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VENICENESS
Tre volte otto. La ri-nascita di un Rio (Marin)
di F. M.   
martedì 08 aprile 2014

trefanti.jpgCi sono angoli della città che subiscono improvvise rivitalizzazioni commerciali, anche se la dura legge del mercato tende a mettere fuori gioco i più piccoli, come è accaduto in zona Rio Marin, dove l’apertura di un nuovo supermercato ha messo ko un negozio storico di alimentari, che ha ceduto con l’onore delle armi di fronte alla grande distribuzione. Vanno segnalate con plauso le nuove imprese che regalano aspetti di ‘normalità’ ad una città molto particolare.

 

Non di soli carrelli della spesa tuttavia vogliamo parlare, ma di un nuovo locale, che ha le carte in regola, sin dal nome, Osteria Trefanti, per diventare un punto di riferimento tra i locali veneziani. Mettendo insieme un giovane inglese e un veneziano per andare al di là delle ‘solite’ ombre e cicheti si crea un cocktail tra tradizione e forma, imparata in anni di esperienza nel tempio della ristorazione veneziana universalmente conosciuto. Era consuetudine ai tempi della Serenissima, tra le famiglie più agiate, utilizzare le numerose spezie che arrivavano da lontano, per arricchire di sapori le loro cucine; riprendendo questa tradizione Umberto, lo chef, propone le sue ricette, semplici e di territorio, con quel ventaglio di spezie che fecero la fortuna della città.

 

Sam al banco e ai tavoli porta quel tocco di simpatia e di eleganza stylish di cui spesso altrove si avverte la mancanza. Una ventina di coperti per mangiare o una piacevole sosta per un vero aperitivo, non quella bevanda alcolica arancione, oltraggiata in mille barbari modi.

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Soul kitchen. Il Dining Room festeggia i suoi primi 10 anni
di Fabio Marzari   
martedì 08 aprile 2014
diningroom.jpgIl Dining Room a Marghera ha appena festeggiato i suoi primi 10 anni di vita. La vera notizia sta nell’aver saputo mantenere intatta la simpatia e la freschezza del locale nel corso di un decennio, che ha segnato una profonda trasformazione dal punto di vista economico e sociale. Avere rivitalizzato una zona oggettivamente brutta, senza appeal di sorta, sapendo mantenere l’offerta del cibo e dei drinks sempre allettante non è impresa scontata e il merito va ai titolari e al personale, che hanno voluto tenacemente perseguire un livello alto di qualità, imponendosi sulle mode passeggere tipiche di un ‘fighettismo’ provinciale, di cui la terraferma veneziana, Mestre capofila, spesso soffre, o peggio, al contrario di un revanscismo cripto proletario di cui una certa Marghera si è beata nel corso degli anni. Tenere una ‘buona condotta’ nella gestione del Dining, coniugando a una cucina, cresciuta sempre più di valore negli anni, una cantina intelligente, in cui campeggiano ottimi champagne, di quelli non banali, ha portato il locale a divenire un riferimento costante delle serate in terraferma.
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Cibi nobili. Oltre 65 ricette della più autentica tradizione veneziana
di Fabio Marzari   
martedì 10 dicembre 2013

venezia-nel-piatto.jpgNel periodo dell’anno più votato alle libagioni esce un libro di ricette che si rifanno alla tradizione veneziana. Non il solito elenco di piatti tipici con foto tristanzuole, dove anche gli occhi del pesce di turno guardano l’obiettivo del fotografo con rassegnazione, ma un volume ricco, colorato, ben fotografato, dove oltre l’estro e la creatività di Enrica Rocca, una grande interprete della cucina, non solo veneziana, protagonista è il vetro di Murano, nelle splendide creazioni dei maestri vetrai che esaltano ogni piatto, racchiudendone i sapori.

L’unione alchemica tra il soffio geniale dei maestri e la creatività di Enrica ha prodotto delle immagini di grande fascino, e, avendo la fortuna di conoscere bene la cucina di casa Rocca, posso garantire per la bontà, non solo estetica, delle ricette proposte. In un mondo dominato dalle bizzarrie degli chef, Rocca è un’anarchica della cucina, la sua prima e unica regola è quella di «uscire di casa senza avere una lista di ingredienti in testa, ma piuttosto con gli occhi bene aperti e i sensi all’erta».

