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MUSICA
Panoramic view. Se il jazz è trasgressivo
di Davide Carbone   
martedì 03 novembre 2015

kurtellingannawebber.jpgC’è un filo sottile quanto indistruttibile che attraversa l’Oceano Atlantico unendo Padova e New York. È un filo fatto di volti, voci, suoni, idee realizzate o solo timidamente abbozzate, un filo fatto di passato, presente e soprattutto futuro. Questo filo (logico) collega la città del Santo e lo Smalls Jazz Club di New York, autentico santuario musicale di quel magmatico universo jazz che ormai da diciott’anni colloca una sua convention in terra veneta, tra Hotel Plaza, Teatro Verdi e da alcuni anni allargando il discorso a tutti i locali padovani che ben volentieri decidono di farsi travolgere da incalzanti jam sessions in compagnia di mostri sacri o belle scoperte. Dal 9 al 14 novembre, con una gustosa anteprima andata in scena il 25 ottobre al Molino Stucky di Venezia in compagnia di Shai Maestro e del suo Trio, il pubblico si abbandona ad una consuetudine che non stanca mai, un viaggio che investe tutti i panorami possibili di un pianeta da esplorare attraverso la musica, le immagini, le parole cantate o stampate su carta.

 

Il Teatro Verdi è il principale centro propulsore di tutti gli impulsi che attraverso il Padova Jazz Festival scuotono la città, mentre l’Hotel Plaza durante tutta la durata della manifestazione è punto d’incontro per artisti della scena mainstream, con annessa programmazione che vede due concerti al giorno tenersi al civico 40 di Corso Milano, uno nel tardo pomeriggio e uno in prima serata.

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Ritmi urbani. Quando a suonare è la città
di D.P.   
martedì 03 novembre 2015

stomp.jpgFenomeno curioso, la routine. Nei ritmi frenetici che contraddistinguono il nostro quotidiano è praticamente impossibile isolarne uno, i rumori si sovrappongono a creare un baccano indistinguibile difficile da sopportare, che nemmeno lontanamente ci sogneremmo di definire “musica”. Luke Cresswell e Steve McNicholas a Brighton, nel 1991, non si devono essere sentiti necessariamente d’accordo con l’inciso iniziale, per fortuna.

 

Perché proprio dalla loro lungimiranza e controtendenza nacque Stomp, lo spettacolo capace di travolgere con il proprio successo il teatro, la danza, la musica e il concetto stesso di ‘performance’, utilizzando come strumenti delle proprie musiche oggetti della quotidianità come coperchi, bidoni, mazze, lavandini, pneumatici e scope.

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Canto libera. Sfumature di Malika
di Redazioneweb2   
martedì 03 novembre 2015

malikaayane.jpgDi recente, a Verona, per me è arrivata una conferma. La conferma di come Malika Ayane appartenga a quella schiera di artisti che fanno il salto e diventano “interpreti”. Coinvolta da De Gregori nel concerto-evento dell’Arena per festeggiare il quarantesimo anniversario della pubblicazione di Rimmel, il pubblico ha potuto godere della compagnia di Malika nell’affrontare due canzoni del Principe, Piccola mela e Pezzi di vetro, quest’ultimo brano eseguito dalla cantante milanese anche al violoncello, in una versione tanto delicata quanto indimenticabile.

 

Il 16 novembre a Udine il suo Naif Tour ce la consegna accompagnata da una super orchestra composta da 11 elementi e fresca di Disco d’Oro per Adesso e qui (Nostalgico presente), canzone che per raffinatezza sfugge volentieri allo status di mero “tormentone radiofonico”  e si aggiunge a brani come Ricomincio da qui e Come foglie, di certo compresi nella scaletta della serata.

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Origine garantita. A Padova Sangiorgi e soci
di Katia Salviato   
martedì 03 novembre 2015

pierluigibalzarini8.jpgIl Negroamaro è un vino salentino dall’intenso colore rosso rubino, con riflessi quasi neri. Il suo profumo intenso richiama sentori di frutti rossi, il sapore è leggermente amarognolo ma pieno, asciutto e rotondo. Un vino che rimanda al calore, al sole, ma anche alle asperità della terra da cui proviene, quello scorcio di Puglia caratterizzato dal verde degli ulivi, dal turchese del mare e dalle rocce stratificate che vi si tuffano, dai sapori forti di una cucina che fa degli ingredienti poveri il proprio punto di forza, in pieno contrasto col barocco delle splendide architetture urbane.


