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CINEMA
EtĂ  infrante. Roberto Bassi racconta l'infamia razzista del 1938
di Massimo Bran   
mercoledì 10 ottobre 2018

fratelli_bassi.jpgIl prezioso, emozionante documentario di Giorgio Treves, presentato con grande successo e partecipazione di pubblico alla recente 75. Mostra del Cinema di Venezia, per chi l’ha visto, ha rappresentato un’immersione senza concessioni, nella sua stringente e incalzante restituzione storica tra documenti filmici, testimonianze, riflessioni, in una delle pagine più infami che il nostro Paese abbia mai vissuto. Le leggi razziali del 1938 rappresentano una cesura, una frattura nel nostro percorso storico le cui cicatrici non spariranno mai anche a piena elaborazione del lutto compiuta. Figuriamoci quando ancora, ahimè, questa elaborazione in una chiave davvero collettiva compiuta non si è ancora.


Italiani brava gente” si era usi dire, e non pochi ancora perseverano a dire, quando si cercava di relativizzare le nostre imprese vili compiute a danno di oppositori, di semplici civili appartenenti ad altri Paesi, ad altri gruppi etnici, in quel buio Ventennio. Un’indigeribile narrazione che la storia con la esse maiuscola ha demolito, seppur non proprio tempestivamente, da tempo in modo definitivo e conclusivo. Però, come si sa, la ricerca storica è materia di pochi quando le sue conclusioni non vengono fatte proprie da chi ha il compito di trasmetterle in maniera sanamente divulgativa alla collettività. Quindi le immagini, i film, i documentari ben fatti possono svolgere un ruolo importante nell’avvicinare anche le giovani generazioni, che ben poco sanno, purtroppo, di quegli infausti tempi, in un modo diretto, incisivamente empatico a dei momenti storici che hanno rappresentato una sospensione del convivere civile che lascia ancora sgomenti.


Il film di Treves, tra i vari suoi registri e percorsi, sceglie anche quello coinvolgente della testimonianza diretta di chi, da bambino, ha vissuto in presa diretta l’esclusione, la discriminazione razziale, segnatamente qui l’allontanamento dai banchi di scuola. Lo fa scegliendo diverse persone, più o meno note, che consumarono questa tragica esperienza in una selezione di città italiane, quelle con le comunità ebraiche più ampie e di consolidata tradizione. Tra queste non poteva certamente mancare Venezia, appena reduce, due anni fa, dal ricordo del cinquecentesimo anniversario della fondazione del primo Ghetto ebraico del mondo. Tra i testimoni ancora in vita di quei tragici giorni Treves ha individuato una figura notissima e di primo rilievo della Comunità Ebraica veneziana, quel Roberto Bassi già Presidente della Comunità (1984–1991) nonché ideatore e primo realizzatore, nei primi anni ‘50, del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC), noto medico e per anni Primario dermatologo dell’Ospedale Civile di Venezia. Abbiamo cercato in questa breve intervista di cogliere gli aspetti più quotidiani, più ordinari, di quella straordinaria ed enorme tragedia vissuta attraverso gli occhi di un bambino di sette anni che non può non cercare conferme, ancoraggi, continuità in un vissuto scandalosamente interrotto, profanato da disposizioni adulte criminali. Non ci interessava cercare momenti topici eclatanti, ma propriamente invece restituire quella banalità del male che ordinariamente, “ordinatamente” separava vite, banchi, gesti nel segno dell’esclusione, della separazione tra simili resi, con una banale, sconcertante, asettica comunicazione, diversi, altri gli uni dagli altri, in una classificazione di merito etnica inaudita e da molti prima di quei giorni impensabile, incontemplabile in simili declinazioni.


In questo mare di inconsolabili lacerazioni e lacrime, una luce di vivida speranza e gioia, anche proprio da un punto di vista prepotentemente simbolico, nella lunga biografia di Roberto Bassi sicuramente immaginiamo si sia riflessa dall’ingresso in quella stessa scuola Diaz da cui lui fu escluso del suo piccolo nipotino Samuel, meraviglioso bimbo adottato in Kenya che in una pregnante, e per niente retorica, parabola chiude un cerchio tragicamente apertosi 80 anni fa all’insegna dell’irriducibilità, certo a prezzo di inusitato dolore, del bene, che in fondo prima o poi riemerge carsicamente, tenacemente, talvolta risarcendo animi, lenendo ferite di vite intere.

