VeneziaNews :venews

  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
Home arrow ZOOM arrow 16 BIENNALE ARCHITETTURA | Experiencing Freespace. L’esperienza della libertà dello spazio
16 BIENNALE ARCHITETTURA | Experiencing Freespace. L’esperienza della libertà dello spazio
di Michele Cerruti But   

ir_venues_facade_central_pavilion_1187.jpgNel 1959 esce negli Stati Uniti un libro, scritto da un professore danese di Copenaghen in prestito al MIT, che diventa in brevissimo tempo un vero e proprio cult. Experiencing Architecture (l’originale danese, Om at opleve arkitektur, è del ‘57) è un saggio scritto dall’architetto e urbanista, professore e viaggiatore, Steen Eiler Rasmussen. Ed è la miglior guida per la Biennale di Yvonne Farrell e Shelley McNamara.

 

Perché, se c’è una cosa che un po’ tutti, architetti o meno, capiscono subito quando visitano la mostra, è che il freespace, che guida la curatela, proprio non si riesce a definire. Inutile provare a ricostruirne noiose genealogie, farne anatemi accademici o appuntarsi glosse intellettuali: il freespace si sottrae a qualunque tentativo definitorio. Ma del resto, appunto, già Rasmussen diceva che: «l’Architettura non si fa mettendo semplicemente insieme piante, sezioni e prospetti. È qualcos’altro e qualcosa di più. È impossibile spiegare precisamente cosa sia, giacché persino i suoi stessi confini non sono per nulla definiti. In generale, l’arte non dovrebbe essere affatto spiegata: al più, bisognerebbe farne un’esperienza».

Sicché sembra quasi che le Signore irlandesi dell’Architettura abbiano preso sul serio questa storia e abbiano pensato che forse per fare una Biennale di Architettura quello di cui c’era bisogno fosse un’esperienza. Così hanno scelto e collezionato non tanto – o non solo – una lista di 71 architetti, ma piuttosto un vasto catalogo di idee spaziali. Non una successione di piante e sezioni e profili biografici, ma un’immersione continua nello spazio vero e proprio, convinte che, al di là dei manifesti, dei discorsi e delle interviste, quel che conta oggi, nelle nostre città come nelle nostre case, è fare esperienza della libertà dello spazio: una libertà che è caratteristica intrinseca dello spazio, ma che è anche quel che lo spazio è in grado di offrire a chi lo abita.

 

In definitiva, in questa Biennale la curatela racconta l’architettura più come un vuoto – lo spazio – che come un pieno – i ‘vecchi’ fundamentals. Non sono molti i casi in cui il freespace è descritto attraverso il linguaggio tradizionale dell’architettura. In questa Biennale si tocca, si annusa, ci si immerge, si guarda, si attraversa, si sale, si scende, ci si abbassa, ci si corica, ci si stupisce, si aspetta, si sosta: un tentativo collettivo che invita il visitatore ad abitare più che a visitare. E in cui le scelte (da quella di porre grande attenzione all’architettura progettata da donne a quella di insistere – attraverso Mendrisio – sul rapporto insegnamento-progetto) praticamente scompaiono o si dissolvono, in un continuum fatto di esperienze. Le esperienze sono di diverso tipo ed è innegabile che ciascuno le viva a modo suo; tuttavia vale la pena di raccontarne quattro o cinque, per chi avrà voglia di metterle alla prova e verificarle di persona.

Innanzitutto, Dorte Mandrup: decide di occupare 200mq con un’installazione che immerge i visitatori nell’artico e chiede loro del tempo. Un tempo per dimenticare gli spigoli dell’Arsenale e i grilli dell’estate veneziana e ritrovarsi in un ovattato paesaggio lunare osservato tra le trame dell’Icefjord Center in cui, come diceva Rimbaud, non c’è «nient’altro che del bianco a cui badare». riccardo_blumer.jpg

 

All’opposto, e poco prima di quella installazione, Riccardo Blumer (la sezione è The Practice of Teaching, ma, come si diceva, non è così rilevante) porta le sue “macchine automatiche” e costringe i visitatori a fermarsi e a capire. Ci si mette un po’ a intuire che quei setti sottilissimi son fatti di acqua e sapone e che sono pensati per essere abitati dal soffio leggero di chi li osserva. E si pensa, in qualche modo, che l’architettura è qualcosa che non ha bisogno di noi per esistere, ma che, se noi l’abitiamo, prende vita, diventa reale.

 

Un’esperienza pensata apposta per gli architetti è la sbalorditiva Sala Beckett, progettata da Flores & Prats a Barcellona. Da un lato, si entra nell’edificio, di cui è riprodotta una porzione, e si prova a capire cosa significhi ripensare uno spazio culturale di grande forza. Dall’altro, sul retro, si entra nello studio degli architetti, che rovesciano sulla parete, nei cassetti, in ogni anfratto la lunghissima storia di immaginazione e realizzazione di questa splendida architettura.

 

Dall’Arsenale al Padiglione Centrale, la Biennale delle esperienze è per tutti. Si cammina adagio sul magnifico pavimento fatto a mano degli Assemble e si viene assorbiti da una volta improvvisamente visibile; si attraversa il labirinto di DVVT e si scopre un abitare fatto di strati; ci si lascia affascinare dello “spazio in più” messo in mostra da Lacaton e Vassal; ci si sbalordisce del pensiero di Hall McKnight e ci si innamora della poesia di Francesca Torzo. Eppure, in questa mostra che chiede di essere sperimentata, non è un grande progetto ma è un oggetto discreto, una finestra, quello che seduce un po’ tutti. È una finestra dimenticata da tempo, progettata da Carlo Scarpa, che le curatrici ‘ritrovano’ nel Padiglione Centrale e mettono a disposizione. Perché il freespace, secondo loro, non va studiato, va abitato.