 

“Barocca” si potrebbe definire anche la voce di Giuliano Sangiorgi, cantante e frontman dei Negramaro, gruppo ormai sulla cresta dell’onda da una decina d’anni e che ha scelto di prendere il nome del vitigno salentino perché dolce-amari sono i sapori delle loro canzoni. La formazione è sempre la stessa dagli esordi, sintomo del grande affiatamento e dell’amicizia che lega i sei componenti della band.

 

 

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Esperanza, quanto basta. Equilibrato melting pot
di Daniele Pennacchi   
martedì 03 novembre 2015

esperanzaspaldingdavidtrucotte.jpgEsperanza Emily Spalding nasce a Portland, in Oregon, il 18 ottobre del 1984, in un ghetto da lei stessa definito “piuttosto malfamato”. Fin dall’infanzia la protagonista di questa nostra storia sembra destinata a vedere le proprie origini come risultato di diverse componenti: americana da parte di padre; ispaniche, gallesi e africane da parte di madre.

 

È uno scenario eterogeneo che si riflette anche in ambito musicale, esprimendosi attraverso oboe, chitarra, contrabbasso e violino, facendola conoscere al mondo a partire dal febbraio 2011, quando il suo disco Chamber Music Society si aggiudica il Grammy come miglior artista esordiente, seguito nel 2012 dal successo di Radio Music Society, album che la vede collaborare con pezzi da novanta come Joe Lovano e Jack DeJohnette.

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Sentiti per voi | Jazz brothers
di Lara Cavalli   
giovedì 12 novembre 2015

img_2875.jpgItamar Borochov è salito per la prima volta sul palco del Panic Jazz Club di Marostica ieri sera. Elegante nella sua giacca nera, un po’ vintage con quel ferma cravatte argentato, autoironico con un paio di sneakers consumate. Compositore, arrangiatore e trombettista israeliano, nato nel 1984 in una famiglia di musicisti, è cresciuto a Giaffa, città simbolo, antichissimo porto commerciale e oggi finestra sul mare, di cui Borochov ha assorbito i suoni meravigliosi e il profumo di arance e pompelmi che ha saputo poi trasformare in musica.

 

La tromba di Itamar profuma di agrumi, il suo suono ha i colori intensi del Shuk Hapishpishim e si incastra perfettamente in questo progetto israelo-statunitense che lo vede accompagnato dal fratello Avri al contrabbasso, da Michael King al pianoforte e da Jay Sawyer alla batteria. Considerato una delle grandi promesse del jazz mondiale, il trombettista ci stupisce non suonando nemmeno uno dei brani del suo album di esordio Outset, piccolo capolavoro, ma presentando il repertorio che comporrà il nuovo lavoro la cui uscita è prevista per il prossimo settembre.

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Sentiti per voi | Esperanza Spalding, l’extraterrestre
di Lara Cavalli   
giovedì 12 novembre 2015

img_2855.jpg[Recensione] Sono le 02:32 e non riesco a dormire. Potessi farlo senza essere picchiata dai miei vicini o portata in caserma, mi metterei a cantare, suonerei il mio sassofono più forte che posso, salterei, ballerei, urlerei, talmente tanta è l’elettricità che mi anima questa notte. Qualcuno la potrebbe chiamare insonnia, altri pazzia, incendio ormonale. Niente di tutto questo, signori miei, trattasi di "Esperanza Spalding effect".  Lo spettacolo che è andato in scena al Gran Teatro Geox di Padova è stato un assoluto, incredibile, lunghissimo orgasmo per apparati uditivi. Un orgasmo iniziato con la prima nota e perpetuatosi per più di un’ora e mezza senza pause, senza periodo refrattario, incredula gioia al poter quasi toccare questa ‘cosa’ stupendamente nuova, questa creatività viva, come se per la prima volta l’energia si vestisse di qualcosa che non è luce. Il genio di Esperanza Spalding è uscito dalla lampada questa notte e ci ha sommersi di groove, lasciando tutti noi (tra cui moltissimi musicisti di fama nazionale e internazionale accorsi ad acclamarla) senza fiato.

