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SPECIALE VENICEMARATHON | Alex il Grande. Intervista ad Alex Zanardi
di Massimo Bran, Davide Carbone   

mbt_5620arrivo-zanardi2.jpgParlare anche per pochi minuti, anche solo al telefono, con una persona come Alex Zanardi è semplicemente un'esperienza di positività assoluta. A dir poco. Tutti sappiamo quanto sia rischioso scivolare in una trita retorica da politically correct quando si parla di disabilità anche nello sport. Perché, nonostante gli enormi passi in avanti fatti in questa direzione anche grazie all'esempio di straordinari campioni come Alex, troppo spesso troppi ancora si approcciano a questo mondo con un fare quasi compassionevole, pietisticamente solidaristico. Ecco, basta un solo minuto a tu per tu con Zanardi per esorcizzare in un amen una simile, irritante disposizione.

 

In lui tutto è vitale, l'agonismo è palpabile in ogni sua sillaba, tutto legato da un'etica sportiva prepotentemente autentica, che non ammette alibi pur riconoscendo a chiunque una seconda possibilità, vedi la sua dichiarazione relativa al fattaccio del centauro Fenati, a cui non concede sconto alcuno (ndr: aveva follemente tirato il filo del freno a un avversario affiancatogli in un rettilineo percorso a 200 km/h...!), ma al quale sostiene vada offerta una seconda chance solo dopo aver misurato la sua eventuale, effettiva presa di coscienza di quanto commesso. Anche qui, a leggere quanto dichiara, non si avverte nessun ben che minimo buonismo di sorta. In Alex Zanardi tutto è sostanza vera, senza fronzoli e con una disposizione agli altri sempre asciutta, franca, positiva.

 

 

Al di là dei suoi clamorosi risultati olimpici e non (fresco di record mondiale della sua categoria, demolito di una strepitosa mezz'ora), che certo hanno aiutato non poco a rendere più visibile e a valorizzare in termini puramente sportivi, e non solo sociali, lo sport della disabilità, ciò che è importante nell'esempio di questo sportivo davvero unico è la sua forza netta, pulita, senza smancerie, il cui esempio apre non un orizzonte, ma almeno 10 direzioni, dimostrando che volere può davvero essere potere. E per il mondo che rappresenta, un mondo non certo facile e non certo con un quotidiano risolto da politiche all'altezza, questa razionale, irresistibile vitalità che contraddistingue ogni sua azione, sia essa sportiva, mediatica, sociale, è un balsamo più unico che raro per infondere fiducia a chi ne ha bisogno a tonnellate. Per tutto ciò, e molto di più ancora, siamo stati felicissimi alla vigilia della 33. Venicemarathon, che ogni anno che passa si conferma tra gli appuntamenti top dello sport italiano soprattutto per l'infinita articolazione di attività ed eventi che è in grado di offrire alle migliaia di suoi partecipanti, di parlare con questo solare campione che di questa corsa veneziana è protagonista centrale sia come atleta che come soggetto attivo con la sua associazione Obiettivo 3 nel Charity Program.

Una corsa unica al mondo, anche solo per lo scenario che la ospita. Come è nato il rapporto con la Venicemarathon e quali emozioni si vivono nell'avvicinarsi al fatidico 28 ottobre?
È di sicuro una gara speciale, ogni metro del percorso lo è e la rende una corsa inimitabile. Ne ho vissute ormai diverse edizioni nelle vesti più differenti e ricordo con piacere di essere sempre stati fortunati anche dal punto di vista meteorologico, particolare non di poco conto quando si tratta di correre. Gli scenari dei paesi che vengono attraversati sono sempre stati caratterizzati da un tifo caldissimo, regalandoci una gara molto partecipata in cui ogni atleta può esaltarsi e tirare fuori il meglio delle proprie potenzialità.
Il mio incontro con la Venicemarathon è stato, come spesso capita, piuttosto casuale. Avevo appena iniziato la mia attività di hand biker e arrivai a scoprire questa gara che partiva letteralmente “dietro casa”, per me che abito a Noventa Padovana. Una scoperta che è stata tanto casuale quanto positiva: fin da subito mi sono affezionato a questa manifestazione e tutte le iniziative che si sono sviluppate negli anni successivi non hanno fatto altro che amplificare queste emozioni. Assieme agli amici che dirigono e organizzano ogni anno l'evento si è creato un particolare feeling, un “gemellaggio” nel senso più genuino del termine, una comunione d'intenti che ci ha permesso di portare avanti progetti che per fortuna esistono ancora adesso, più forti di prima. Le emozioni sono quelle legate ad un evento sportivo che richiede una meticolosa preparazione e che nella testa degli atleti dura ovviamente molto di più dello sforzo fisico puro e semplice: persone che hanno scelto proprio quel 28 ottobre come momento culminante della propria stagione sportiva hanno la possibilità di mettersi alla prova cercando di superare i propri limiti, fisici e mentali. Nell'ideale conto alla rovescia verso questa data l'entusiasmo cresce sempre di più, sì.

