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di Marta Fontana
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lunedì 11 marzo 2013 |
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Così recita un antico adagio veneziano sulla donna ideale: «che la piasa, che la tasa, che la staga a casa». La condizione femminile a Venezia, nei secoli, fu però assai particolare e la realtà, in certi casi, si discostava di molto da questo modello di donna fedele, muta e devota. Se il ruolo della donna in una società è sempre condizionato dalla struttura di questa, che la plasma e la condiziona, è facile capire come solo Venezia, dominata da una mentalità mercantile e marittima, potesse essere la patria di Mirandolina, esemplare di illibatezza, ma maestra nel gestire la propria femminilità soggiogando gli spasimanti che la circondano senza mai perdere di vista i suoi interessi.
Contrariamente al pius agricola che si aspetta dal Cielo la pioggia al momento giusto, adora il Cielo e alla volontà del Cielo si adegua rimettendovi totalmente il suo destino, il mercante ripone le sue risorse nelle proprie abilità, disposto ad osare l’impensato alla ricerca dell’utile da fruire in questo mondo. Così le veneziane, mogli di questi mercanti, a differenza delle ‘donne di terra ferma’, dovevano far fronte alle lunghe assenze dei loro uomini, curare gli interessi della famiglia, trattare contratti e maneggiare patrimoni. Questo portava inevitabilmente ad una certa emancipazione e anche ad una maggiore libertà di costumi e sentimenti. Libertà accolta con una generale tolleranza. Quello che è interessante osservare però, è la profonda dicotomia tra le donne del popolo e le patrizie, non solo per ovvi motivi di nascita. Ciò che distingueva nettamente le gentildonne era la consapevolezza del ruolo ufficiale a loro riservato dalla Signoria: ingentilire i costumi e rappresentare nelle occasioni pubbliche il lusso, l’eleganza e lo sfarzo che immancabilmente annichilivano il mondo.
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di Redazioneweb
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martedì 05 febbraio 2013 |
Il Ballo del Doge è considerato dalla stampa internazionale «una delle dieci cose da fare assolutamente nella vita». It’s all about… Amore. Eros, Passion or… Romance?, il 9 febbraio, sarà una splendida edizione ‘platinum’ per festeggiare il ventesimo anniversario di un avvenimento indescrivibile, unico al mondo. Perché non è solo un evento pieno di fantasia, ideato per divertirsi e giocare nell’atmosfera del Carnevale, ma anche un’occasione artistica di eccellenza, un appuntamento mondano esclusivo e una serata in cui i cinque sensi si ubriacano per un piacere totale. Nel favoloso scenario di Palazzo Pisani Moretta, la magia di Antonia Sautter si realizza in una sola notte: alla luce delle fiaccole e dei giocolieri del fuoco, inebriati dalla musica, tutti si sentono principi di un mondo fantastico, in una favolosa alchimia di spettacoli straordinari, di incredibili artisti e di sublimi banchetti preparati da raffinati chef. Il Ballo del Doge incarna la quintessenza dell’arte e dell’arte di vivere. Il grande talento di Antonia permette ai suoi ospiti di sentirsi allo stesso tempo spettatori e attori di questi fasti favolosi.
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di Redazione
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martedì 05 febbraio 2013 |
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20 ANNI DI MASCHERE E COSTUMI
Mostra dalla collezione di bozzetti dell’ASAC
Dal 2 febbraio
Il Fondo Artistico dell’ASAC della Biennale conserva centinaia di opere straordinarie nella sezione Bozzetti di scena e costumi, opere accumulate in decenni di produzioni, realizzate dai più grandi artisti della modernità e della contemporaneità: Guttuso, Lanza, Maccari, Lecoq, Pontini, Capuzzo, Luzzati, Ponnelle, Matsoukis, Wittstein, Casorati, Bray, Copertini e tanti altri. Un patrimonio inestimabile e inedito messo in mostra con un allestimento originalissimo a Ca' Giustinian.