 

Alla precisione del dialogo tra basso, chitarra e batteria, alla quasi perfezione del cantato corale e dei vocalizzi, si aggiunge una fantasia compositiva paragonabile solo al Prince di Purple Rain o ai Police di Synchronicity II. Quello che la Spalding riesce a produrre con voce, basso e una personalità elegantemente ingombrante, poi, è quasi una visione. La scaletta del concerto niente ha avuto a che fare con Esperanza. Ci siamo trovati di fronte ad Emily (secondo nome e alter ego della bassista) e alla sua incredibile voglia di mostrare dove la musica possa ancora arrivare. In un concerto privo di strumenti acustici, denso nelle progressioni, nelle costruzioni vocali che la Spalding mette in scena con Corey King ed Emily Elbert, e nelle ampie, aggressive conversazioni strumentali tra i suoi due bassi Fender Jazz e South Paw 5, le chitarre di Matt Stevens e la superba batteria di Justin Tyson, l’enfant prodige del jazz riesce a mantenere l’equilibrio sul palco, spingendo la band a raggiungere, insieme, un livello ancora superiore. Intelligente e acuta la bassista di Portland ha costruito uno spettacolo completo ed esaltante, mix di teatro, proclami e cantato rock style che diventa subito necessità, desiderio, bisogno di averne ancora.

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Sentiti per voi | Il jazz è donna
di Lara Cavalli   
giovedì 12 novembre 2015

obino.jpg[Recensione] Alessia Obino è del segno dello Scorpione. Non serve leggere la sua biografia per venirne a conoscenza. La voce di questa straordinaria cantante e compositrice, che ha collaborato con musicisti del calibro di Markus Stockhausen, Javier Girotto, Peter Churchill e Gilad Atzmon incarna tutte le caratteristiche del proprio segno zodiacale: sensuale e scura, potente, malinconica e osservatrice. Sì, esatto, “osservatrice”. E lo affermo con la consapevolezza di chi, durante il concerto di Alessia Obino Cordas andato in scena il 7 novembre scorso all’Auditorium Tom Benetollo dello Spazio Gershwin a Padova, ne ha avuto l’immediata certezza.

 

Deep Changes, l’album la cui uscita è prevista tra qualche settimana e che questi lives promuovono, si muove nel territorio della tradizione che va dal Dixieland ai classici di Hoagy Carmichael, Kurt Weill e Duke Ellington, senza tuttavia disdegnare incursioni nell’ambito delle composizioni originali. La musica segue una rotta non lineare riproponendo differenti stili fatti di melodie cantabili, influenze e citazioni del passato, in un jazz “di repertorio” che intreccia ricerche filologiche ed esigenze individuali.

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Piena maturità. Logicamente, Cremonini
di Katia Salviato   
martedì 03 novembre 2015

cesarecremonini.jpg«Se non cado nel vino, dovrei riuscire a fare quello che mi piace per tutta la vita»: si presenta così nel suo profilo Twitter. Pare per fortuna non esserci ancora caduto, in un calderone di Lambrusco, Cesare Cremonini: il 21 ottobre ha preso il via il Più che logico tour, una lunga cavalcata per la penisola che si concluderà solo il 24 novembre al PalaOlimpia di Verona, passando per Padova e Conegliano. È piuttosto evidente l’entusiasmo del cantante, che alla vigilia della data zero, dopo aver calcato il nuovo palco per le prove, cinguetta: «Oggi è come quando eri piccolo e ti regalavano un gioco di costruzioni più grande di te. E tu pensavi che saresti stato a posto per sempre».


 

Chissà se ha provato le medesime sensazioni anche quando, all’età di sei anni, si è seduto per la prima volta di fronte ad un pianoforte. O quando, a undici, riceve il suo primo disco dei Queen, gruppo di cui sarà sempre fan e che lo traghetterà, come Caronte, dalla musica classica al mondo pop/rock. O quando Lucio Dalla, suo concittadino, l’ha definito “l’unico mio possibile erede”.


 

Il segreto del successo di Cremonini pare essere la libertà: la libertà di fare quello che piace, nel modo in cui si preferisce farlo. È per affrancarsi dalle pressioni dei discografici, ad esempio, che il cantante lascia i Lunapop dopo un album di grande successo, Squèrez, che faceva presagire una fulgida e rigogliosa carriera collettiva.