Qual è il suo primo ricordo, diretto o indiretto, dell’età fascista, anche in relazione proprio al suo milieu familiare?
Sono stato involontario artefice dell’iscrizione di mio padre al Partito Nazionale Fascista. Era avvocato e, essendo arrivata in famiglia un’altra bocca da sfamare, andò dal Presidente del Tribunale per raccomandarsi di avere qualche incarico in più. «Caro Bassi, – disse il Presidente – io ti stimo molto dal punto di vista umano e professionale, ma non sei nemmeno iscritto al Partito! Altri incarichi non te ne posso proprio dare…». E così dal 1931, anno della mia nascita appunto, decise di iscriversi per risolvere tale impedimento. Aveva il suo studio legale proprio sopra l’Harry’s Bar, locale dove un giorno venne affisso un cartello con su scritto: “Vietato l’accesso agli ebrei e ai cani”, con i secondi che in quel periodo erano di sicuro più apprezzati dei primi. Mio padre era un professionista affermato e stimato, lo consideravano l’avvocato più bravo e onesto di Venezia, ma nonostante ciò la mole di lavoro naturalmente cambiò dopo il 1938. Ricordo mia madre brontolare con lui mentre era intento a compilare parcelle che secondo lei erano troppo basse in rapporto al lavoro svolto e ai risultati conseguiti. Per quanto fosse un professionista valido, non era ovviamente consigliabile in quel periodo assumere un avvocato ebreo a propria difesa. Il lavoro, perciò, diminuì e ovviamente anche il tenore di vita della nostra famiglia ne risentì.

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VENEZIA75 | La legge dell'ineguaglianza. Intervista a Giorgio Treves
di Fabio Marzari   
mercoledì 10 ottobre 2018
diversi1938_11.jpgAl Lido, in occasione della presentazione del suo lavoro 1938 Diversi, avevamo intervistato il regista Giorgio Treves. L’incontro, per brevità degli spazi redazionali del nostro Daily della Mostra del Cinema, si era chiuso con un appuntamento per un’intervista successiva di maggior ampiezza. L’occasione è ora la più appropriata, dal momento che l’11 ottobre il film uscirà nelle sale italiane, per poi passare in tv su Sky Arte il 23 ottobre. I temi affrontati dal documentario, che trae spunto dalla promulgazione delle leggi razziali nel 1938, riportano alla necessità di mantenere vivo oltre al ricordo, il monito che simili ignobili provvedimenti non debbano mai più ripetersi. L’attualità fornisce spunti di seria preoccupazione e, pur avendo chiare le debite differenze tra contesti storici assai diversi, la lucida e non retorica analisi di Treves aiuta a comprendere come l’indifferenza sia il segnale più preoccupante di una deriva sociale che concepisce il diverso come un elemento disturbante e come divenga sempre purtroppo inevitabile che “chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”.
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Il cinema è di casa. Ruskino, per la decima edizione ci si vede in streaming
di RedazioneWeb3   
sabato 12 dicembre 2020
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Una Home Edition, in live streaming quella che ci aspetta per la decima edizione di Ruskino a Ca’ Foscari (14-18 dicembre). Un appuntamento atteso, non solo in ateneo, ma anche per la città di Venezia: Ruskino a Ca’ Foscari è il Festival di cinema russo contemporaneo organizzato dal Centro Studi sulle Arti della Russia (CSAR) dell’Università Ca’ Foscari e dal Centro dei Festival Cinematografici e dei Programmi Internazionali della Federazione Russa.

 

Quest’anno i film, selezionati tra quelli proiettati durante le edizioni passate, preceduti da presentazioni preparate dallo staff CSAR, saranno dunque resi disponibili in streaming gratuito sul canale YouTube CSAR, esclusivamente nel giorno e nell’ora indicati, mentre la cerimonia di inaugurazione, che si terrà il 14 dicembre alle ore 17 e i saluti finali del 18 dicembre, saranno in live streaming su piattaforma Zoom.

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In presa diretta. Alla Cini i suoni del cinema italiano
di RedazioneWeb3   
martedì 03 novembre 2020
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Dal 5 al 7 novembre il polo culturale dell'isola di San Giorgio Maggiore ospita il convegno I suoni del documentario italiano: 1945-1975, organizzato dall’Istituto per la Musica della Fondazione Cini e coordinato da Marco Cosci. In queste tre giornate verrà approfondita la componente sonora dei documentari italiani realizzati tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Settanta, coinvolgendo studiosi provenienti da diversi ambiti disciplinari.

 

La produzione documentaristica presenta infatti condizioni variabili e peculiari che la distinguono da quella maggiormente standardizzata del lungometraggio.

 

Sarà possibile partecipare al convegno tramite la piattaforma Zoom (fino a esaurimento posti) richiedendo il link all'indirizzo mail Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo . Gli interventi potranno essere seguiti anche in diretta streaming sulla pagina Facebook della Fondazione Giorgio Cini.

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Non voltare la testa. Intervista a Ottavia Piccolo e Simone Marcelli
di Fabio Marzari   
martedì 03 novembre 2020
ImageDurante la Mostra del Cinema al Lido nella Villa degli Autori, in occasione della presentazione del film Occident Express, abbiamo incontrato Ottavia Piccolo e il regista Simone Marcelli per parlare della pellicola e del documentario Lo sguardo su Venezia, in cui Ottavia è la voce narrante e le cui riprese si sono concluse all'inizio di ottobre, che uscirà nei primi mesi del 2021. Occident Express, regia di Simone Marcelli, scritto da Stefano Massini e interpretato da Ottavia Piccolo con l’orchestra Multietnica di Arezzo, racconta l’incredibile storia di Haifa, un'anziana donna di Mosul costretta a mettersi in fuga con la nipotina di 4 anni, percorrendo in tutto 5.000 chilometri, dall’Iraq fino al Baltico, attraverso la cosiddetta “rotta dei Balcani”.