La Biennale di Venezia
Ca’ Giustinian, San Marco 1364/A
www.labiennale.org
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di Marta Fontana
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mercoledì 23 gennaio 2013 |
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Carnevale, dal latino carnem levare, togliere la carne, trae le sue origini dall’antica tradizione medioevale di celebrare, alla fine del lungo periodo di divertimenti, un banchetto di addio alla carne la sera prima del mercoledì delle ceneri, in previsione dei digiuni e delle penitenze quaresimali. Il bisogno di mascherarsi, di abbandonarsi all’ebbrezza e al gioco è in realtà antichissimo, e più volte è stata rilevata la somiglianza che il carnevale italiano, come quello di altri paesi latini, presenta con gli antichi Saturnali. Secondo recenti studi, la continuità storica sarebbe indiscutibile e il personaggio burlesco “Carnevale”, che si mette pubblicamente a morte dopo il periodo di dissipatezze e di piaceri, altri non sarebbe che il discendente dell’antico re dei Saturnali. I vari personaggi dei ridicoli o licenziosi ludi medioevali - il Re della fava, il Vescovo dei folli, l’Abate della derisione - avrebbero la stessa origine di “Re” Carnevale.
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di Redazioneweb2
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venerdì 01 febbraio 2013 |
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Parla il linguaggio della solidarietà il rock italiano che Hard Rock Cafe, in collaborazione con Venezia Marketing & Eventi, porta in Piazza San Marco per la chiusura dei festeggiamenti del Carnevale.
Sul palco dell’imponente Gran Teatro il concerto di Rezophonic, il progetto creato dal musicista Mario Riso che ha coinvolto dal 2006 i più grandi artisti della musica italiana a sostegno di AMREF, Fondazione Africana per la medicina e la ricerca, nella costruzione di pozzi in Africa.
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di Roberta De Villa
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mercoledì 23 gennaio 2013 |
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Venezia: patria del Carnevale, della creatività e della gioventù. Il 4° Carnevale Internazionale dei Ragazzi – Il Leon Musico è un progetto innovativo e molto interessante destinato alle giovani generazioni, un progetto Educational della Biennale di Venezia.
I ragazzi saranno coinvolti in una kermesse articolata e dalle molteplici sfaccettature, le quali prevedono spettacoli, mostre, laboratori di creazione di maschere e costumi. Tutte le attività proposte saranno seguite dall’attento e preparato Team Educational della Biennale.
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di Redazione
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venerdì 01 febbraio 2013 |
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Lino e canapa, lana o cotone, pelliccia oppure seta. Tutti al servizio della creatività, questi materiali fanno bello sfoggio di sé nella mostra, frutto della sinergia tra Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia e Museo Nazionale del Villaggio “Dimitrie Gusti” di Bucarest, la ricchissima esposizione evidenzia le varianti decorative e cromatiche delle differenti zone etnografiche dell’intero territorio romeno.
[CS] Il costume popolare romeno rappresenta uno dei più espressive campi di affermazione della creatività femminile. Innumerevoli sono le prove d’immaginazione e ingegnosità, di talento e buon gusto che ti attraggono quando guardi i vestiti festivi e cerimoniali del costume tradizionale di ogni regione etnografica della Romania. Dai tessuti di lino e canapa, lana e cotone, pelliccia o seta, le donne hanno creato modelli molto espressivi e originali, con inconfondibili caratteristiche artistiche in contesto europeo. Specializzate alla "scuola tradizionale" hanno realizzato una preziosa collezione di capi d'abbigliamento, adattati ai "gusti" di ogni generazione tramite mezzi d’espressione scelti in linea con i "tempi". Come un antico libro di cancelleria, scritto a mano con una bella
calligrafia dalle donne di campagna, il costume tradizionale romeno è un
testimone visivo in grado di trasmettere attraverso i secoli,
importanti riferimenti culturali e storici sull'identità etnica, il
luogo d’origine, l’età e lo stato civile di chi lo ha indossato.
Durante il periodo della mostra il Museo Nazionale del Villaggio “Dimitrie Gusti” di Bucarest realizzerà presso la Nuova Galleria dell’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia (Cannaregio 2214) anche una mostra d’arte popolare romena che presenterà al pubblico creazioni tessili e pezzi di vestiti tradizionali.