 Ricette semplici, prodotti di qualità, tanta passione e nessuna voglia di cadere nella trappola della complicazione esibita con orgoglio. Parola di Contessa!

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Il rito del tè Oriental bar, un caldo conforto per pomeriggi invernali
di Fabio Marzari   
martedì 10 dicembre 2013
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Negli uggiosi pomeriggi della stagione invernale niente è più gradito allo spirito di un caldo e profumato abbraccio in un’atmosfera vagamente orientaleggiante, coccolati da gentilissimi camerieri in un ambiente confortevole e raffinato. Il rito del tè è una vera e propria cerimonia che non si può banalizzare con una bustina immersa nell’acqua calda e oltretutto bevuto in piedi. Una qualche ‘sacralità’ merita il giusto tempo e il benessere conseguente riporta a felici armonie. All’Oriental bar dell’Hotel Metropole, prospiciente la Laguna, in Riva degli Schiavoni, è possibile potersi concedere questo piccolo, ma assai importante lusso. 

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[MADONNA DELLA SALUTE] Il richiamo della tradizione
di Marzio Fabi   
mercoledì 06 novembre 2013

luca_carlevaris.jpgIl 21 novembre di ogni anno Venezia celebra una festa importante: la Madonna della Salute. Si tratta di uno dei momenti più partecipati del tessuto sociale veneziano, una giornata molto sentita e vissuta nel rispetto delle tradizioni, senza cadere in eccessi di fanatismo religioso da un lato o di spettacolarizzazione della festa in senso laico dall’altro. È un pellegrinaggio emotivamente sentito dalla popolazione, ad una delle più belle basiliche di Venezia, per venerare un’antica icona bizantina, che raffigura una Madonna nera con in braccio Cristo fanciullo.

 

Secondo la tradizione sarebbe stato San Luca a dipingere l’icona. Gli abitanti di Candia la chiamavano Mesopanditissa, che significa “Mediatrice di pace”; infatti, proprio davanti a lei, nel 1264, avevano posto fine ad una guerra con i veneziani. Come ricorda Ennio Concina nel suo libro Le arti di Bisanzio. Secoli VI–XV, «quando i lavori architettonici della chiesa della Salute saranno prossimi al compimento, ancora un’importante icona di età paleologa inciderà in modo determinante a suscitare la pietà collettiva nei confronti di un sacro dipinto ‘alla maniera greca’: l’immagine della Hodegetria detta la Mesopanditissa, che era stata oggetto di devozione nella cattedrale di Candia fin dal 1387, nel 1670 verrà collocata sull’altar maggiore e indurrà modifiche nel programma di allegorie politico-religiose dell’apparato decorativo della fabbrica longheniana […]».

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[MADONNA DELLA SALUTE] Viaggio nella devozione veneziana/1
di Redazioneweb2   
mercoledì 06 novembre 2013

Venezia è un porto di santi, una città ricca di importantissime reliquie, che nel passato favorirono un ricco commercio ed alimentarono il nascere di numerose e suggestive leggende. Girando tra gli edifici sacri della città e delle isole della Laguna si scoprono ‘ospiti eccellenti’, cui la devozione popolare un tempo tributava grandi attenzioni. A noi contemporanei rimane lo stupore per l’infinita scoperta dei mille risvolti di Venezia, capace di celare segreti anche a chi ci vive da sempre.

santalipio.jpgBASILICA DI SAN MARCO
Correva circa l’anno 828 e un gruppo di mercanti veneziani giunsero al santuario di Alessandria con l’intento di portare a Venezia con qualsiasi mezzo il corpo dell’evangelista. Vinta la resistenza dei custodi del santuario, fu sostituito il corpo di Marco con quello della martire Santa Claudia. Le reliquie vennero caricate su una nave e per sfuggire ai controlli doganali vennero nascoste dentro ceste di vimini, protette da foglie di cavolo e da carni suine, per suscitare l’orrore dei mussulmani verso la carne di maiale ed evitare i controlli. Il viaggio verso Venezia è avventuroso, l’apparizione del santo ai naviganti colti dal sonno riesce ad evitare anche un naufragio. Il 31 gennaio 828 il corpo di San Marco viene sbarcato nel porto di Olivolo, accolto dal vescovo locale e dal Doge Giustiniano Particiaco.