Simone Marcelli, perché questo film, dopo lo spettacolo teatrale sempre con Ottavia Piccolo protagonista?
SM. Perchè parla di una storia vera, perché c'è bisogno di raccontare queste storie, perché il testo di Massini è un testo che arriva dritto e puntuale, perché Ottavia Piccolo è una grande interprete e inoltre perché ho voluto accettare una sfida con me stesso: fare teatro al cinema. Questa è una cosa che nessun regista vorrebbe fare, perché è una sfida maledettamente complicata: si rischia di fare solo una documentazione video con l'effetto del teatro in televisione, oppure di essere invasivi, non rispettando il testo e la messinscena. Ho voluto confrontarmi con questo equilibrio sin dal testo di Massini e dalla musica di Enrico Fink, oltre naturalmente che con la magistrale interpretazione di Ottavia.
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Trieste Science + Fiction Festival
di RedazioneWeb3   
giovedì 29 ottobre 2020
ImageIl più importante evento italiano dedicato all’esplorazione della fantascienza e del futuro in programma dal 29 ottobre al 3 novembre dal vivo nel capoluogo giuliano e online su MYmovies, conferma anche per la 20° edizione Education Program, il progetto dedicato a studenti, famiglie e insegnanti con un ricco calendario di eventi dal vivo e online a ingresso gratuito. Educazione significa crescita, consapevolezza, trasformazione, capacità di immaginare il futuro.
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De consolatione philosophiae | Animali sociali e dove trovarli
di Fabio Marzari   
venerdì 23 ottobre 2020
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Pietro Castellitto ha presentato in concorso a Venezia 77 nella sezione Orizzonti la sua opera prima I predatori di cui è anche sceneggiatore e interprete, un film “ricco di cattiveria, satira e coraggio di andare sopra le righe”, che gli è valso il premio per la migliore sceneggiatura, scritta all’età di 22 anni. Ha dichiarato il regista/attore: «Sono profondamente felice di presentare il mio film a Venezia. Lo sconquasso della pandemia ha distrutto molte certezze aprendo le porte a un nuovo scontro fra culture e visioni del mondo, premessa fondamentale per qualsiasi era artistica. C’è un che di bellico in quest’alba veneziana e farne parte è motivo di orgoglio. Ringrazio Alberto Barbera e tutti i selezionatori per la fiducia data».

 

La distruzione delle certezze e Nietzsche in qualche modo hanno una loro presenza nel film di Castellitto. Sarà per la laurea in filosofia o per la derivazione familiare – madre Margaret Mazzantini, scrittrice di talento e di successo, argomenti non sempre in unione tra loro nel panorama letterario e di Sergio, attore tra i più importanti e capaci nel mondo dello spettacolo italiano – Pietro Contento Castellitto, nato nel 1991, ha debuttato nel cinema a tredici anni in una piccola parte nel film del padre Non ti muovere (2004). Viene diretto dal padre in altri due film: La bellezza del somaro del 2010 e Venuto al mondo del 2012. Nello stesso anno viene scelto da Lucio Pellegrini per interpretare il ruolo di Marco nella commedia È nata una star? con Luciana Littizzetto e Rocco Papaleo. Nel 2018 interpreta Secco in La profezia dell’armadillo di Emanuele Scaringi, per cui vince il premio Biraghi ai Nastri d’argento 2019. Pietro non ha scelto il cinema per “pigrizia” mentale, la sua storia è quella di un giovane intellettuale figlio del suo tempo e capace di avere solide e forti passioni popolari, come quella per la Roma, la squadra del cuore, che lo vede in questo periodo impegnato a girare con il ruolo da protagonista Speravo de morì prima, produzione originale Sky in cui interpreta Francesco Totti, idolo della tifoseria giallorossa ed emblema di un’intera città, tra i vincitori dell’indimenticabile Mondiale 2006 in Germania.

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Facoltà di cinema. Ca’ Foscari Short da 10, nonostante tutto
di Federica Cracchiolo   
mercoledì 07 ottobre 2020
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L’Università di Venezia apre i battenti alla 10. edizione del Ca’ Foscari Short Film Festival, che per questo particolare anno diventa autunnale, in onda (e in presenza) dal 7 al 10 ottobre, facendoci gustare, nonostante le difficoltà del momento, un’ampia rassegna di corti, come sempre di alto livello e provenienti da 27 paesi diversi. Primo in Europa ad essere ideato e gestito da un’università, il Festival vede protagonisti i giovani, come creatori, organizzatori, distributori e naturalmente come pubblico, a cui l’iniziativa in primis si rivolge. La sede rimane storica, nel campo che è polo dei giovani, l’Auditorium Santa Margherita, ma non sarà unica: prestigiose istituzioni veneziane come il Candiani, la Querini Stampalia e la Giorgio Franchetti offrono i loro spazi e permetteranno una sincronica visione in streaming delle opere.