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di Redazioneweb2
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mercoledì 23 gennaio 2013 |
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L’organizzazione dal ‘basso’ e la natura partecipativa della rassegna «Carnevalanga» hanno favorito una sinergia importante tra le associazioni giovanili e le realtà sociali del territorio. Per la terza edizione si cambia nuovamente location, ma prima c’è il pre-festival nella splendida cornice della Pescheria di Rialto, il 2 e 3 febbraio, rispettivamente con una giornata reggae sulle selection di Musou Sound & Sky Inna Dub, tra le contaminazioni dub di Collective Lab e il vibrante african roots di Sam Fall Mistic; domenica alle 17, ci si cimenta nelle danze popolari, in attesa del live di Gerardo Balestrieri.
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di Redazioneweb2
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mercoledì 23 gennaio 2013 |
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Adepti del folk, patiti di jazz, malati di rock o tango-dipendenti, poco importa. Qualunque sia la schiera cui sentite di appartenere Piazza San Marco ha in serbo un pomeriggio o una serata su misura per voi, grazie al camaleontico collettivo Zigancafè Project, formazione nata dalla vulcanica mente del musicista veneziano Michele Moi che pianta le tende nel Gran Teatro fronte Basilica per tutta la durata dell’happening carnevalesco.
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di Fabio Marzari
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lunedì 15 ottobre 2012 |
La festa della Madonna della Salute riveste una particolare importanza per Venezia, e stupisce che, in un presente poco attento alle liturgie ecclesiastiche, il tributo di un’intera città, allargatosi via via nel corso degli anni a quella che ora, amministrativamente, si definirebbe “città metropolitana”, sia sempre devotamente sincero e sentito al punto da fare del 21 novembre di ogni anno un must nel calendario delle celebrazioni a carattere religioso. Forse è il carattere di festa poco incline ai riti imposti, ma dalla forte caratterizzazione personale, un pellegrinaggio al tempio del Longhena che riveste le caratteristiche di una ‘transumanza’ religiosa verso la Mesopanditissa, l’icona bizantina della Madonna nera, in grado di fermare la terribile pestilenza e ridare una speranza di futuro a Venezia. Ognuno affida le proprie attese di salute alla Madonna, ma in maniera poco teatrale, non vi è la spettacolarizzazione della malattia.
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di Marisa Santin
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venerdì 09 novembre 2012 |
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Per Tino Vettorello mangiare è una questione di qualità e se Ca' Foscari ha chiesto a lui di occuparsi del locale dell'Ateneo, finora in mano ad Autogrill, l'inversione di stile appare evidente. Veniceat@cafoscari, fresco di restyling, presso il cortile della sede cafoscarina, basa la sua filosofia proprio sulla naturalità e sulla stagionalità dei prodotti, con un occhio di riguardo alla provenienza. Sono preferiti quindi i prodotti della cultura gastronomica regionale, sempre coniugati a materie prime riconoscibili e, soprattutto, rodate dalla lunga esperienza della Tino Eventi srl nel settore enogastronomico. Insomma, dal Camogli alle sarde in saor. Non solo, il Veniceat@cafoscari è anche un ambiente piacevole, ben curato, luminoso. Esposti qua e là ci sono prodotti e oggetti in vendita, e sono gli stessi utilizzati anche per gli avventori: dal riso al bicchiere, dal vino pregiato ai piatti, dalla marmellata alla tazza. Viene da chiedersi se gli studenti possano permettersi di 'snobbare' i tramezzini per raffinare il proprio palato con prelibatezze al cucchiaio, ma la gestione assicura che panini e focacce a prezzi accessibili non mancheranno, così come non mancherà la possibilità di un piatto unico (senza coperto e con acqua del sindaco), bello abbondante e a prezzo medio (sui 7-8 euro per un primo semplice). E chissà che non si riesca così a salvare qualche giovane stomaco dagli eccessi di maionese. Il locale segue gli orari dell'università, aperto tutti i giorni (a partire da lunedì 12 novembre) fino alle 19.30 tranne la domenica e festivi (sabato solo al mattino), dalla colazione del mattino con torte bell'esposte e fatte in loco, al lunch bipolare (snack o piatto unico vs menù), fino all'aperitivo abbinato alla chicchetteria veneta.