 

Le reliquie vengono collocate in un primo tempo presso un angolo del Palazzo Ducale, in attesa della realizzazione della basilica. Nel 1094, mentre prosegue la costruzione della terza basilica, iniziata nel 1063, il corpo del santo non si trova più. Tra i pianti e le preghiere della città, dopo giorni di digiuno, il 25 giugno il santo rivela dove stanno le sue reliquie al doge Vitale Falier, al vescovo Domenico Contarini, ai nobili e al popolo riuniti nella basilica, sporgendo un braccio da un pilastro, precisato dall’antica tradizione sul lato destro della basilica. La chiesa si riempie di soavissimo profumo.


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[MADONNA DELLA SALUTE] Venezia ai tempi della peste. Cronistoria popolare
di Fabio Marzari   
mercoledì 06 novembre 2013

pestenera.jpgLa peste del 1630 inflisse gravissime decimazioni alla popolazione veneziana, serviva, extrema ratio, rifarsi al sovrannaturale per cercare di sconfiggere in maniera definitiva il morbo, perciò il doge Nicolò Contarini decretò che l’unica e ultima speranza per Venezia fosse quella di riconciliare la città con la divinità, quindi fece solenne promessa di erigere una chiesa «magnifica e con pompa» alla Madonna della Salute e di organizzare negli anni (secoli) a venire una sontuosa processione ogni 21 novembre, giorno della presentazione di Maria al Tempio. Dopo queste dichiarazioni, la peste si affievolì in modo miracoloso, e pur con una recrudescenza nel 1631, nell’autunno di quell’anno fu sconfitta definitivamente. Nel frattempo Contarini era morto e il nuovo doge, Francesco Erizzo, volle mantenere il voto, bandendo un concorso per la costruzione della basilica.

 

Venne approntato un ponte di barche e un tempio provvisorio in legno, riccamente addobbato e ornato, dove il governo della Serenissima e tutta la cittadinanza sopravvissuta al flagello si recarono riconoscenti in processione. Ma cos’era questa malattia terribile? La Morte nera si presentava in due forme: una era la forma bubbonica, che si manifestava con dei gonfiori, i bubboni, di colore nerastro; l’altra era la malattia polmonare, con sintomi della polmonite acuta, trasmessa con contagio da persona a persona. La diversità tra le due forme non era ben chiara ai veneziani, quindi se la quarantena poteva impedire la diretta diffusione della forma polmonare, a nulla giovava contro la forma bubbonica. L’infezione polmonare era sempre la conseguenza di un caso di peste bubbonica.

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Aspettando Venicemarathon. Tre percorsi per allenarsi in vista del 27 ottobre
di Redazioneweb2   
mercoledì 23 ottobre 2013

venezia_percorso1.jpg

 

PERCORSO VENEZIA/1
Distanza: 14,9 km
Link web: http://www.gmap-pedometer.com/?r=5534207
File gpx: venezia1_15_km.gpx
Fondo: fondo irregolare, masegni veneziani, cemento
Vantaggi: il fascino di correre per Venezia
Svantaggi: presenza di molti ponti; alcuni passaggi attraversano calli strette; discreto traffico di persone; impossibilità di tenere un passo costante; difficile aumentare il chilometraggio senza effettuare “anelli”

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Prova a prendermi! Molto più di una maratona
di Daniele Pennacchi   
mercoledì 23 ottobre 2013

colombo082.jpg

 

Una gara, tante gare. La Venicemarathon si ripresenta al pubblico di podisti appassionati e semplici curiosi arricchita nella competizione ‘classica’ dal corollario di iniziative tutte dedicate agli addetti ai lavori e ad un puro spirito di solidarietà, potendo contare su una voce che di anno in anno riesce a farsi più grossa, più potente. I canonici 42 chilometri e 195 metri rimangono inalterati, così come il percorso: l’appuntamento per la partenza è sempre a Stra, all’inizio della Riviera del Brenta, splendida area a ridosso del naviglio nella quale i ricchi e nobili veneziani costruirono le proprie case di vacanza nel XVIII secolo.
L’arrivo nel centro storico di Venezia, sulla banchina chiamata Riva Sette Martiri, in posizione panoramica di fronte alla Laguna.

 

Un tragitto ricchissimo di suggestioni storiche e naturali che si dipana lungo un percorso sostanzialmente piatto e veloce impreziosito dalla passerella in Piazza S. Marco (acqua alta permettendo...), con i 4 chilometri del Ponte della Libertà a tracciare spesso il solco tra l’approccio amatoriale e quello professionistico o comunque più spiccatamente competitivo, attento al cronometro, desideroso di scoprire i propri limiti messi a dura prova dai 14 piccoli ponti disseminati lungo gli ultimi 3 chilometri di gara.