 

Con ben 30 corti in gara, la Mostra vuole guardare al futuro, trattando tematiche più che mai attuali. È il caso dei programmi New African Cinema e East Asia Now, che ci conducono all’esplorazione di realtà ancora troppo lontane dalla nostra, e del privilegio dato al poco riconosciuto cinema indiano, con la messa in scena di tre opere di Amil Dutta.

 

In materia di attualità, il distacco si fa materia prima del Festival, come nel candidato Oscar Daughter di Daria Kashcheeva, breve ma struggente lettura del rapporto tra una giovane e il padre morente attraverso i ricordi dell’infanzia.

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VENEZIA77 | 'Lontani' cugini. Lav Diaz, contrasto in bianco e nero
di Redazioneweb2   
venerdì 11 settembre 2020
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LAHI, HAYOP (Genus Pan)

di Lav Diaz

con Bart Guingona, DMs Boongaling, Nanding Josef, Hazel Orencio, Joel Saracho, Noel Sto. Domingo

(Filippine, 150’)

 

Tra i film più attesi del Festival, Lahi, Hayop di Lav Diaz – unico filippino a Venezia, già Leone d’Oro nel 2016 con The Woman who Left –, racconta in un bianco e nero contrastato una storia di emarginazione che suscita una profonda riflessione sul concetto di uomo e umanità. Lahy, Hayop è l’esplorazione del nostro istinto animale: violento, aggressivo, ossessivo, trasgressivo, imponente, invidioso, territoriale e narcisistico, «molto simile a nostro cugino, il genere pan (scimpanzé)», ha dichiarato Diaz.

 

Quella del regista è una meditazione urgente su come gli esseri umani conservino tuttora il comportamento e le caratteristiche degli ‘antenati’ scimpanzé, ma lascia spazio anche alla speranza che l’uomo possa ancora auto-realizzarsi e completare il suo vero sé.

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VENEZIA77 | Tuffo nel passato. Film di chiusura: Lasciami andare
di Filippo Vianello   
venerdì 11 settembre 2020
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Film di chiusura
LASCIAMI ANDARE
di Stefano Mordini
con Stefano Accorsi, Valeria Golino, Maya Sansa, Serena Rossi, Antonia Truppo, Lino Musella, Elio De Capitani
(Italia, 98’)

Dopo la scoperta che sua moglie Anita aspetta un figlio, Marco avverte una nuova sensazione di speranza per poter superare la prematura scomparsa del suo primogenito Leo, avuto con la sua ex-moglie Clara. Il fragile equilibrio della nuova vita dei due sfortunati genitori viene scosso nuovamente quando entrambi si imbattono in Perla, la nuova proprietaria della casa dove vivevano prima della tragedia. L’enigmatica signora viene infatti tormentata da una strana voce di un bambino che perseguita lei e suo figlio nella loro nuova abitazione. Per Marco si tratterà di un ritorno straziante ad un passato che stava iniziando a dimenticare.
 

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VENEZIA77 | DAILY#10 (11-12 settembre/September2020)
di Roberto Pugliese   
venerdì 11 settembre 2020
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A place to stay
Personaggi alla deriva, in un’ardua ricerca del proprio posto nel mondo, popolano le ultime giornate: meglio se femminili, come quello interpretato dalla grande Frances McDormand in Nomadland della sino-statunitense Chloé Zhao, che sceglie il nomadismo dopo il collasso economico della propria cittadina in Nevada. Oppure il giovane Davud di In Between Dying del 33enne azero Hilal Baydarov, che vaga poeticamente alla ricerca della propria vera famiglia. Ma toni decisamente più forti, anche visivamente, si stagliano altrove, ad esempio in Saint-Narcisse del canadese Bruce LaBruce, visionario ritratto di un ventenne ossessionato dalla propria immagine fra incesto, vendetta, redenzione e sdoppiamenti; oppure nel nuovo tuffo nell’universo ‘ultrapulp’ di Álex de la Iglesia con 30 Coins, ‘pilot’ di una serie TV all’insegna di quel mix horror-fantasy-umorismo che è la sua caratteristica. Più realisticamente, ma con un supplemento di inquie-tudine, Pietro Castellitto descrive coralmente la faida tra due famiglie della destra romana ne I predatori, con Massimo Popolizio e Anita Caprioli, mentre il filippino Lav Diaz (Leone d’Oro 2016 con The Woman who Left) in Lahi, hayop offre una nuova storia di emarginazione in un contrastato bianco e nero; mentre di tinte ‘noir’ molto autentiche si tinge il doc Crazy, not Insane, del premio Oscar Alex Gibney, dedicato alla criminologa americana Dorothy Otnow Lewis che ha indagato le criminal minds dei più noti serial killer. Se la chiusura della selezione ufficiale è affidata a Lasciami andare di Stefano Mordini, thriller all-cast (Stefano Accorsi, Valeria Golino, Maya Sansa) girato a Venezia durante l’acqua alta dello scorso autunno, quella della SIC è un ultimo grande omaggio al cinema che ha fatto la storia: laddove Alessandro Rossellini, primo nipote del maestro Roberto, in The Rossellinis non rievoca solo la saga di una famiglia sotto i riflettori ma fa i conti anche con la propria storia personale.

