Morricone, a volte, sembra essere addirittura l’inventore. Ogni suo concerto, ogni singolo capitolo di una carriera che non si fatica a definire “leggendaria” può essere una dimostrazione pratica di come il primo inciso di questo articolo sia allo stesso tempo vero e falso, inattaccabile e opinabile, capace di metter d’accordo e creare dibattito.

 

Assolutamente impossibile ascoltare i primi accenni di una sua colonna sonora senza catapultarci anima e corpo nella storia al centro della narrazione, concentrandoci su un’inquadratura, un volto, un vestito, un luogo.

 

Una foresta pluviale tra Argentina, Brasile e Paraguay; un manto di sabbia desertica su cui danzano cespugli di arbusti; le strade della New York degli anni ’30; un cinema di paese nella periferia siciliana durante la Seconda Guerra Mondiale.

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Una storia importante. Trent’anni di Eros, tre giorni a Verona
di Katia Salviato   
sabato 05 settembre 2015
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È il 1984. Sul palco del Teatro Ariston compare un ragazzo: poco più che ventenne, i capelli ricci scolpiti dal gel, una blusa in jeans dal colletto tirato su e dalle maniche rimboccate. Le mani nervose sistemano l’asta del microfono, mentre parte la base. Ostenta sfrontatezza il giovane romano, ma lo sguardo sempre rivolto verso il basso e il muoversi impacciato tradiscono in realtà una gran timidezza. La dizione non è pulita, e nemmeno la voce - potrebbero storcere il naso i più - è ortodossa: non abbiamo di fronte un virtuoso del canto, è evidente.

 

Eppure… eppure la canzone lanciata al Festival di Sanremo non solo fa vincere alla nuova promessa la gara degli esordienti, ma diventa un vero e proprio inno generazionale. «Siamo ragazzi di oggi, anime nella città, dentro i cinema vuoti, seduti in qualche bar. E camminiamo da soli nella notte più scura, anche se il domani ci fa un po' paura»: non so se i ventenni di oggi abbiano mai sentito questo pezzo, ma verrebbe da piazzarglielo nell’iPod e vedere di nascosto l’effetto che fa.

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Il diavolo e l'archetto. Salti temporali in chiave di violino
di Marzio Fabi   
sabato 05 settembre 2015
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Il Teatro Romano di Verona ospita il violino del talentuoso David Garrett, nome d'arte di David Christian Bongartz, musicista e compositore tedesco-statunitense. Particolarmente apprezzato da Zubin Mehta e Daniel Barenboim, suona uno Stradivari ed un ancor più raro Guadagnini ed è uno dei giovani, 34 anni, ed affermati interpreti nella scena musicale internazionale.

 

Non è raro vedere Garrett ai suoi concerti mentre tiene nella stessa mano il suo prezioso violino e un anello con un teschio. Ha venduto oltre 3 milioni di dischi suonando con la stessa intensità Mozart e musica rock riorchestrata, e nelle sue esecuzioni dal vivo non è difficile riconoscere una rilettura di Smooth Criminal di Michael Jackson dopo una pagina per orchestra e violino di Bartòk. Il suo portamento rock’n’roll non deve distrarre dalla sostanza, Garrett ha una tecnica spietata e un’interpretazione filologica e brillante tanto dei classici quanto dei “moderni”.

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Work in progress(ive). Hackett, esploratore musicale
di Massimo Macaluso   
sabato 05 settembre 2015
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È difficile assistere ad un concerto di Steve Hackett senza tornare indietro con la memoria ai Genesis e più in generale al progressive. Anche se il nostro, sicuramente più degli altri ex Genesis (tolto l'immenso Peter Gabriel, ovviamente) ha spesso cercato altre vie per esprimere il proprio talento musicale, come testimonia, nel suo ultimo tour, il suo album Wolflight, denso di suggestioni etniche, folk, a volte quasi metal, il tutto permeato ovviamente dal sound Genesis che sempre gli resterà nelle vene.

 

Resta il fatto che, come capita ai mostri sacri della musica, chi va ad un suo concerto si aspetta la riproposizione dei vecchi brani. E non può e non deve mancare uno dei più struggenti ed emozionanti assolo di chitarra, quello di Firth of fifth, contenuto in Selling England by the pound, disco che ha segnato la storia del progressive e più in generale del rock, soprattutto nella misura in cui è stato uno dei primi concept album.

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Atràs de mandinga de amor. Tutte le sfumature del Brasile
di Claudia Fincato   
martedì 01 settembre 2015

image.jpeg[Recensione] Attenti alle malie dell’amore, raccomanda Vinicius de Moraes. Ma di fronte al Lara Monteiro 6tet si rischia davvero di scordarsi questo buon consiglio. E lo si fa senza reticenze, trasportati dai suadenti suoni bahiani di Lara Cavalli Monteiro e dei “suoi” musicisti, chiamati a raccolta da angoli di mondo al Bar Borsa di Vicenza lo scorso 25 agosto, diventato per una sera un frammento remoto di Mata Atlantica.