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Maratoneti per un giorno. Cronaca di una passione
di Marta Fontana   
mercoledì 23 ottobre 2013

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«Un incrocio di destini in una strana storia / di cui nei giorni nostri si è persa la memoria / una storia d’altri tempi, di prima del motore / quando si correva per rabbia o per amore…». De Gregori canta di una combattiva storia di agonismo ed amicizia dei primi del ‘900, ma la storia della Maratona, se pur riportata in auge più o meno negli stessi anni, ha radici molto più antiche che si fondono con la leggenda. È Erodoto a tramandataci la mitica avventura del giovane Filippide, che nel 490 AC corse 42,195 km, dalla città di Maratona all’Acropoli di Atene per annunciare la vittoria sui persiani.

 

Filippide era un emerodromo, ovvero l’emissario di generali e politici che trasmetteva i messaggi correndo da un punto all’altro della Grecia. Gli emerodromi dovevano essere molto allenati, perché in grado di percorrere 100 km in poco meno di otto ore su terreni aspri e selvaggi.

 

In quell’occasione, Filippide non percorse solo il tratto da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria come forse tutti ricordano; pochi giorni prima aveva infatti corso da Atene a Sparta e ritorno - 500 km - in poco meno di 48 ore, per cercare aiuto presso gli Spartani, prima che la battaglia iniziasse. La leggenda dice che Filippide, al termine dell’ultima corsa morì per il grande sforzo fisico. Un evento remoto che rimase però indelebile nei secoli, tanto che nel 1896, data della prima Olimpiade moderna, si decise di inserire una prova di corsa di circa 40 km che, proprio in onore di Filippide e della famosa battaglia, fu chiamata Maratona.

 

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Muggire di gratitudine. La cotoletta alla milanese
di Fabio Marzari   
martedì 01 ottobre 2013

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Chiedo venia ai vegetariani convinti, confesso di provare un senso di colpa e sgomento per le inutili mattanze di bovini e simili, ma c'è un piatto che rappresenta la prova provata del sublime, se solo si riesce a combinare ogni elemento alla perfezione: la cotoletta alla milanese, anzi la costoletta con l’osso, altresì chiamata orecchia d’elefante per la forma vagamente ‘oto-pachidermica’. La cotoletta nasce a Milano, per cui si dica agli austriaci che ne millantano la paternità come parente stretta della loro Wiener Schnitzel di mettersi l’anima in pace! La prima ricetta definita alla milanese è nell’opera di Giuseppe Sorbitati, Gastronomia Moderna, Milano 1855, in cui si parla di costoline di vitello fritte alla milanese: «allestite sottilmente sei costoline con garbo, immergetele nell’uovo battuto, indi imborraggiatele di pane, fatele soffriggere a fuoco lento da una parte a calor biondo, rivolgetele, salatele, e dopo due minuti servitele sul piatto aperse del loro burro, con del limone a parte».

 

La costoletta alla milanese viene descritta anche da Radetzky che a margine di un rapporto diretto al Conte Attems, aiutante di campo di Francesco Giuseppe, scriveva che a Milano si mangiava un’ottima costoletta, passata all’uovo, impanata e fritta nel burro, a differenza della viennese, sottile infarinata e non di vitello. Si diffuse la leggenda che dopo aver letto la lettera, il Conte di Attems esclamò: «Ahinoi, può nuocere di più all’impero una cotoletta che Le mie prigioni di Silvio Pellico - basta una cotoletta e fortificare l’animo del ribelle lombardo e a disfare la vittoria di Custoza!»…

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Piatto unico. Sapori di un ultimo desiderio
di Fabio Marzari   
giovedì 05 settembre 2013

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Non era ancora successo di pensare al menù di un’ideale ultima cena, una sorta di ultima consapevole chiamata del gusto, con cui nutrire il corpo, prima della dissolvenza finale. Mai come nel momento supremo il cibo diviene nutrimento dell’anima, certezza terrena di ciò che si lascia e totale incertezza sul dopo, ammesso possa esisterne uno.