 

Characters adrift in a daunting search for their place in the world populate the last days of the Festival: like Chloé Zhao’s Nomadland, starring Frances McDormand, a story of economic collapse-induced nomadism. Much stronger tones stand out elsewhere, as in Bruce LaBruce’s Saint-Narcisse, the tale of a 20-year-old obsessed with his own image; or in Álex de la Iglesia’s 30 Coins, pilot episode of a TV series with his characteristic horror-fantasy-humor mix. Pietro Castellitto describes the feud between two families of Roman fascist sympathisers in I Predatori, while the Filipino Lav Diaz with Lahi, hayop offers a new story of marginalization. Documentary Crazy, Not Insane by Alex Gibney is dedicated to the American criminologist Dorothy Otnow Lewis. The closing of the official selection is entrusted to Stefano Mordini’s You Came Back, a thriller shot in Venice during the exceptionally high tide last fall.

 
VENEZIA77 | Rivoluzione streaming. Intervista a Gianluca Guzzo
di Massimo Bran, Mariachiara Marzari   
giovedì 10 settembre 2020
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Gianluca Guzzo, CEO e fondatore di MYmovies, sito di cinema leader indiscusso in Italia, è qui a Venezia per seguire da vicino la crescita della partnership della sua web company con Biennale per l’offerta di film in streaming della Mostra, quest’anno ben 23. La nostra è una amicizia già decennale, che ci ha visto in particolare nei festival collaborare editorialmente nello scambio di contenuti e nella realizzazione di media coprodotti. Ricordiamo ancora tutti vividamente il fantastico party del decennale, nel 2010, all’isola di San Servolo, che in qualche modo consacrava un percorso che a tutti gli effetti poteva già considerarsi seminale sul fronte del cinema online. Dopo altri dieci anni, e vent’anni sul web rappresentano un’era geologica, abbiamo cercato di tracciare con lui un bilancio su questa straordinaria avventura in un anno di quotidiana, ormai ordinaria follia.

Genesi di un’idea
Si parte da lontano, molto lontano… Sono stato ballerino professionista di danza classica per anni. Nel ‘97 mi trovavo a Parigi proprio per questo lavoro. Lì scopro le nuove tecnologie e capisco l’importanza di internet. In Francia rappresentò in qualche modo l’evoluzione del MiniTel, servizio telematico di videotex nato all’inizio degli anni ‘80 e operativo sino a un decennio fa. Loro erano già più di un passo avanti rispetto a noi qui in Italia, dove invece all’epoca il fax rappresentava l’ultimo ritrovato della tecnologia.

 

In Francia passarono dal fax al MiniTel e poi a internet, mentre qui da noi non ci fu questo scatto intermedio e quindi il passaggio fu meno veloce. Trovandomi lì in quel momento, a vent’anni, ho potuto percepire la forza, e soprattutto le potenzialità future, di questo mezzo.

 

Decido così di smettere di ballare e, travolto da questa nuova passione, vado a studiare informatica a Firenze. Nel frattempo trovo anche dei piccoli lavori come sviluppatore informatico, rispondo all’annuncio di un’azienda informatica attiva nel mondo editoriale e vengo chiamato a fare l’ipertesto per una casa editrice. Internet c’era già, però un ipertesto si faceva ancora sul CD-ROM. Si trattava nel caso specifico di un ipertesto per dei lavori di Gramsci; un’esperienza profondissima, che ho potuto condividere con i miei storici soci Luciano Belli e Mario Mancini. Di lì a poco scaturisce la nostra prima idea cinematografica online: «Digitalizziamo un dizionario di tutti i film!». Fondamentalmente l’idea MYmovies arriva da lì. La mia intuizione è stata quella di capire la potenzialità di internet facendo atterrare la mia visione lì, avendo chiaro subito che il futuro non poteva essere un CD-ROM, bensì la rete. E quindi, proprio come oggi nasce una startup, ci siamo messi a cercare un investitore con l’idea di partire dal Dizionario di tutti i film di Pino Farinotti, rivolgendoci proprio all’autore per farci dare i diritti dei film e trovare un editore che poi ci pubblicasse. Il 30 agosto 2000, anno della 57. edizione della Mostra del Cinema di Venezia, nasce MYmovies. Mi ricordo ancora la pubblicità a pagina intera su, se non ricordo male, «La Nazione»: MYmovies ruggisce a Venezia!.

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VENEZIA77 | Prima linea. Intervista a Cristina Priarone
di Mariachiara Marzari   
giovedì 10 settembre 2020
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Cristina Priarone, Direttore Generale Roma Lazio Film Commission, attualmente anche Presidente di IFC-Italian Film Commission, ha assunto questo doppio ruolo consapevole che la rivoluzione strategica delle Film Commission è in atto e solo nel lavoro comune può emergere la loro forza, vale a dire la capacità di essere entità economiche e produttive interessanti e appetibili per il mercato nazionale e, soprattutto, internazionale dell’audiovisivo. Una trasformazione avvenuta negli anni che ora appare compiuta e condivisa.