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Rock of Ages. ‘Epocali’ Scorpions
di D.C.   
martedì 03 novembre 2015

scorpions.jpgRidurli arbitrariamente al ‘gruppo di Wind of change’ vorrebbe dire, molto semplicemente, perdere il contatto con la realtà. Se la hit dal successo sempiterno datata 1991 rappresenta di sicuro uno dei cavalli di battaglia degli Scorpions, altrettanto oggettivo è considerare la loro carriera sintesi di storia civile e musicale di un particolare periodo storico, quello cruciale a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 del secolo passato.

 

Return to Forever - 50th Anniversary è il titolo del concerto che a Trieste è in agenda per il prossimo 13 novembre al Palasport cittadino, dove il chitarrista Rudolf Schenker e il cantante Klaus Meine (veri e propri veterani del gruppo assieme a Matthias Jabs) arrivano per festeggiare 50 anni di carriera e 48 album pubblicati di cui 18 in studio, 3 live e 26 raccolte.

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Di riflesso. Stralci di biografia musicale
di D.C.   
martedì 03 novembre 2015

bonaccorsobosso.jpgChe sia nato nei presso di un vulcano, sembra essere la cosa più naturale e logica del mondo. Rosario Bonaccorso da Riposto, alle pendici dell’Etna, classe 1957, potrebbe senza troppo sforzo essere paragonato alla montagna siciliana, immanente e viva, immobile e in costante trasformazione.

 

Proprio come l’Etna, Rosario Bonaccorso è alle prese con un costante travaglio interno che per nostra fortuna negli anni si è tradotto in una vena artistica mai andata in sofferenza o esaurimento e che a marzo di quest’anno ha dato alla luce Viaggiando, nuovo progetto del contrabbassista siciliano che lo vede per la prima volta impegnato anche nella veste di cantante e autore dei testi.

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Viva voce. Ritratto di cantautore
di Redazioneweb2   
giovedì 01 ottobre 2015
nek.jpgUscire indenne da una prova del nove come il Festival di Sanremo, raggiungendo il secondo posto a furor di popolo e di critica e portando sul palco dell’Ariston una cover di Se telefonando di Mina equivale a 10 Master musicali e un paio di carriere che nemmeno nei migliori sogni a volte è possibile immaginare. Filippo Neviani, in arte Nek, tutto questo lo sa molto bene, cantante dalle spalle tanto larghe quanto impegnate a tenere la testa ben attaccata al resto del corpo, per una carriera all’insegna dell’umiltà. 
 
Al Teatro Corso di Mestre il prossimo 14 ottobre arriva un cantautore e polistrumentista capace di vendere oltre 10 milioni di copie dei propri album, mai prigioniero di un tormentone come Laura non c’è, presentata guarda caso ancora a Sanremo nel ’97
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Qualcosa di travolgente. Sul palco il ciclone Dave Matthews
di Laura Spadari   
giovedì 01 ottobre 2015

davematthewsband.jpgRitorna finalmente in Italia dopo cinque lunghissimi anni di assenza la Dave Matthews Band, probabilmente una delle più longeve e prolifere jam band americane. Gli instancabili Dave Matthews e compagni sono reduci da un lunghissimo tour estivo negli States, ma evidentemente l’adrenalina che si è sviluppata sul palco durante il tour stenta a consumarsi, convincendoli ben volentieri a proseguire con un altrettanto impegnativo tour autunnale in Europa, che li vedrà protagonisti in Italia per ben 4 date.

 

Tornano quindi a Padova il prossimo 21 ottobre, e tornano nello stesso luogo che già li aveva accolti entusiasticamente con un memorabile sold out nel 2010. Allora si chiamava Palafabris, oggi invece ha un nuovo nome, Kioene Arena, ma poco importa dove la questa band si esibisce, il tutto esaurito ai loro concerti è diventato ormai un cliché.

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Woman in jazz. A Pordenone l'elegante Dianne Reeves
di Redazioneweb2   
giovedì 01 ottobre 2015

diannereeves.jpgCi sono pochi generi musicali che come il jazz riescono ad adattarsi ad ogni tipo di stagione, ad ogni tipo di ambiente, insomma ad ogni tipo di contesto. Capace di farla da padrone nelle programmazioni estive, il jazz si dimostra quanto mai adatto ad un mood autunnale nel senso buono del termine, quello dei locali o dei teatri in cui farsi coccolare da sonorità calde, legate all’interpretazione soggettiva del virtuoso di turno, cantante o strumentista.

