VeneziaNews :venews

  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
Home arrow ZOOM arrow 16. BIENNALE ARCHITETTURA | La prospettiva delle esperienze e delle parole
16. BIENNALE ARCHITETTURA | La prospettiva delle esperienze e delle parole
di Lucia Baima   

ir_great_britain_1076.jpgNel visitare la 16. Mostra Internazionale di Architettura, curata da Yvonne Farell e Shelley McNamara, sin dalle prime sale e dalla pluralità delle opere esposte, emerge chiaramente che attorno alla singola parola – Freespace – si è progettata e costruita non solo un’esposizione ma un corale cambio di prospettiva, tanto nella mostra centrale quanto in alcuni dei Padiglioni nazionali.

È rivolto a tutti, infatti, l’invito a partecipare, non solo come spettatori ma come attori, a questa collettiva riflessione intorno allo spazio libero, pensato come generatore di processi, che si fonda sulle parole del manifesto programmatico, dove lo spazio generico, re-indagato, interrogato, sviscerato, diviene spazio di opportunità, una piattaforma che incarna e sollecita il libero desiderio di scambio fondante l’esperienza urbana.

Rispetto alle precedenti edizioni, questa Biennale rimette al centro della scena lo spazio, non più declinato unicamente attraverso la distanza degli esiti progettuali – gli oggetti architettonici, analizzati e scomposti nelle loro singole componenti o secondo i loro principi compositivi –, ma attraverso multipli processi aperti in grado di attuare quell’inversione del punto di vista che rileva non un sistema di regole ma un sistema di esperienze.

Scambi e processi, questi, che svelano le molteplici potenzialità dell’architettura, ovvero la sua capacità di offrire, attraverso il suo disegno e un tempo considerato non lineare, altrettanti e infiniti spazi liberi, gratuiti e supplementari, ovvero spazi significativi, anche in ciò che non è costruito, trasformando cosi l’horror vacui in horror pleni, ovvero a pensare, come invita a fare Gillo Dorfles in L’intervallo perduto, al «vuoto, non solo come assenza, ma come inizio di alcunché di positivo, come effettiva sostanza altrettanto efficace del pieno, anzi forse più efficace di questo».


 

Esperienze

Freespace, come a voler dare corpo alle parole del manifesto e a farne esperienza diretta, immerge i visitatori in un caleidoscopico palinsesto di innesti: frammenti di spazio e frammenti di storie, porzioni di progetti di processi, che diventano scenografie attraverso le quali è possibile entrare fisicamente in relazione con quello spazio o con quella storia, anche se geograficamente e temporalmente distanti, e partecipare così ai loro processi aperti, alle loro storie in divenire.

 

I primi – frammenti di spazio – stabiliscono una esperienza fisica, corporea, attraverso modelli in scala 1:1 da esplorare, gigantografie nelle quali immergersi, strutture provvisorie da scalare e piattaforme da raggiungere dalle quali si comprende che la vera conquista non è arrivare nel punto più in alto, ma nell’aver costruito, entrando in relazione con essi, singolarmente e soggettivamente, una diversa, e per questo sempre unica, esperienza nello e dello spazio.

Si lascia quindi al singolo visitatore scoprire e far emergere il potenziale nascosto in ogni spazio, in ogni tassello, quasi a completare individualmente il suo o i suoi significati, attraverso l’unico mezzo possibile – l’interazione (esempi come i paglioni di Gran Bretagna, Austria e Ungheria).

 

fg_a_albania_01.jpgLe seconde – i frammenti di storie – raccontano e testimoniano le multiple trasformazioni della natura degli spazi della città, generati attraverso differenti processi. Dalle azioni individuali, in grado di innescare ulteriori situazioni e opportunità anche all’interno degli spazi più privati dell’abitazione (esempi come il padiglione del Giappone), sino alle azioni collettive di occupazione e riappropriazione della città, che cambiano le soglie tra spazi di diversa natura, il loro uso e conseguentemente la loro percezione.

Processi dinamici che riattivano, reinventano e trasformano così dall’interno i luoghi esistenti in luoghi infiniti (esempi i padiglioni della Francia e dell’Albania) e che sottopelle scardinano lo “Status Quo” delle convenzioni, facendo emergere la capacità dello spazio, attraverso le sue caratteristiche e il suo disegno, di diventare proprio quello spazio di occasioni, un condensatore di diversi programmi, una piattaforma di mediazione e contemporaneamente di condivisione, attraverso spazialità momentanee trasformano gli stessi in altrettanti momentanei luoghi (esempio padiglione Israele).

 

 

Parole

Il cambio di prospettiva offerto non si esaurisce con il catalogo delle diverse esperienze presentate, ma si struttura ulteriormente attraverso le parole scelte per le loro descrizioni e narrazioni. Analizzando i testi emergere, infatti, una trama di parole ricorrenti che intrecciano, come un unico filo conduttore, i diversi progetti presentati, costruendo un panorama di termini, che superano l’idea del progetto come concluso, fisso e stabile e strutturano ancora di più quel cambio di prospettiva in favore di uno spazio libero concepito come piattaforma di un processo organico in trasformazione.

Attraverso il progetto e i suoi elementi, lo spazio diventa un programma aperto: reagisce risvegliando associazioni che nel tempo innescano multiple relazioni, intensità d’uso che cambiano la percezione di uno spazio esistente, che sembra quasi inspessirsi, rilevando anche l’architettura immateriale delle relazioni sottili, quello che Cedric Price definiva “lo spazio sandwich invisibile”.

Termini e concetti che si stratificano, strutturano e offrono una diversa percezione dello spazio assimilabile a una nuova cassetta degli attrezzi. Emerge lo spazio dell’in-between, interstiziale, poroso, libero ma solo apparentemente vuoto, duplice, fluido, ibrido, adattabile, flessibile, informale.

Lo spazio definito dall’imprevisto, incubatore della libera trasformazione, della sperimentazione, dell’invenzione, dell’interpretazione, dell’opportunità, dell’intervento attivo, creativo.

Lo spazio delle relazioni, degli incontri e degli scambi, dell’interazione e della relativa coesistenza.

Lo spazio esperibile, esplorabile, appropriabile, inventivo, dinamico, complesso, in movimento, interattivo, inclusivo, inventivo, transizionale

ovvero lo spazio dei possibili.

 

Concetti e parole che costruiscono un’astratta, ma non meno concreta ulteriore esperienza che amplia le premesse e dà corpo e sostanza all’idea delle curatrici, rilevando in conclusione che, forse sin dall’inizio, freespace non era un termine da definire, ma un dispositivo da costruire, grazie al quale poter scardinare le regole, rivelare l’inatteso e effettuare quindi quel cambio di prospettiva che sembra essere l’eredità di questa Biennale.