In quali direzioni prioritarie sta operando in qualità di attuale Presidente dell'Italian Film Commission? Quanto ritiene sia effettivamente possibile fare sistema nell'industria dell’audiovisivo in un’Italia come sempre troppo frammentata?
Il nostro sforzo già da parecchio tempo è quello di riuscire ad essere sempre di più un punto di riferimento in termini di coordinamento, con un lavoro sinergico tra tutte le diversità territoriali regionali e anche tra le diversità delle strutture. Lo stiamo facendo con risultati sempre più tangibili: c’è una grande collaborazione tra tutti noi, uno scambio di buone pratiche di sostegno, di attenzione tra i vari soci, con un crescente impegno nello strutturare una proficua direzione comune. Il fatto di condividere costantemente le iniziative che tutte le singole Film Commission portano avanti ha determinato un clima di collaborazione propositivo di grande efficacia. Stiamo consolidando una grossa interazione con il MiBACT, con la Direzione Generale Cinema, percorsi che solo se seguiti come forza coordinata e coesa possono produrre risultati positivi.

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VENEZIA77 | La crisi dei fondamentali. Pietro Castellitto alla sua opera prima per Orizzonti
di Fabio Marzari   
giovedì 10 settembre 2020
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I PREDATORI
di Pietro Castellitto
con Massimo Popolizio, Manuela Mandracchia, Pietro Castellitto, Giorgio Montanini, Dario Cassini, Anita Caprioli, Marzia Ubaldi
(Italia, 109’)

È mattina presto, il mare di Ostia è calmo. Un uomo bussa a casa di una signora per venderle un orologio ed è sempre mattina presto quando, qualche giorno dopo, un giovane laureando in filosofia verrà escluso dal gruppo scelto dal suo professore per la riesumazione del corpo di Nietzsche. Due torti subiti. Due famiglie apparentemente incompatibili: i Pavone, intellettuali appartenenti all’alta borghesia e i Vismara, proletari e con spiccate simpatie fasciste. Due nuclei familiari antitetici, che condividono la stessa giungla urbana di Roma. Sarà un incidente banale a far collidere quei due poli opposti. E la follia di un ragazzo di venticinque anni scoprirà le carte per rivelare che tutti hanno un segreto e nessuno è ciò che sembra. E che siamo tutti predatori.

 

Pietro Castellitto presenta nella sezione Orizzonti la sua opera prima I Predatori di cui è anche sceneggiatore e interprete, un film ricco di cattiveria, satira e coraggio di andare sopra le righe. Ha dichiarato il regista/attore: «Sono profondamente felice di presentare il mio film a Venezia. Lo sconquasso della pandemia ha distrutto molte certezze aprendo le porte a un nuovo scontro fra culture e visioni del mondo, premessa fondamentale per qualsiasi era artistica. C’è un che di bellico in quest’alba veneziana e farne parte è motivo di orgoglio. Ringrazio Alberto Barbera e tutti i selezionatori per la fiducia data. Spero di esserne all’altezza». E la distruzione delle certezze e Nietzsche in qualche modo hanno una loro presenza nel film di Castellitto.

 

Sarà per la laurea in filosofia o per la derivazione familiare – madre Margaret Mazzantini, scrittrice di talento e di successo, argomenti non sempre in unione tra loro nel panorama letterario, e di Sergio, attore tra i più importanti e capaci nel mondo dello spettacolo italiano – Pietro Contento Castellitto, nato nel 1991, ha debuttato nel cinema a tredici anni in una piccola parte nel film del padre Non ti muovere (2004). Viene diretto dal padre in altri due film: La bellezza del somaro del 2010 e Venuto al mondo del 2012. Nello stesso anno viene scelto da Lucio Pellegrini per interpretare il ruolo di Marco nella commedia È nata una star? con Luciana Littizzetto e Rocco Papaleo. Nel 2018 interpreta Secco in La profezia dell'armadillo di Emanuele Scaringi, per cui vince il premio Biraghi ai Nastri d'argento 2019. Pietro non ha scelto il cinema per ‘pigrizia’ mentale, la sua storia è quella di un giovane intellettuale figlio del suo tempo e capace di avere solide e forti passioni popolari, come quella per la Roma, la squadra del cuore, che lo vede in questo periodo impegnato a girare con il ruolo da protagonista Speravo de morì prima, una produzione originale Sky, in cui interpreta Francesco Totti, idolo della tifoseria giallorossa ed emblema di una intera città.  