(Foto: Tino Vettorello e il rettore di Ca' Foscari Carlo Carraro)
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di Giacomo Pascotto
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lunedì 29 ottobre 2012 |
Toffolo: Aspetté. (chiama) Oe, zucche barucche.
Canocchia: (con una tavola, con sopra vari pezzi di zucca gialla cotta) Comandé, paron.
Toffolo: Lassé veder.
Canocchia: Adesso: varé, la xé vegnua fora de forno.
Toffolo: Voléu, Lucietta? (le offerisce un pezzo di zucca)
Lucietta: Si bèn, dé qua.
Toffolo: E vu, donna Pasqua, voléu?
Pasqua: De diana! la me piase tanto la zucca barucca! Démene un pezzo.
Toffolo: Tolé. No la magné, Lucietta?
Lucietta: La scotta. Aspetto, che la se giazze.
Checca: Oe, bara Canocchia.
Canocchia: So qua.
Checca: Démene anca a mì un bezze.
Toffolo: So qua mì; ve la pagherò mì.
Checca: Sior no, no vòggio.
Toffolo: Mo per còssa?
Checca: Perché no me degno.
Toffolo: S’ha degnà Lucietta.
Checca: Sì, sì, Lucietta xé degnévole, la se degna de tutto.
Lucietta: Coss’è, sióra? Ve ne avéu per mal, perché so stada la prima mì?
Checca: Mì co vù, siora, no me n’impazzo. E mì no tógo gnènte da nissùn.
Lucietta: E mì cossa tóghio?
Checca: Siora sì, avé tolto anca i trìgoli dal putto donzelo de bare Losco.
Lucietta: Mì? Busiàra!
E di qui hanno inizio “Le baruffe chiozzotte”, celeberrima opera teatrale di Carlo Goldoni, rappresentata nel Teatro di San Luca nel 1762.
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di Giacomo Pascotto
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lunedì 15 ottobre 2012 |
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Le vetrine dei fornai e le pasticcerie per la festa di San Martino si affollano di grandi biscotti raffiguranti il santo a cavallo, gradito dono per i più piccoli, ma anche dolce occasione per i più grandi di ricordare momenti piacevoli dell’infanzia. Per una versione casalinga, che potrà rivaleggiare con quella d’autore, ecco qualche consiglio per preparare la pasta frolla e per realizzare il “San Martino”.
Alcune cose importanti: la farina da utilizzare deve essere povera di glutine, perché altrimenti otterreste una pasta gommosa e per nulla piacevole; lavoratela il minimo indispensabile, il calore delle mani ‘brucia’ la pasta – questo è il gergo - ossia la rende molliccia e untuosa; il burro non deve essere né troppo freddo, né liquido, ma piuttosto plastico, ossia manipolabile come una plastilina; il riposo in frigo prima di utilizzare la pasta, la rende migliore e più facile da lavorare.
Le dosi degli ingredienti: 250 g di burro, 250 g di zucchero, 500 g di
farina, 100 g di tuorli d’uovo, 2 g di sale. Si inizia lavorando il
burro con lo zucchero con un cucchiaio di legno o con una impastatrice
munita di frusta a scudo a bassa velocità. È importante ottenere una massa omogenea, ma non è utile montare il composto.
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di Loris Casadei
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giovedì 20 settembre 2012 |
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« L’acqua alta non viene portata in città da un fiume o da un torrente in piena; non si tratta di un’alluvione ma di un fenomeno naturale di avvicendamento delle maree, l’acqua arriva infatti dal mare. Questa fase di norma dura alcune ore. Una volta raggiunto il picco
massimo, l’acqua inizia a defluire fino a lasciare, come unica traccia,
le strade bagnate come quando piove». (da www.comune.venezia.it)
Il mio vago passeggiare per calli e ponti e maree non vuole assomigliare
all’affannarsi motivato del pirata che, mappa in mano e ciurma alle
spalle, cerca uno e uno solo spiraglio di fortuna. Le mie conversazioni
si dilatano, le persone si avvicendano, e ciò che cercavo è spesso
diverso da quello che trovo. Quando però ho la sensazione di
incontrare chi si avventura in esperienze professionali o di vita
inusuali, allora mi lascio tentare: munito anch’io di una mappa cerco un
nuovo tesoro. Lo trovo nei pressi di Santa Maria Formosa, il
variopinto antro di una libreria. Al timone incontro Gianni, che per
ogni libro che la mia mano accarezza ha un commento puntuale e
pertinente.