img_2058_copia.jpgLa Venicemarathon è diventata in questi anni molto più di una maratona, prova ne è un Charity Program sempre più articolato e capace di coinvolgere un numero sempre più alto di associazioni. Come nasce Obiettivo 3, l'associazione sportiva da lei fondata? Come porta avanti la propria attività?
La maratona funziona di sicuro come un moltiplicatore di eventi, tutti caratterizzati da una propria forza che la ribalta mediatica riesce ad amplificare, dando la possibilità a ciascuno di essi di mettersi in luce e di guadagnare visibilità in modo da permettere a chi vi è coinvolto a diverso titolo di continuare nella propria azione con più slancio e rinnovati stimoli. Mentre si parla di sport è poi importante poter dedicare il proprio tempo e i propri sforzi anche ad altre tematiche altrettanto importanti, come appunto la solidarietà, argomento e mondo che mi sento di definire “congeniale” ad un evento sportivo come una maratona.

 

Gli amici della Venicemarathon hanno sposato con grande convinzione questa serie di “eventi nell'evento”, prima con un'associazione che avevo loro segnalato, Bimbingamba, responsabile di un progetto la cui finalità è quella di fornire protesi a bambini, poi con Obiettivo 3, soggetto che si rivolge a tutte le persone disabili che vogliono intraprendere un percorso sportivo, fornendo loro aiuto nell'acquisto di attrezzature e, più in generale, consigli utili per approcciarsi nel modo più corretto ed efficace alla pratica sportiva, creando in questo modo una comunità di persone unite verso un fine comune. Il nome Obiettivo 3 esprime l'ambizione di individuare, tra queste persone, 3 atleti da poter far gareggiare alle Paralimpiadi di Tokyo nel 2020. Venicemarathon ha condiviso con grande partecipazione questo progetto entrando a far parte della nostra comunità e dandoci una grossa mano ad entrare nella loro. Fortunatamente la dimensione sportiva e la solidarietà vanno spesso molto d'accordo e possono essere molto funzionali l'una all'altra.

Quali sono le difficoltà maggiori nel gestire una simile attività in Italia? Quali le sfide da affrontare oggi e domani?
Molte persone sono legittimamente diffidenti, sentendosi metaforicamente bussare alla porta da richieste incalzanti di aiuto e sostegno inflazionate dalle tante iniziative che al giorno d'oggi vengono organizzate in maniera più o meno seria e professionale. Nella maggioranza dei casi queste iniziative sono in realtà assolutamente meritevoli di attenzione, ma spesso pagano dazio per colpa di una cattiva organizzazione o, peggio ancora, a causa di personaggi discutibili animati da intenti poco nobili.

 

Per fortuna credo che il mio nome possa dare una grossa mano proprio in questo senso, nel fornire cioè una sorta di autenticazione da cui un progetto può trarre giovamento abbattendo questa barriera di diffidenza, entrando in contatto più facilmente con la gente e facendo conoscere in maniera più efficace la causa che si sta sposando. Penso che questo mio ruolo di garante sia stato anche uno dei motivi che hanno reso possibile il connubio tra la Venicemarathon e le iniziative di cui mi faccio promotore. I problemi che si affrontano sono poi quelli che investono tutto il panorama nazionale: molto, troppo spesso le iniziative che trovano uno sbocco concreto lo devono prevalentemente all'intervento di privati, quando in realtà un sistema assistenzialista come quello italiano dovrebbe essere in grado di far fronte da solo all'acquisto di attrezzature non legate alla pratica sportiva, ma alla basilare vita quotidiana delle persone disabili. Purtroppo questo è lo stato delle cose e, ovviamente, di tanto che ci sarebbe da fare ne resta ancora di più da mettere in cantiere per permettere che progetti di questo profilo riescano a vedere la luce.