 

La fisarmonica di Calamosca, il basso di Hebling, il sassofono di Panzani, la batteria di Ragazzoni, la chitarra di Scutari s’intrecciano perfettamente, creano trame e orditi nei quali la voce di Lara Cavalli Monteiro ci sa perdere e riprendere con maestria.

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There and back again. Tra Venezia, Parigi e Brasile con il Lara Monteiro 6tet
di Andrea Tadiello   
venerdì 21 agosto 2015

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Un legno color della brace, perso fra le onde a qualche miglio da una costa non ancora esplorata, battezza il paese tropicale per antonomasia: il Brasile. Lara Monteiro 6tet ci guida alla scoperta di questa terra musicale variopinta ed esuberante come le piume di un Arara, riproponendo alcuni capisaldi della bossa nova, con incursioni negli afro-sambas e nel forró della sua amata Bahia, a cui si aggiungeranno alcuni brani inediti scritti dalla cantante bassanese.

 

La voce fresca ed innamorata di Lara Cavalli Monteiro è accompagnata al trombone ed alla fisarmonica da una delle colonne portanti del jazz italiano, Beppe Calamosca, coautore e arrangiatore degli inediti.

 

Al sax Christophe Panzani, uno dei musicisti più raffinati ed ecclettici del nuovo jazz francese e compagno di partiture di Calamosca nella mitica orchestra di Carla Bley, di cui i due fanno stabilmente parte. La sessione ritmica è affidata al bassista e compositore brasiliano Edu Hebling, noto per le collaborazioni con Ornella Vanoni, Patrizia Laquidara e Gino Paoli, e ad uno dei più importanti batteristi del panorama nazionale, Davide Regazzoni. A completare il 6tet il maestro Stefano Scutari, che si alternerà alla chitarra e al mandolino.

 

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McArthurGlen Designer Outlet presenta Summer Music Festival
di F.M.   
venerdì 31 luglio 2015
chiara1_0.jpgAnni fa, al loro apparire, queste piazze virtuali, ordinate e piene di vetrine luccicanti, con i parcheggi comodi e senza l'incubo delle multe, sembravano una creatura demoniaca ad uso e consumo degli incalliti malati di shopping compulsivo. A distanza di pochi anni si sono invece rivelate una solida realtà economica, anche dal punto di vista occupazionale, in grado di fornire un significativo grado di crescita all'economia di tutto un territorio.
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INCONTRO CON MICK JONES | Stay free... forever!
di Massimo Bran e Sabrina Baracetti   
lunedì 13 luglio 2015

mj18.jpgParlare di Mick Jones per chi è cresciuto e si è formato con il punk, l’ultima vera rivoluzione estetica artisticamente trasversale, anche se innanzitutto musicale, è un po’ come parlare di, che so, Jackson Pollock per l’arte o di William Burroughs per la letteratura del ‘900. Insomma, Mick e Joe, il grande Joe Strummer, mai troppo compianto ahinoi!, senza naturalmente dimenticare Paul Simonon, Topper Headon e Terry Chimes, ossia i Clash, ancora oggi rappresentano al contempo una disposizione lucidamente rivoluzionaria verso la musica e la vita mai più riscontratasi da allora in altre band e la base di ogni più fertile contaminazione sulla tavolozza delle note, dei suoni, del crossover contemporaneo.

 

Dal primissimo, ruvido, scarno punk, che spazzò via ogni sorta di barocchismo progressivo di un rock’n’roll più che imborghesito alla fine dei ‘70s, al ponte gettato con la Jamaica reggae di sede a Brixton, Londra, fino al dub e all’elettronica che poi segneranno gran parte degli anni ‘90, spingendosi ad assorbire l’appena nato rap, poi definitosi hip hop, i Clash hanno davvero rappresentato l’incubatore fondamentale della musica del futuro con però le radici ben piantate e, dopo la prima nichilistica ribellione, ben recuperate del grande rock di certi Sixties, in primis quello dei working class heroes Who, naturalmente, ma anche quello degli Stones.

 

E se Joe era il front-man irresistibile, carismatico, con quella rabbia ben interpretata e restituita da consumato padrone delle scene sin dal suo primo apparire, Mick fu la mente musicale della band, oltre che naturalmente leader anch’egli in coabitazione non sempre liscia con Strummer. E dici poco! Non a caso la sua storia, e anche probabilmente la ragione ‘culturale’, al di là dell’aneddotica biografica, per cui la band si sciolse dopo il clamoroso successo di Combat Rock, la sua carriera musicale progrediranno sempre con quella sua proverbiale e attitudinale urgenza nel mescolare, confondere, riunire linguaggi, stili, radici.