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di Fabio Marzari
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lunedì 18 giugno 2012 |
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Biscotto, dal latino panis biscotus, cioè pane cotto due volte. Una galletta a base di farina di cereali la cui fortuna è legata alle necessità del potente esercito imperiale, perché ieri come oggi era importante poter contare su una fonte di cibo facilmente trasportabile e conservabile.
Anche a Venezia il pan biscotto era questione di stato, e non solo perché assieme alla salicornia - pianta carnosa spontanea in laguna, ricca fonte di acido ascorbico, la vitamina C, fondamentale per la prevenzione dello scorbuto - forniva il sostentamento dei rematori delle galere, ma anche perché sfamava la popolazione indigente. Dei forni appositi gestiti dallo stato provvedevano a questa produzione; da prima furono collocati a San Martino di Castello, poi per il pericolo del fuoco furono spostati nell’isola di Sant’Elena (1596). Ma qui non vogliamo parlare di forniture militari, piuttosto di quei piccoli piaceri croccanti, friabili e dolci che sono i biscotti che noi conosciamo da quando eravamo piccoli.
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di Fabio Marzari
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martedì 27 marzo 2012 |
Sarebbe auspicabile che in tempi di crisi le manifestazioni legate all’eno-gastronomia ripensassero il loro modello, evitando l’inflazione di fiere, manifestazioni, degustazioni, assaggi e chi più ne ha più ne… ‘scrocchi’. In questi anni troppo è stato fatto per saturare ogni spazio, privilegiando la quantità sulla qualità.
A leggere i comunicati stampa che intasano le redazioni dei giornali con la presentazione della “qualunquemente” legata al cibo e al vino tra splendide cornici ed eventi imperdibili, si potrebbe comporre uno stupidario del cibo in più volumi. Ciò premesso, non bisogna mai gettare il bambino con l’acqua sporca ed è piacevole segnalare alcune iniziative degne di nota che coinvolgono direttamente la città in vari luoghi.
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di Fabio Marzari
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martedì 06 marzo 2012 |
Marzo, tempo di Quaresima. Il mangiare ‘di magro’, già contemplato nelle pratiche penitenziarie del medioevo, viene ribadito e ampliato dalle disposizioni del Concilio di Trento (1563). Rispetto all’uso moderno, i giorni nei quali osservare il digiuno, quelli in cui astenersi dalle carni e i cibi vietati nei giorni di vigilia, allora erano assai più numerosi.
Pure il colore delle pietanze assume un ruolo importante, per cui i cibi bianchi divengono emblema di candida moralità. L’osservanza delle prescrizioni tridentine si scontrava con una disponibilità di pesce fresco che, per quantità e costi, era esclusivo appannaggio delle classi più abbienti. Fu una casuale scoperta di un secolo prima a risolvere la questione. Il nobile Piero Querini, capitano di mare della Repubblica di San Marco, al comando di un’imbarcazione carica di beni di lusso per i mercati del nord Europa, fa naufragio il 6 gennaio 1432 contro uno scoglio disabitato nell’arcipelago delle Lofoten, nella Norvegia del nord.
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di Fabio Marzari
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venerdì 17 febbraio 2012 |
Venezia a Carnevale brulica di tentazioni golose, più o meno di buona qualità. Lasciando al gusto di ognuno la scelta della migliore fritola, diviene interessante fare un viaggio a ritroso nel tempo e scoprirne l’origine e soprattutto quale sia filologicamente autentica, se quella a pasta lievitata, farina, lievito, scorzette d’arancia, pinoli, uvette, grappa e/o rum, (uova), o quella di pasta bigné, molte uova, burro, farina, uvette, (scorzette d’arancia). Nella Biblioteca Casanatense di Roma si conserva un manoscritto anonimo del XIV-XV secolo che contiene più di un centinaio di ricette attribuite ad un cuoco veneziano. Tra le altre si trova l’indicazione per la preparazione di frittelle bianche, composte da un impasto lievitato di latte di mandorle e farina, fritte e quindi zuccherate:
Fritelle bianche. A ffare fritelle bianche, toy late de mandole e formento, e sfarinato destempera insiemae lassali levare, po' fa le fritelle. Quando sono cocte, polverizali del zucharo e sono bone.