 

Dianne Reeves, a questo proposito rappresenta ‘semplicemente’ quanto di meglio il Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone potesse regalare alla propria programmazione e al proprio pubblico, come anteprima della rassegna Il Volo del Jazz organizzata in collaborazione con Controtempo. Bastano poche note, pochissimi secondi per essere totalmente rapiti dalla voce di un’interprete davvero in grado di smuovere quel qualcosa all’altezza del petto e rendere assolutamente indimenticabile ogni nota giunta all’orecchio.

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Live & Acoustic. Un nuovo format per la domenica di Spazio Aereo
di C.S.   
giovedì 01 ottobre 2015

obino.jpgSul finire di settembre si è aperta la stagione 2015/16 di Spazio Aereo, che si presenta dopo un restyling della sede, con una programmazione piena di novità. Power Acoustic Sunday, happening cultural-musicale domenicale dal format prestabilito, ospita grandi nomi del jazz italiano e internazionale, ma anche performance teatrali, danza e musica classica contemporanea.

 

Ogni serata si apre alle 18 con Open Mic: 10 minuti di palcoscenico a disposizione di qualsiasi forma artistica, purché originale (bandite le cover!); e si chiude con una jam session jazz, aperta a tutti. Il cartellone di ottobre si apre il 4 con il monologo di Adriano Jurissevich, La materia oscura, liberamente ispirato all’opera di Werner; e a seguire la performance degli Hothree: Sandro Gibellini e Marco Poli alle chitarre, Adele Guglielmi, voce.

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Dove eravamo rimasti? Candiani Groove riprende il... corso
di D.C.   
giovedì 01 ottobre 2015
ustmamo.jpg

Più che una pausa estiva, sembra sia stata una vera e propria rincorsa. Il palinsesto musicale del Candiani, diligentemente curato dall’Associazione Caligola, riprende all’insegna della coerenza con quanto fatto in precedenza, non per questo tralasciando il lusso di potersi permettere gustose divagazioni in grado di sorprendere il pubblico, ormai sempre più simile ad un pacifico esercito di fedelissimi.

 

E se la sperimentazione ha sempre trovato un posto nella programmazione mestrina, gli Üstmamò il 9 di ottobre rappresentano gli ospiti per eccellenza per una degnissima apertura autunnale del Candiani Groove. Sul palcoscenico ecco Luca Rossi e Simone Filippi, anime musicali di un gruppo che nel 2003 si sciolse probabilmente troppo presto e che ritorna sulle scene con Duty Free Rockets, disco totalmente in inglese pubblicato dalla veneziana Gutenberg Music.

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Leggende del rock… e ora? Glover e soci a Padova con Now What?!
di Alberto Zava   
giovedì 01 ottobre 2015

glover_morse.jpg Ci sono alcune cose che ormai fanno parte dell’immaginario collettivo della musica e che, per certi versi, del concetto stesso del rock sono diventate simbolo e icona: il riff di chitarra di Smoke on the Water, universalmente noto (probabilmente il primo riff che si prova prendendo in mano una chitarra…); gli strazianti, caldi e intensissimi acuti del cantato di Child in Time accompagnati da un inconfondibile e storico Hammond; il memorabile solo di chitarra di Highway Star.

 

È significativo notare come questi tre “luoghi comuni”, questi tre topoi classici del rock appartengano tutti allo stesso gruppo; di più, due di questi appartengono allo straordinario Machine Head che i Deep Purple pubblicarono nel 1972 e dopo il quale la storia del rock non è stata più la stessa. Si può ben comprendere quindi l’influenza che lo spessore chitarristico di Ritchie Blackmore, signore del suono del gruppo fino quasi alla metà degli anni Novanta, il timbro vocale di Ian Gillan e il rivoluzionario ruolo dato all’organo nell’hard rock da parte di Jon Lord hanno avuto su tutti coloro che negli anni hanno seguito le loro orme.

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Out of competition. Il rock 'pulito' di Savoretti
di Katia Salviato   
giovedì 01 ottobre 2015
savoretti_1.jpgIl gemellaggio Regno Unito-Genova (o, meglio, il Genoa), sembra proprio portar bene alla musica. È cosa nota il tifo rossoblù del chitarrista dei Kasabian Sergio Pizzorno. E altrettanto dichiarata è la passione per la squadra di Preziosi del cantautore londinese, di padre italiano e madre tedesca, Jack Savoretti, che al Ferraris ci ha pure suonato: prima della partita Genoa-Juventus dell’ottobre scorso (vinta dai liguri…), dove ha presentato in anteprima e girato il video di Home, singolo che ha anticipato l’uscita dell’ultimo album Written in scars, pubblicato lo scorso febbraio. Sarebbe anche voluto diventare calciatore, Savoretti, ma il suo destino è stato senza dubbio un altro.

