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Home arrow ART arrow La coda dell’angelo. La "follia totale" di Osvaldo Licini alla Collezione Guggenheim
La coda dell’angelo. La "follia totale" di Osvaldo Licini alla Collezione Guggenheim
Written by Fabio Marzari   

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Una data importante per la pittura italiana del primo Novecento, la sera del 20 marzo 1914, quando Osvaldo Licini inaugurò a Bologna nelle sale dell’Hotel Baglioni, allora come adesso, punto di riferimento dell’ospitalità cittadina, assieme ai suoi compagni e amici dell’Accademia, tra cui Mario Bacchelli, Giorgio Morandi, Severo Pozzati e Giacomo Vespignani, una mostra che rappresentò un momento cruciale della vita artistica bolognese e non solo.

 

Proprio la vita del Maestro (22 marzo 1894–11 ottobre 1958, Monte Vidon Corrado) è il punto costante di riferimento del puntuale ed enciclopedico lavoro curatoriale di Luca Massimo Barbero, che nella mostra Osvaldo Licini. Che un vento di follia totale mi sollevi, appuntamento autunnale con l’arte italiana della Collezione Peggy Guggenheim, ha ricostruito attraverso illuminanti suggestioni pittoriche un percorso biografico intenso, a sessant’anni dalla scomparsa.


Nelle undici sale della mostra scorre il flusso di un autore dal tratto geniale. Secondo lo stesso Licini, in una nota autografa, i differenti periodi della sua pittura si possono dividere così: 1913–1915, Primitivismo fantastico; 1915–1920, Episodi di guerra (quasi tutti distrutti); 1920–1930, Realismo.

 

Dopo questa data e fino circa al 1940, Licini si interessò di Astrattismo, distruggendo, con severa autocritica, buona parte delle tele del periodo precedente. Nel 1933 scriveva infatti al suo grande amico e critico Giuseppe Marchiori: «Da due anni ho cambiato bruscamente strada. Per molte buone ragioni, di cui sono convintissimo, adesso non dipingo più dal vero».


Nel 1934 viene fondato presso la Galleria del Milione di Milano il gruppo degli astrattisti italiani composto da Licini, Fontana, Reggiani, Soldati, Veronesi, Melotti e Ghiringhelli. La loro uscita pubblica coincide, nel marzo del 1935, con la “prima mostra collettiva di Arte Astratta italiana” nello studio di Casorati e Paolucci a Torino. Per Licini, che in novembre si reca a Parigi dove conosce tra gli altri Kandinsky, Magnelli, Herbin e Kupka, risulta fondamentale la lettura di Kn (1935) il libro di Carlo Belli, ispiratore, sostenitore e teorico del primo astrattismo italiano. La sua tesi di fondo indicava l’Arte Astratta come il punto d’arrivo di ogni tentativo di fare arte.


3991982_pckg_1901537657785926010-20180923.jpgDopo la Seconda Guerra mondiale, Osvaldo Licini torna a Venezia, nel 1948, per la XXIV Biennale. Nella XXV edizione del 1950, espone le famose nove Amalassunte, dipinte nell’eremo di Monte Vidon Corrado, il paese del quale nel frattempo era divenuto Sindaco.
«La Luna nostra bella, garantita d’argento per l’eternità, personificata in poche parole, amica di ogni cuore un poco stanco». Con queste parole Licini descrive cosa intende per “Amalassunta”, nome che diede a una serie di opere dedicate alla luna. L’artista, con la sua pittura lirica e incantata, pare meditare sull’esistenza e riflettere sull’uomo e sulla natura.

 

Dal 1950 comincia il periodo più intenso della sua opera, egli è pronto a terminare i molti studi tracciati sulle carte. Il successo ormai crescente della sua arte è suggellato dalla presentazione da parte di Umbro Apollonio della personale alla XXIX Biennale del 1958. Sono 41 le opere esposte e Licini viene insignito del Gran Premio Internazionale di Pittura. Poco dopo aver visitato la mostra di Pisanello a Verona, muore a Monte Vidon Corrado l’11 ottobre 1958. Qualche tempo prima aveva scritto a Marchiori: «Sono diventato un angelo abbastanza ribelle, con la coda, e qualche volta mi diverto a morderla questa coda».

«Osvaldo Licini. Che un vento di follia totale mi sollevi»


Fino 14 gennaio 2019

Collezione Peggy Guggenheim, Dorsoduro 701
www.guggenheim-venice.it