Si tratta del primo tipo di frittelle, quelle a pasta lievitata. Si può ritenere che questo impasto sia legato alla panificazione e probabilmente è nato in questo contesto. Fino alla comparsa del lievito di birra, nella seconda metà dell’Ottocento, l’impasto veniva fermentato con la pasta acida alla pari del pane.
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di Fabio Marzari
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mercoledì 02 novembre 2011 |
Non è facile in un momento di forte contrazione dei consumi e di concorrenza agguerrita, mantenere alto il livello di un ristorante, specie in una città non facile come Venezia, in cui il rispetto delle tradizioni è sbandierato in maniera iperbolica salvo poi non applicarlo sistematicamente a favore o di alcune assai opinabili derive ‘nuoviste’ o, ed è forse peggio, scadendo in un cripto-conservatorismo detestabile fin dalla lettura del menu.
Dopo un incipit così pessimista è bello poter parlare di chi invece, coerente alla sua linea di qualità si spende quotidianamente a favore di una semplicità non pauperistica, ma al contrario ricca di sapori e di sfumature tutte da provare in sincronia con le stagioni e con quanto il mercato offre quotidianamente. Irina Freguia e lo chef del suo Vecio Fritolin, Daniele Zennaro, giovane di età, ma con un già consistente bagaglio di esperienza alle spalle, sanno giocare al meglio con lo Zeitgeist nobilitando, senza indulgere in inutili barocchismi, elementi come la zucca, che diviene, come la carrozza di Cenerentola nella favola, un alimento principesco, in grado di accompagnare un intero menu senza forzature nel gusto.
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di Fabio Marzari
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lunedì 17 ottobre 2011 |
In un angolo tranquillo di Venezia, a Santa Croce, tra la Stazione ferroviaria e Piazzale Roma, lungo Rio Marin, è possibile ritrovare un’atmosfera lontana anni luce dal fastidioso e continuo vociare delle folle, ricaricandosi di giusta energia con una vasta scelta di tea e di ricette semplici e molto gustose.
Nella città che vide nascere la tradizione del caffè come rito sociale, fa un po’ specie notare come la bevanda calda preferita dai sudditi di Sua Maestà, mi riferisco al tea, non alla birra lasciata fuori da frigorifero(!), abbia anche da noi schiere di estimatori. Atmosfera rilassata, musica classica di sottofondo, pareti dai colori vivaci, con nuances che manderebbero in visibilio una vecchia zia, zitella, of course, britannica, tutta presa tra la cura del gatto e l’uncinetto, dipinti di volatili e animali appesi alle pareti del piccolo locale, contribuiscono in modo determinante a rendere l’Orientale un luogo all’opposto del kitsch, anche se talvolta un eccesso di entusiasmo verso l’Inghilterra sembra disarmante.
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di Fabio Marzari
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venerdì 15 luglio 2011 |
Rintracciare le origini di un determinato cibo non è operazione molto semplice, specie se la sua storia si perde nell’antichità più remota. È il caso del gelato, ormai presente tutto l’anno e con gusti sempre diversi e ricercati; i riferimenti alla refrigerazione di frutta, latte e miele si incontrano sia in antichi testi sia nelle cronache di alcune scoperte archeologiche. Nella Bibbia Isacco offre ad Abramo latte di capra misto a neve, uno dei primi ‘gelati’ della storia.
Negli scavi archeologici dell’antica Troia sono state portate alla luce fosse destinate a conservare il ghiaccio e la neve, accumulati in strati ricoperti con foglie e paglia. Una tradizione storica racconta che re Salomone era un grande consumatore di bevande ghiacciate e che Alessandro Magno, durante le sue campagne nelle Indie, pretendesse un continuo rifornimento di neve da consumare mescolata a miele e frutta durante le marce e le battaglie.
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