 

I primi approcci verso la musica, a dire il vero, sono stati piuttosto tardivi: solo a 16 anni la madre, colpita dal suo continuo scribacchiare poesie, gli regala una chitarra. È una folgorazione: «Rimasi sorpreso da quante persone ti ascoltavano quando cantavi rispetto a quando leggevi una poesia.

 

Dopo i primi tentativi non riuscii a smettere, era una scrittura costante, quotidiana; divenne quasi una conversazione, il modo di interagire con il mondo». Dalle iniziali sperimentazioni all’uscita del primo LP (Between the minds, 2007), il cammino del cantautore è frastagliato: l’entusiasmo compositivo e la voglia di farsi strada vengono frenati dai discografici, che fra le varie cose gli suggeriscono di cambiare il nome perché il suo, così italiano, fa troppo “world music”.

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Good old stuff. L’onda lunga del rock’n’roll
di Massimo Macaluso   
giovedì 01 ottobre 2015

crosbystillsnash.jpgEtà media 70 anni, più di quattro decadi di strada percorsa insieme alle spalle, una voglia prepotente e infinita di far musica: David Crosby, Stephen Stills e Graham Nash sono di nuovo in tour. No Country for Old Men, dicevano i fratelli Coen. Ma il rock fa eccezione, basta dare uno sguardo alla carta d’identità di Bruce Springsteen e Sir Paul McCartney e poi ne riparliamo. Per non parlare dei Rolling Stones, ancora e sempre sulla breccia, o dei quattro ragazzini di Dublino, che nel frattempo hanno tutti abbondantemente superato i cinquanta.

 

Sarà un fatto generazionale, sarà che la musica che ci ha folgorato quando eravamo giovani ce la portiamo nel sangue tutta la vita, ma non pare proprio che in giro per i palchi scorrazzino ventenni o trentenni in grado di mandare definitivamente in pensione i succitati membri del favoloso “Centro Anziani” del rock. La musica rock è, decisamente, un paese per vecchi.

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Shine on you crazy David. Il ritorno di Mr Gilmour
di Alberto Zava   
sabato 05 settembre 2015
gilmour_2.jpg

Quando nel dicembre del 2006 le ‘antiche’ note di Arnold Layne, primo singolo a 45 giri pubblicato dai Pink Floyd, di qualche mese precedente al loro primo album in studio The Piper at the Gates of Dawn (1967), rividero nuovamente la luce nel personale tributo di David Gilmour a Syd Barrett - deceduto qualche mese prima - si confermò in maniera esplicita la diretta dipendenza del musicista di Cambridge dal primo cantante/chitarrista del gruppo inglese, l’‘allucinato’, complicato e alienato Barrett.

 

Fu da lui che il giovane David acquisì i primi rudimenti di tecnica chitarristica e fu a partire dal secondo album dei Pink Floyd, dopo aver affiancato prima e sostituito poi il suo stesso “maestro”, che Gilmour cominciò a sviluppare il proprio stile e le proprie sonorità, dapprima completamente immerse nel contesto psichedelico di A Saucerful of Secrets (1968), confrontandosi negli anni successivi con l’esorbitante personalità di Roger Waters, sfociando infine nelle distese linee melodiche che culmineranno nei monumentali capolavori del calibro di The Dark Side of the Moon (1973), Wish You Were Here (1975) e The Wall (1979). Se da un lato la creatività, la voce e l’ego smisurato di Waters caratterizzano concettualmente la storia di una delle band inglesi più influenti nella storia del rock, il timbro e l’attacco della chitarra di Gilmour e le sue melodie epiche e suggestive, contraddistinte dall’inconfondibile espressività dovuta agli insistiti bending e a specifici passaggi tonali, segnano profondamente la fortuna sonora dei dischi dei Pink Floyd, stabilendo parametri tecnici e compositivi che la maggior parte dei chitarristi rock (e progressive) degli anni Ottanta, Novanta e Duemila dovrà in seguito tenere in debita considerazione (Dream Theater e Porcupine Tree, tra i tanti gruppi, ne sanno qualcosa…).

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