Per molte persone disabili lo sport è più che mai ragione di vita, occasione per trovare stimoli capaci di mettere continuamente alla prova. Come valuta la crescente copertura mediatica riservata allo sport paralimpico? Paralimpiadi che tra l'altro sono 'nate' proprio in Italia, con la prima edizione a Roma nel 1960…
Come atleta individuo l'aspetto positivo di questo interesse mediatico nel prevalere oggi, quando ci si approccia alle nostre gare, dell'aspetto competitivo su quello partecipativo. In passato si è spesso dato un contenitore limitato a queste iniziative sportive, identificandole come momenti in cui dare il 'contentino' e 'far sfogare' persone che purtroppo hanno possibilità limitate, aggiungendo così ulteriori limiti alle potenzialità di questi atleti. Oggi fotunatamente l'approccio è radicalmente mutato, si è capito finalmente che la disabilità può produrre sport vero, serio, realmente competitivo. Sono quindi profondamente cambiati i numeri e il valore stesso delle prestazioni degli atleti disabili; il modo stesso in cui questi atleti si preparano alla gara testimonia un innalzamento notevole del livello della mentalità agonistica, competitiva, e di conseguenza della percezione stessa che il pubblico ha dello sport paralimpico. Rientrare in Italia all'indomani della Paralimpiade di Rio e sentire la gente parlare delle imprese sportive di quell'edizione mi ha ovviamente riempito il cuore di orgoglio e mi ha confermato quanto il vento stia cambiando in questo senso. Credo che da questo punto di vista sia stata l'edizione di Londra 2012 a segnare il passo, complice anche l'esposizione mediatica e i risultati raggiunti da personaggi come Oscar Pistorius, le cui successive, drammatiche vicende giudiziarie ovviamente sono del tutto slegate dall'aspetto sportivo.

zanardi.jpgQuanto è stato fatto secondo lei per questo universo in Italia e quanto rimane ancora da fare?
Non basta la popolarità mia, di Bebe Vio o di altri ad accendere i riflettori su un universo tanto vasto come lo sport paralimpico. Se questo interesse ha davvero vissuto una svolta è perché ci sono atleti di valore che ne fanno parte e ne possono davvero determinare il destino. La gente si interessa alle Paralimpiadi perché le nostre sono gare non vere, ma verissime. Vivaddio, il motore si è acceso! Io posso solo sperare che le cose da questo punto di vista vadano sempre meglio, tenendo ben presente quanto tutto sia perfettibile, soprattutto grazie al lavoro congiunto di atleti e del Comitato Italiano Paralimpico per rendere chiaro a tutti come fare sport per un disabile in Italia debba diventare un sacrosanto diritto e non un privilegio.
Con Obiettivo 3 cerchiamo di fare qualcosa per migliorare giorno per giorno questa situazione, senza perdere la speranza che in un futuro molto prossimo questo aspetto possa essere curato in maniera più sistematica su scala nazionale, per restituire questo diritto a chi non riesce ad esercitarlo contando solo sulle proprie forze.

Una carriera iniziata da adolescente con i kart, lo sport come componente fondamentale della propria vita, con successi trasversali. Quanto e come è cambiato il peso dello sport nella vita di Alex Zanardi dopo l'incidente del 2001?
Di recente ho ripreso in mano il volante di una macchina ed è stato meraviglioso, sì, anche e soprattutto perché da quel mondo mi ero assentato per un po' di tempo.

 

Penso che uno dei privilegi incontrati nella mia vita sia stata la possibilità di attraversare tante “prime volte”. Tante ripartenze, tante nuove avventure. Il comune denominatore che mi ha sempre accompagnato è stata la passione e la continua riscoperta della voglia di rimettermi in gioco. Ogni nuovo inizio ha portato in dote una valanga di emotività, immancabili dubbi e una buona dose di nervosismo, assieme alla sensazione di sentirsi continuamente un debuttante. Ricominciare come fosse sempre una nuova prima volta è la disposizione più intrigante e bella per portare avanti al meglio le sfide, i progetti futuri. Ho potuto vivere il piacere della scoperta e quello della riscoperta e necessariamente qualcosa nel rapporto con lo sport è cambiato e sta cambiando: so bene che non potrò continuare a fare sport in eterno, proprio pochi giorni prima della Venicemarathon spegnerò 52 candeline. Ma fino a quando il fisico regge perché non approfittarne? La voglia è ancora quella di quando ero un ragazzino e l'esperienza mi permette di compensare quello che ho perso in termini di forza e resistenza. A volte mi mancano le uova e la farina…ma l'impasto lo so ancora fare!