 
VENEZIA77 | Mai stati sulla Luna? La "grande bufala" in VR
di Riccardo Triolo   
giovedì 10 settembre 2020

ImageAlla fine è tutto un gioco. Una messa in scena. Intendo il cinema, il VR. Ci siamo dentro, a volte abbiamo l’impressione di avere il comando, altre siamo felici di essere pedine. In un gioco accettiamo le regole, che siano finalizzate alla mera partecipazione oppure ad altro: oggi ad essere giocabile è un po’ tutto, lo shopping, l’apprendimento, il lavoro. E se virtuale significasse semplicemente “gioco”, “simulazione”, nient’altro? Sarà così che accoglieremo la realtà aumentata, che non è già più virtuale, ma è appunto un gioco pervasivo, un’interferenza, un innesto interattivo, playable. E noi qui, o lì, o chissà dove, a giocare.

 

Lo sanno bene i creatori di questo Great Hoax: The Moon Landing, uno sberleffo alla retorica sullo sbarco sulla Luna e ai suoi postulati di finzione. Qui siamo scritturati da un regista in un mondo cartoon a impersonare il primo astronauta taiwanese sulla Luna in un set. Ci ritroviamo a scegliere la bandiera da piantare e le pose eroiche da scimmiottare. Il tutto per rendere credibile uno sbarco lunare made in Taiwan. Si ride. 

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VENEZIA77 | DAILY#9 (10 settembre/September2020)
di Redazioneweb   
giovedì 10 settembre 2020

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New Anxieties

Prima che il Covid-19 li spodestassero, guerre e terrorismo guidavano la vetta delle ansie contemporanee. Riflettendo su questo, e sull’incombente pericolo dei dilaganti rigurgiti di neonazismo e neofascismo, a 40 anni dagli Anni di piombo della Von Trotta un’altra tedesca, Julia von Heinz, racconta in Und morgen die ganze Welt una Germania preda degli attentati dell’estrema destra e la lotta di un’attivista per contrastarli; mentre il messicano Michel Franco, già produttore del Leone d’Oro 2015 Desde allà di Lorenzo Vigas, descrive in Nuevo orden un futuro distopico ma non troppo, dove in uno Stato totalitario scoppia una rivolta contro l’aristocrazia. E se in Tvano nebus il lituano Marat Sargsyan sceglie come sfondo un imprecisato conflitto tra i molti sottotraccia, il cileno Rodrigo Sepùlveda Urzùa in Tengo miedo torero fa di un anziano travestito (il grande Alfredo Castro, attore-feticcio di Pablo Larraín) un involontario protagonista della resistenza anti-Pinochet. Più in sintonia con la contemporaneità, Run Hide Fight di Kyle Rankin racconta di un’adolescente tosta che si batte per la sopravvivenza nell’America delle armi facili. Tutto intimista è il ritorno di Uberto Pasolini, a sette anni da Still Life, con Nowhere Special, con James Norton (Mr. Jones, Piccole donne) nei panni di un padre malato terminale che deve trovare una famiglia per il figlioletto di quattro anni. Nella non-fiction largo al ricordo di Fellini con La verità su La dolce vita di Giuseppe Pedersoli, figlio di Bud Spencer e nipote del produttore Giuseppe Amato, ricostruzione disvelatrice di quella leggendaria lavorazione.

 


Reflecting on the danger of the recent surge of neo-nazism and neo-fascism, German Julia von Heinz depicts in
Und morgen die ganze Welt a German nation dealing with attacks from the far-right and the struggle of an activist to counter them. Mexican Michel Franco describes in Nuevo orden a somewhat dystopian future where a revolt against a totalitarian aristocracy erupts. More in tune with modern times, in Kyle Rankin’s Run Hide Fight a tough teenager fights for survival in America’s firearm-heavy society. Adilkhan Yerzhanov’s protagonist Yellow Cat is also a youth, in a comedy with echoes of both ‘nouvellevague-ness’ and westerns. Uberto Pasolini returns with Nowhere Special, with James Norton as a terminally ill father who has to find a family for his three-year-old son. In the non-fiction category, in memory of Fellini La verità su La dolce vita by Carlo Pedersoli, which is a reconstruction of that legendary work.

 
VENEZIA77 | IdentitĂ  e cinema. Intervista a Stefania Ippoliti, direttrice Toscana Film Commission
di Mariachiara Marzari   
mercoledì 09 settembre 2020
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La Toscana è una delle pioniere assolute tra le Film Commission italiane e attraverso il lavoro di anni ha saputo trasformare il comparto in vera e propria industria dell'audiovisivo, sapendola connotare con le proprie specificità di territorio e professionali. Stefania Ippoliti, che dirige la Film Commission Toscana, è a Venezia per contribuire attivamente con la propria progettualità a sostenere la Mostra e il cinema italiano.

Siete uno dei territori più cinematografici in assoluto. Certamente una tra le prime Film Commission ad essere divenuta una vera risorsa economica per la Regione. Ci racconti un po’ come state operando per mantenere questo primato.
Siamo stati tra i primi, sì, favoriti da un territorio bello, amato e conosciuto. Questa bellezza dobbiamo tuttavia meritarcela, quindi cerchiamo di essere efficienti, accoglienti e capaci di fornire i servizi necessari, assecondando le richieste delle produzioni. Quello che stiamo cercando di fare è costruire un tessuto industriale al servizio dell’audiovisivo, magari in maniera anche non esclusiva, ma che sia pronto a lavorare per questo settore; una sfida assai complessa e al contempo molto stimolante.