 

Al Museo della Follia nell’Isola di San Servolo a Venezia, la mostra, curata da Chiara Casarin e ideata da Mauro Zardetto con la presenza ed il supporto degli chef Pietro Leemann, Andy Luotto e Pierchristian Zanotto e la food designer Rosita Dorigo, No seconds, Comfort food e Fotografia del fotografo Henry Hargreaves offre un viaggio nell’anima, alla scoperta di quel profumo, quell’aroma, quel piatto perduto nell’Io più profondo eppure così caro da volerlo considerare il “Piatto dell’Ultimo Desiderio”.

 

Tre cuochi, diversissimi tra loro, Pietro Leemann, chef svizzero e titolare del ristorante vegetariano Joia di Milano, che da anni si occupa dell’intima relazione esistente tra cibo, psiche e spirito, Andy Luotto, cuoco e attore geniale e istrionico interprete della cucina popolare e Pierchristian Zanotto, giovane e brillante esponente del Gruppo Ristoratori della Marca Trevigiana, assieme al fotografo americano danno vita il 6 settembre ad un evento che rivoluziona il concetto stesso di vernissage.

 

 

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Regata Storica 2013 | Il programma della giornata
di Redazioneweb   
sabato 31 agosto 2013

regata-storica-2-2.jpgh. 16.00

Corteo storico e sportivo

 

Sfilata di imbarcazioni tipiche cinquecentesche lungo il Canal Grande, con in testa il caratteristico Bucintoro, la barca di rappresentanza della Serenissima. È la rievocazione dell’accoglienza riservata nel 1489 a Caterina Cornaro, sposa del Re di Cipro, dopo la sua rinuncia al trono in favore di Venezia.

 

 

 

 

pupparini-028.jpgh. 17.00

Regata dei giovanissimi su Pupparini a due remi

 

Pupparin: imbarcazione veloce usata un tempo per la vigilanza marittima o come barca da casada. Molto sviluppata nella poppa, da cui prende il nome. Vogata a un remo fino a un massimo di 4, la sua lunghezza varia da 9 ad oltre 10 metri. Il profilo sottile e affilato dello scafo, assieme allo slancio audace della prua, fanno del pupparin una barca elegante e raffinata.

 

 

 

 

mascarete-donne-012.jpg

h. 17.20
Regata delle donne su mascarete a due remi

 

Compresa nel programma dal 1977, le prime notizie di una regata femminile risalgono al 1493, quando in onore di Beatrice d’Este, moglie di Ludovico il Moro, è organizzata una disfida a remi tra una cinquantina di giovani pulzelle. Nei secoli successivi le regate femminili continuarono ad essere molto diffuse, per poi cadere in disuso alla fine del XVIII secolo. Mascareta: tipo di sandalo leggero usato per la pesca, per le regate e per il diporto lagunare. La sua lunghezza (6-8 metri) varia in rapporto al numero di vogatori (1-4 remi). Sembra che il nome derivi dall’uso frequente che ne facevano le prostitute mascherate.

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Come in un Canaletto. Canal Grande in festa per lo spettacolo della Regata Storica
di Alessandra Morgagni   
sabato 31 agosto 2013
zoom_regata_storica.jpgDomenica 1 settembre il Canal Grande si trasforma in una grande arena per assistere alla Regata Storica, appuntamento clou della stagione delle regate di voga alla veneta, dopo avere visto sfilare decine di imbarcazioni tipiche cinquecentesche, multicolori e con gondolieri in costume, che trasportano il doge, la dogaressa e tutte le più alte cariche della Magistratura veneziana, in una fedele ricostruzione dei festeggiamenti per l’arrivo a Venezia di Caterina Cornaro, regina di Cipro, nel 1489.
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Speciale Redentore 2013 | Cosa, dove, quando...
di Redazioneweb2   
martedì 02 luglio 2013

pontevotivo.jpg

 

Sabato 20 luglio
h. 19.00
APERTURA DEL PONTE VOTIVO
Costruito temporaneamente solo per la Festa, quest’opera ingegneristica lunga 330 metri, in legno e acciaio, è composta da 16 moduli galleggianti ancorati da pali e sorretti da 34 barche. Collega Fondamenta delle Zattere alla Giudecca a ricordo di quello costruito, in soli quattro giorni, su ottanta galee e ricoperto da un ricco drappo, che collegava San Marco all’opposta riva della Giudecca nel solenne corteo del 1578.