Tra le sue mille avventure l'abbiamo visto anche sfidare il mezzo teleisivo, nelle vesti di presentatore. Cosa le hanno lasciato ed insegnato le conduzioni di E se domani e Sfide? È un'esperienza che le piacerebbe ripetere?
Sicuramente dentro di me esiste un interesse per esperienze di questo tipo, ma di certo non ci perdo il sonno. Quegli impegni sono nati perché mi sono stati offerti; avevo avuto altre proposte simili, ma si trattava di progetti che non sentivo come parte del mio 'repertorio'.
Ricordiamo bene che in ambito televisivo io ovviamente non ho alcuna professionalità da offrire, non ho una gavetta alle spalle; devo per questo motivo stare molto attento prima di accettare un incarico in un ambito che non è propriamente il mio.
La molla che mi fa davvero brillare gli occhi quando racconto qualcosa, aspetto che il pubblico televisivo riesce a percepire molto bene, può essere soltanto la passione che nasce quando sento che una determinata storia suscita davvero il mio interesse, cosa che mi è assolutamente capitata con E se domani e ancora di più con Sfide. Mi sono divertito come un matto a soddisfare la mia curiosità scientifica nel primo caso, a disegnare i ritratti di personalità sportive indimenticabili nel secondo.

 

So che il mio potrebbe sembrare un ragionamento un po' spocchioso, ma sono fermamente convinto invece di dovermi fare i giusti scrupoli nel momento in cui decido di uscire dal mio ambito professionale. Solo con la passione, l'interesse sincero e la curiosità posso cercare di colmare le lacune inevitabili derivanti da una mancanza di formazione nel settore, altrimenti meglio rimanere lontani da questo mondo. La vita mi ha sorpreso tante volte con offerte e incontri meravigliosi, non è detto che non accada di nuovo. Le mie porte sono sempre aperte ai progetti stimolanti.

Esiste un atleta che è stato per lei fonte di ispirazione, nell'automobilismo prima e nel paraciclismo poi?
È davvero impossibile isolarne uno. Sono stati mille e continuano ad essercene mille tutti i giorni, a partire da ogni singolo avversario che ho incontrato nella mia carriera, specialmente quelli da cui sono stato battuto. Il bello dello sport penso possa essere raggiungere finalmente quella vittoria che ti è costata tante sonore legnate portate a casa prima.

 

Ialex_zanardi_1_.jpg miei modelli da bambino, che potevano essere Gilles Villeneuve o Alain Prost, Niki Lauda o Nigel Mansell più recentemente, fino ad arrivare ad Ayrton Senna, si affiancano quindi a tutti gli avversari con cui mi sono 'scornato' nella mia carriera, dai quali ho imparato tantissimo e a cui ho cercato di rubare qualche segreto. Di una cosa sono convinto: “il più bravo” non esiste. Puoi semplicemente essere capace, in quel giorno, di sfruttare al meglio le carte che il destino decide di pescare dal mazzo e affidarti. Poi starà a te fare in modo che le carte risultino vincenti e darci dentro finché il destino gira a dovere! Pensare di essere l'unica variabile in grado di fare la differenza sarebbe piuttosto presuntuoso; guardare gli altri con una giusta dose di umiltà e insieme di curiosità credo sia l'unico, vero aiuto per completarsi. Fermo restando che non basterebbero mille vite per crescere e definirsi in maniera compiuta; siamo destinati a morire da esseri in fin dei conti profondamente ignoranti…

Quali i sogni ancora da realizzare nella vita di Alex Zanardi?
Mi sembra di essere in quella fase del sonno in cui sono consapevole di stare sognando, senza però riuscire bene a mettere a fuoco i contorni del sogno stesso. Il sogno più grande che posso avere è vedere mio figlio realizzato, avviato verso una strada che ha scelto e che gli regala benessere fisico e mentale, soddisfazione e capacità di intraprendere sfide importanti. Un po' la sintesi di quello che sento di aver avuto in dote dal destino. Riconosco di essermi impegnato tanto nella mia vita, ma allo stesso tempo di essere un uomo davvero molto, molto fortunato.

33. Huawei Venicemarathon
28 ottobre Riviera del Brenta-Venezia
www.huaweivenicemarathon.it