 

Ci sono una serie di vocazioni toscane che potrebbero facilmente adattarsi alle necessità del cinema e dell’audiovisivo, come il nostro artigianato, il campo tessile in primis, la confezione e realizzazione dei costumi di scena, oppure la falegnameria: perché non aiutare le maestranze a imparare anche a lavorare nei settori della scenografia?

 

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VENEZIA77 | BIENNALE COLLEGE CINEMA | Back home. Intervista a Pedro Collantes
di Emiliano Dal Toso   
giovedì 10 settembre 2020
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Poche scene, molti dialoghi, una protagonista che ritorna in Spagna dopo sei anni all’estero e si trova a dover fare i conti con la sua vita e con i rapporti più importanti: il nonno, il migliore amico, l’assenza dei genitori. Questo, e molto altro, è racchiuso nell’emozionante El arte de volver, film d’esordio dello spagnolo Pedro Collantes, che restringe il racconto a pochi personaggi e segue senza interruzioni il percorso interiore di Noemi, attrice trentenne alla ricerca di un ruolo che le permetta di affermarsi, innanzitutto, ma anche di risposte e di direzioni da seguire in un passaggio cruciale per la sua crescita esistenziale.

 

Una pellicola intima e delicata, che lascia respiro ai dubbi e alle riflessioni di una ragazza matura e precaria nello stesso tempo, a cui l’intensa Macarena Garcìa – madrilena, nota in Spagna per molte produzioni targate Netflix e rivelatasi con il bellissimo Blancanieves (2012) di Pablo Berger – dona anima e corpo, alternando sfumature dolenti e spensierate. 
Il suo stile di regia lascia grande spazio all’emotività, ai dialoghi e ai personaggi.

 

 

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VENEZIA77 | BIENNALE COLLEGE CINEMA | Rapporti, umani. Intervista ad Hannaleena Hauru
di Emiliano Dal Toso   
giovedì 10 settembre 2020
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Fiction e autofiction che si confondono, una storia d’amore al passo con i tempi di Instagram. Questi sono gli ingredienti di Fucking with Nobody, diretto e interpretato dalla 37enne finlandese Hannaleena Hauru. Un’opera sperimentale di un’autrice che non teme di riprendere se stessa e le difficoltà della sua quotidianità emotiva: il suo personaggio decide di realizzare la parodia di una relazione sentimentale tra lei e il giovane attore Ekku utilizzando stories e post da condividere, ma il successo ‘social’ di questo fasullo e apparente rapporto avrà ripercussioni su di loro e su altre persone, scatenando un turbinio di incomprensioni, risentimenti e confidenze.

 

La regista, al suo secondo lungometraggio, descrive così quella che potrebbe essere una delle commedie più divertenti della Mostra: «Con l’obiettivo di ritrarre i rapporti e l’intimità dei giorni nostri, non ho trovato altra soluzione se non avvicinarmi il più possibile alla realtà – non solo dal punto di vista del contenuto emotivo, ma anche in termini di soluzioni cinematografiche. Fucking with nobody è una satira nella quale l’estetica visiva che utilizza una tecnologia tattile e lo stile di recitazione giocano con l’autofiction».
Spiazzante, esilarante, costruito su più linee narrative, Fucking With Nobody della 37enne regista e attrice finlandese Hannaleena Hauru, primo film presentato nella sezione Biennale College, ha divertito il pubblico della Sala Giardino, conquistato dalle peripezie sentimentali della protagonista Hanna.


 

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VENEZIA77 | L'animale piĂą pericoloso al mondo. Intervista a Kyle Rankin
di Andrea Falco   
mercoledì 09 settembre 2020
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RUN HIDE FIGHT

di Kyle Rankin
con

con Thomas Jane, Radha Mitchell, Isabel May, Eli Brown, Olly Sholotan, Treat Williams, Barbara Crampton, Britton Sear, Cyrus Arnold, Catherine Davis, Joel Michaely

(USA, 109’)

 

Le sparatorie nelle scuole americane sono un evento tristemente noto alle cronache. Intellettuali e produttori americani hanno, in diversi modi, cercato di metabolizzare l’insensatezza di questo terribile, violento spettacolo emulativo. Kyle Rankin (1972) ha provato a costruire una storia sopra la storia, un racconto di come gli istinti più primitivi possono trasformare l’uomo in bestia così come in un mezzo di salvezza e di empatia. Il film è presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema.

 

Il film è ispirato ad un evento tragico in particolare?
Il mio migliore amico, Shayne, è stato ucciso nel 1999 a San Francisco. Il suo caso è stato risolto anni dopo e quella che sulle prime pareva essere una rapina a mano armata si è rivelata un omicidio commesso in occasione di un rito di iniziazione in una cosca. È stata la prima volta che ho toccato con mano cosa significhi un’uccisione senza senso, senza motivo; ci penso ogni volta che accade una sparatoria.

 

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