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Home arrow ZOOM arrow 16. BIENNALE ARCHITETTURA | Il passato non una terra straniera. 4000 anni di costruito a Lima
16. BIENNALE ARCHITETTURA | Il passato non una terra straniera. 4000 anni di costruito a Lima
di Andrea Falco   

fg_a_peru_9116.jpg447 nodi di cotone peruviano sul pannello di ingresso del Padiglione del Perù accolgono il visitatore con una rappresentazione simbolica delle huacas di Lima.

Si tratta di strutture architettoniche monumentali di mattoni, luoghi sacri che hanno potuto conservarsi per migliaia di anni grazie al clima estremamente secco della città. Un’eredità antica e preziosa, a lungo ignorata e sepolta sotto strati di terra e sabbia, che solo negli ultimi tempi sta tornando alla luce grazie agli scavi archeologici. Il nodo, emblema di conflitto e possibilità, introduce un’approfondita riflessione sulla complessa situazione architettonica di una città che sta crescendo rapidamente e senza una significativa pianificazione urbana.

I curatori del padiglione Perù, alle Sale d’Armi all’Arsenale, Marianela Castro de la Borda e Javier Lizarzaburu Montani ci hanno guidato En Reserva.

 

 

Come è interpretato, nel Padiglione peruviano, il tema di Freespace?

MCB: En Reserva parla dei valori di una comunità così come si esprimono in architettura: la generosità, per esempio, sia nell’architettura in sé che nel rapporto di questa con i cittadini, la città, il territorio. Possiamo vedere questa generosità nella linea di continuità che ci lega all’architettura millenaria di cui noi cittadini di Lima siamo eredi. La nostra contemporaneità è una somma di spazi stratificati e delle memorie che essi portano con sé. Memoria, tempo, continuità, generosità esistono nel rapporto tra costruito, cittadini e città ed è questo rapporto che noi chiamiamo Freespace.

JLM: Quando abbiamo letto il manifesto di Freespace abbiamo pensato che nulla di quanto vi era descritto esistesse nella Lima di oggi. Esisteva, però, nella Lima di ieri, la Lima precolombiana. Per una serie di ragioni storiche quanto esisteva a Lima prima della conquista spagnola è sempre stato ignorato, al punto che è data ufficialmente per fondata nel 1535 da parte degli spagnoli. I primi mille anni della sua storia sono stati cancellati d’ufficio. E quanto per cinquecento anni è stato ignorato era proprio ciò che rispondeva meglio al manifesto di Freespace. Tutto combaciava. Abbiamo studiato questa eredità e vi abbiamo trovato l’essenza dell’architettura come una cosa che sollevi lo spirito, che usi i doni della natura per costruire lo spazio intorno a noi.

 

L’integrazione delle huacas?

MCB: Oggi, le huacas sono usate in modi diversi, perlopiù informali. Nella maggior parte dei casi sono accessibili a chiunque. Il problema è che sono edifici molto fragili – sono fatti di adobe, o argilla essiccata – quindi l’integrazione e i possibili usi che se ne possono fare oggi hanno limiti ben definiti. Per la loro protezione è importante che siano isolate. Infatti, il motivo per cui sono sopravvissute per cinquecento anni è che sono state ricoperte di terra per tutto questo tempo ed erano quindi protette. È tuttavia importante pensare alla loro integrazione nel tessuto urbano di Lima e il nostro Padiglione è qui per porre tutte queste domande. È importante discutere molto attentamente come integreremo questi spazi con la città moderna.

JLM: Oltre che al livello di architettura, vi è un altro livello dove si può fare integrazione: quello identitario. Per anni l’unica storia ufficiale di Lima è stata quella europea. Secondo questa visione tutto è cominciato nel sedicesimo secolo, il che ha comportato storie di discriminazione ed esclusione. Lima è poi diventata, grazie a una migrazione di massa dalle Ande negli anni ‘60/‘80, una città multirazziale e multiculturale e ci chiediamo: possono le huacas diventare il simbolo di questa nuova Lima? Questa Lima che non è più solo spagnola? Non possiamo correggere il passato ma possiamo espanderlo. Non vedremo più solo Europa, ma anche quanto vi era prima.

 

 

«Undercover/En Reserva»

Arsenale, Sale d’Armi