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Home arrow ARTE arrow Fabbricante di storie. Luca Massimo Barbero racconta le molteplici sfaccettature di Osvaldo Licini
Fabbricante di storie. Luca Massimo Barbero racconta le molteplici sfaccettature di Osvaldo Licini
di Mariachiara Marzari   

osvaldo_licini.jpgUndici sale espositive, oltre cento opere, una nuova e originalissima retrospettiva: Osvaldo Licini raccontato da Luca Massimo Barbero ci attende alla Collezione Peggy Guggenheim. Come ogni autunno, la Collezione dedica gli spazi espositivi temporanei alle indagini approfondite – in termini di critica, di percorsi inediti e di allestimenti originali – sull’arte italiana, che permette al pubblico, il più ampio possibile, di approcciare in modo nuovo il Novecento, ancora bisognoso di riconferme e riscoperte.

 

L’occasione o il pretesto sono i 60 anni dalla scomparsa (1894–1958) e da quel prestigioso riconoscimento alla XXIX Biennale di Venezia del 1958, quando l’artista marchigiano fu insignito del Gran Premio per la pittura, un dovuto omaggio a una delle personalità più originali quanto inafferrabili del panorama artistico italiano della prima metà del XX secolo. Vi è una fotografia scattata in occasione di quella Biennale, che ritrae Peggy Guggenheim in visita alla sala dedicata a Licini, attestando il sicuro interesse della collezionista nei confronti dell’opera dell’artista.

 

Il sottotitolo della mostra, che apre il 22 settembre, Che un vento di follia totale mi sollevi, traduce perfettamente il dirompente e tormentato percorso artistico di Osvaldo Licini, la cui carriera fu caratterizzata da momenti di crisi e cambiamenti stilistici apparentemente repentini. Licini mise al centro della sua ricerca artistica la pittura stessa, con la conseguente incessante e sofferta sperimentazione formale espressa nelle sue opere, mai veramente ultimate e costantemente ripensate.

 

26.jpg«Chi cerca suole mai trovar certezza» affermava Licini e Luca Massimo Barbero parte proprio da qui per mostrare con questa retrospettiva come la sua costante ricerca abbia al suo interno una sostanziale coerenza che caratterizza tutto il percorso: quelle che all’apparenza sembrano delle cesure, delle non certezze, si rivelano tappe di un’esperienza singolare che risalta all’interno della storia dell’arte del Novecento per risultati personalissimi, di assoluto lirismo e poeticità. Il Maestro infatti ha progressivamente assunto e difeso una posizione di indipendenza all’interno del panorama artistico italiano del tempo, senza mai veramente aderire a movimenti o gruppi. Nel tentativo di evadere da un’Italia artisticamente dominata da un realismo supportato dal regime fascista, Licini si volge alla non figurazione. Il suo linguaggio astratto è atipico, attento alla geometria, ma anche all’intensità cromatica che entra con forza nella struttura compositiva, evitando campiture piatte e compatte a favore di superfici pittoricamente sensibili e vibranti. Proprio in “bilico” – titolo e soggetto di varie opere di Licini degli anni ‘30 – tra i due poli di astrazione e figurazione che si giocherà la sua carriera.

 

 

«Osvaldo Licini. Che un vento di follia totale mi sollevi»

22 settembre-14 gennaio 2019

Collezione Peggy Guggenheim - Venezia

www.guggenheim-venice.it