 

 

h. 23.30

SPETTACOLO PIROTECNICO
Il bacino di San Marco, le cupole della Chiesa della Salute, il Palazzo Ducale, l’isola di San Giorgio. Punta della Dogana e tutti i luoghi adiacenti brillano all’unisono in un accecante sfavillio di artificiale policromia.

COME ASSISTERE ALLO SPETTACOLO
- In piazza o sulle rive
È il modo più semplice per assistere: accalcati tra la folla da Piazza San Marco alla Riva degli Schiavoni, dalla Fondamenta delle Zattere fino a Punta della redentore2.jpgDogana e naturalmente lungo tutta la Fondamenta dell’Isola della Giudecca, nel cuore della Festa.
- In barca
Un gran numero di imbarcazioni addobbate con lanterne luminose, occupate da persone festanti che socializzano tra barca e barca dopo aver litigato abbondantemente per accaparrarsi il posto migliore. Vedere Venezia e i fuochi dall’acqua è una continua scoperta e una doppia emozione, i colori, le luci si riflettono in cielo e divengono un unicum con la Laguna.
- Terrazze alberghi
Gli hotel prospicienti il bacino o muniti di roof garden rappresentano un punto privilegiato di osservazione per lo spettacolo. In terrazza vengono servite eleganti cene rispettose della tradizione, ma lussuosamente rielaborate negli ingredienti.

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Speciale Redentore 2013 | I fuochi delle vanità. Festa del Redentore, fra tradizione e mondanità
di Fabio Marzari   
martedì 02 luglio 2013

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Le origini popolari della festa del Redentore si sono mantenute nel corso dei secoli, e tuttora, in un’epoca in cui la dimenticanza pare essere quasi un obbligo, registrare l’affezione popolare verso questa festa, denota ancora un certo spirito di appartenenza, pur in un contesto sociale smembrato come quello veneziano, dove una diaspora inesorabile di abitanti è intervenuta negli anni, riducendo il numero effettivo di iscritti all’anagrafe a quello di una qualsiasi anonima cittadina di provincia. Tuttavia l’appuntamento con la “note dei foghi” del terzo sabato di luglio riveste ancora un significato importante ed è un must imperdibile per tutti.

 

Nel corso degli anni la festa ha assunto declinazioni sociali varie e variabili, facendo notare le differenze di censo nella scelta del modo di passare la notte, senza dare adito a conflitti di classe.

 

 

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Speciale Redentore 2013 | Palladio in Venice. Scenografie di Redentore
di Marta Fontana   
martedì 02 luglio 2013

palladio.jpg

Se il nome Andrea di Pietro della Gondola forse non ci dice nulla, lo pseudonimo con cui questo immenso architetto è noto a tutto il mondo racchiude in sé il concetto stesso di architettura: Palladio. Considerato il più grande ed innovativo architetto del suo secolo, le cui opere sono intrise di un classicismo e di una purezza formale mai eguagliata, è talmente fondamentale per la storia dell’architettura da venire dichiarato, nel dicembre 2010, “padre dell’architettura americana” dal Congresso degli Stati Uniti. Universalmente noto per le sue ville lo è forse meno per l’architettura religiosa, realizzata quasi esclusivamente a Venezia, dove trovò l’espressione della ‘bellezza ideale’ che aveva perseguito nelle vestigia del mondo antico.

 

Il ‘500, com’è noto, fu un secolo di grande rinascita delle arti e della cultura. Palladio nacque nel 1508; un momento assai propizio per un giovane artista, che poteva formarsi alla scuola dei grandi architetti italiani, che avevano fatto della penisola la culla artistica del mondo. Brunelleschi, Bramante e Michelangelo furono i primi altissimi modelli sui quali il giovane, che aveva iniziato a lavorare a Vicenza nella bottega di un tagliapietre, formò la prima parte della sua vita. Suo vero mentore fu però l’umanista Giangiorgio Trissino.

 

Egli, intuite le enormi potenzialità del giovane, lo prese a lavorare con sé, trasformandolo da semplice scalpellino a sommo architetto. Non solo. Trissino si fece accompagnare da Andrea nei suoi frequenti viaggi e fu lui ad attribuirgli quell’epiteto di Palladio, con un chiaro riferimento alla mitologia greca e a Pallade Atena, dea della sapienza, della tessitura e delle arti. Roma poi, con le sue immortali creazioni, fu fonte di grande ispirazione per Andrea che poté affinare ulteriormente il poderoso talento.

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