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Home arrow ZOOM arrow 16. BIENNALE ARCHITETTURA | Le conseguenze dell’Architettura. L’esperienza portoghese, un modello
16. BIENNALE ARCHITETTURA | Le conseguenze dell’Architettura. L’esperienza portoghese, un modello
di Paolo Lucchetta   

padiglione_portogallo_copyright_andre_cepeda.jpgL’attitudine a occuparsi della cosa pubblica rimane il contributo più evidente degli architetti portoghesi al dibattito sull’architettura contemporanea.

In questo senso, appare quasi esemplare nella Biennale titolata Freespace, l’allestimento del padiglione Portogallo a Palazzo Giustinian Lolin, Public Without Rhetoric, curatori Nuno Brandão Costa e Sérgio Mah.

 

A partire dagli anni Settanta, l’Europa si interessa al Portogallo, all’esperienza e alla pratica di un metodo a misura d’uomo, soprattutto dopo la Rivoluzione dei garofani che – senza sparare un colpo – aveva deposto il regime totalitario. Gli architetti aiutarono le popolazioni a organizzarsi al fine di partecipare alla trasformazione dei quartieri, costruendosi le proprie case. Era un momento unico, di instabilità politica e sociale in tutta Europa. «Senza conflitto non esiste partecipazione, esiste manipolazione», disse e dice Siza. L’esperienza portoghese divenne un modello da copiare, da riproporre in altri contesti. E da quel momento l’architettura di un Paese e i suoi protagonisti sono presenze costanti nel dibattito internazionale, nelle riviste, congressi, università, musei, biennali e triennali.

 

Pensare che l’architettura non sia una questione privata, di specializzazione, bensì sia al servizio dell’uomo e della città, rimane l’obiettivo primario dell’architettura portoghese a partire da Álvaro Siza, il quale partì dalla storia del proprio Paese per elaborare un modo di progettare e costruire che tenesse conto della dimensione umana, unità di misura fra le più antiche.

«Il paesaggio è tutto quello che esiste nel campo visivo», dice Álvaro Siza, ciò che risiede nel nostro sguardo, il campo di azione con l’uomo al centro della scena, il nostro universo limitato.

Ciò che importa è dare continuità, trasformando con cautela. Raccogliere e continuare quello che è stato lasciato, «partendo da spazi isolati, cerchiamo lo spazio che li sostiene», utilizzando i reperti, modificandoli, contributo per cambiamenti futuri. L’obiettivo è migliorare la qualità degli spazi e, di conseguenza, le condizioni di vita di chi li utilizza.

 

È questo il punto di partenza dei curatori che aggiungono altri riferimenti e ispirazioni alla loro narrazione.

Alison e Peter Smithson, ad esempio, che focalizzarono la loro ricerca e la loro pratica sulla costruzione di spazi pubblici collettivi e che sintetizzarono la loro “idea sull’architettura” nel testo Without Rhetoric, un manifesto disciplinare sulla costruzione della forma, affermano: «Gli edifici dovrebbero essere pensati fin dall’inizio come frammenti, contenendo dentro se stessi una capacità di agire con altri edifici ed essere essi stessi delle connessioni».

Da quando gli edifici di Robin Hood Gardens a Londra iniziarono a essere demoliti, la costruzione di opere a uso pubblico e la loro definizione qualitativa da parte degli architetti è diventata una questione pressante. In tutta Europa, in coincidenza con la crisi economica e finanziaria, che è stata in Portogallo particolarmente seria e drammatica, gli ultimi dieci anni sono stati testimonianza di una sorta di avversione verso le opere pubbliche. L’opera pubblica, in particolare la costruzione delle architetture culturali, educative, sportive e le loro infrastrutture di supporto, aderisce all’idea di un’evoluzione civilizzatrice di un progresso, espressa in termini di uguali opportunità sociali. Allo stesso tempo ricostruisce e rigenera la forma della città, rivitalizzando lo spazio pubblico sia qualitativamente che culturalmente.