 

Su tutti basti ricordare i Big Audio Dynamite, la sua prima band post-Clash, a fianco del grande Don Letts, in cui tutte le lingue urbane del rock, dell’hip hop, del reggae si mescolarono in una rara alchimia. Ebbene, questa figura davvero nodale della cultura urbana popolare del ‘900 oggi è qui tra noi, a Venezia, grazie a una mostra-chicca, Rock’n’Roll Public Library (Chiostro di S.ta Maria della Pietà, fino al 22 novembre), in cui è esposta una straordinaria collezione di cimeli, di memorabilia da lui collezionati negli anni. Inutile dire che la parte del leone la gioca il periodo di quell’irripetibile Londra tra i ‘70s e gli ‘80s di cui lui fu uno dei memorabili interpreti e cantori. Trovarselo di fronte il giorno prima dell’opening per un’intervista con un drink in mano beh, per chi scrive, vi assicuro, è stata davvero una situazione che poco ha a che fare con la realtà. Già, alle volte, l’onirico va in vacanza e si appalesa di giorno, qui. Al di là di ogni stucchevole retorica, che al nostro come leggerete di sicuro irriterebbe l’animo e i nervi, fermare Mick Jones per una mezz’ora e farsi raccontare i suoi progetti, ma soprattutto misurare qual è oggi il suo spirito, la sua disposizione verso il futuro è una di quelle occasioni, come si suol dire, proprio da non mancare. Se poi il giorno dopo, alla vernice, vi capita anche di vedervelo a un metro sul palco a… (ma di questo ne parla assai meglio il nostro Sergio Collavini, qui in basso).



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From Westway to Venice. Train in Vain, Should I Stay... a Venezia! Ma chi ci crede?!
di Sergio Collavini   
lunedì 13 luglio 2015

120.jpgNon sempre incontrare di persona un tuo idolo è una buona idea. L’immagine romantica che se ne ha può, anche duramente, scontrarsi con la realtà. Quindi non che fossi dubbioso nel farlo o meno (ma che, scherziamo?!), ma nell’apprestarmi ad incontrare Mick Jones un po’ timoroso lo ero eccome. L’occasione è stata l’inaugurazione della sua mostra Rock’n’Roll Public Library nell’ambito della 56. Biennale Arte di Venezia, un’esposizione di oggetti, dischi, fumetti, vestiti e ogni sorta di gadget collezionati nella sua carriera. «Venezia News» ne diventa media-partner e dopo i primi contatti con la figlia Lauren, curatrice della mostra, chiediamo subito se “Mr. Jones” è disponibile anche ad una breve intervista. Non ci allarghiamo e rispettosamente specifichiamo “anche via mail”. “My dad will be happy to have a short talk with you”, la risposta. “MY DAD”, non ho potuto fare a meno di sorridere! Il 7 maggio, giorno dell’inaugurazione (evento ristretto a un centinaio di persone), arrivo con l’amico Gianmarco “dj Spillo”, che mi farà anche da fotografo, con buon anticipo.

 

Non c’è ancora nessuno ma nel giardino interno dell’Istituto Santa Maria della Pietà, sede della mostra, scorgiamo LUI impegnato nel sound check con gli Sugarmen.

 

Ma allora suonerà anche? Del concertino degli Sugarmen, giovane band di Liverpool prodotta e promossa da Jones, sapevamo, ma che suonasse anche lui con loro è un bel regalone. Riusciamo a entrare a vederci pure le prove. Gessato blu, cravatta viola, scarpe classiche (kingsmen not brogue): l’immagine elegante, quasi mod, che sfoggia da qualche anno. Mick è sorridente e a suo agio sul palco con i ‘mocciosi’. Oddio, stanno provando un’improbabile versione di Nel blu, dipinto di blu, ma insomma, gliela perdoneremo presto. Scende dal palco e abbiamo subito l’occasione di parlarci qualche minuto e ovviamente chiedergli una foto insieme. Tutto ciò che riesco a dire, però, è che per me è un onore e che lui e i Clash sono sempre stati fonte di grande ispirazione.

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Di padre in figlio. Knopfler, la storia tra le dita
di Daniele Pennacchi   
martedì 14 luglio 2015

knopflerfabiolovino.jpgChe Zed Live volesse fare davvero su serio lo si era capito da un po’, capace di portare negli ultimi anni in Italia colonne portanti dell’universo musicale come Springsteen, Dylan, Crosby/Stills&Nash (di ritorno il 3 ottobre, prendete un appunto), e arricchendo l’estate musicale italiana con due purosangue come Jovanotti e Vasco Rossi, entrambi all’Euganeo di Padova.

 

Il cartellone dell’Hydrogen Festival, dunque, può aver colto di sorpresa solo chi non fosse stato abituato tanto bene da un’agenzia di promoting capace il 18 luglio di portare nel salotto musicale estivo italiano, il fantastico parco di Villa Camerini a Piazzola sul Brenta, niente meno che Mark Knopfler, ‘semplicemente’ uno dei migliori chitarristi della storia della musica di tutti i tempi.

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