 

Il secondo riferimento per i curatori è L’architettura della città di Aldo Rossi che scrisse: «La nostra descrizione della città riguarderà soprattutto la sua forma. Questa forma dipende da fatti reali che a turno si riferiscono a esperienze reali: Atene, Roma, Parigi. L’architettura della città riassume la forma della città. Dall’architettura della città noi cogliamo due aspetti: il primo, la città vista come un gigantesco oggetto artificiale, un lavoro di ingegneria e di architettura che è vasto, complesso e in continua crescita; il secondo, certi aspetti cruciali della città più limitati ma comunque cruciali, denominati “Fatti Urbani”, edifici che come la città stessa sono caratterizzati dalla loro propria storia e anche dalla loro propria forma».

 

avz-portogallo-6447.jpgQueste radici consentono ai curatori di affermare che la qualità degli architetti portoghesi sta nel fatto che sono totalmente generalisti e plurali, che respingono la specializzazione tra pubblico e privato quando essi diventano progetti; il loro approccio verso l’architettura è sempre focalizzato sullo spazio, sul territorio e il paesaggio che è sempre pubblico: gli edifici, una volta costruiti, inevitabilmente creano relazioni di trasformazione con il loro precedente contesto. Per questo motivo, i lavori selezionati per Public Without Rhetoric, oltre che per il criterio del valore di un’architettura inconfondibile, cercano di mostrare la diversità dei programmi e di scale nei quali gli architetti portoghesi lavorano, stressando la loro cultura generalista e la loro eccellenza intergenerazionale, evidente nella qualità di tutte le generazioni di architetti attivi rappresentati qui.

 

La mostra è suddivisa in due parti, due modi di rappresentare e approcciare la percezione dell’architettura. Nel Piano Nobile, al primo piano, possiamo trovare un semplice e funzionale allestimento formato da tre supporti fisici, che delimitano i tre elementi che rappresentano e descrivono ogni lavoro: un modello, un disegno esecutivo stampato su carta da lucido e diapositive proiettate su uno schermo. Senza obbedire ad alcun tipo di gerarchia, tematica o generazionale, questi trittici sono allestiti nelle varie stanze senza alterare la struttura spaziale e senza nascondere i dipinti e gli arazzi che adornano Palazzo Giustinian Lolin. Nell’Androne, al piano terra, adiacente alla corte del Palazzo, è possibile apprezzare la visione di dodici film, realizzati da quattro artisti portoghesi con carriere rilevanti nei campi della fotografia e cinema. Nell’invitare questi artisti, lo scopo per i film è stato quello di esplorare le attuali circostanze di queste costruzioni, incluse le modalità di adattamento alle dinamiche d’uso da parte delle persone che, frequentemente o sporadicamente, dovrebbero soddisfare la missione pubblica di queste opere. In questo modo i dodici film, portati insieme in uno spazio comune, esplorano un ampio spettro di modi possibili di vedere e percepire l’architettura, giocando con l’inaspettato e l’inusuale. Spesso, quello che vediamo è una testimonianza dell’“essere lì”, in uno spazio, in un luogo. Alcuni film suggeriscono narrazioni, altri enfatizzano dei gesti, altri ancora evocano delle memorie e dei concetti associati con gli edifici. In breve, questo eterodosso gruppo di immagini di architettura esprime anche la mutevole e impura natura delle sue rappresentazioni, le oscillazioni tra realtà e finzione, la relazione con il concreto e i suoi riverberi immaginari.

 

Questa mostra conferma, quindi, una rappresentazione dell’architettura portoghese che continua a esprimere un contributo per l’architettura europea sulla rilevanza degli spazi pubblici, del paesaggio e del territorio, invitando, “senza retorica”, a valutare le possibili conseguenze del fare architettura.

 

 

«Public Without Rhetoric»

Palazzo Giustinian Lolin c/o Fondazione Ugo e Olga Levi onlus, San Marco 2893

www.dgartes.gov.pt/pt/publicwithoutrhetoric