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Fare gli italiani. M9 porta il Novecento al cinema
di Cesare Stradaioli   

tantoamati.jpgNell’introdurre la rassegna I cammini della speranza. Come il cinema ha raccontato l’Italia, dalla ricostruzione al miracolo economico, che ha curato e che presenta, Gian Piero Brunetta parla di “macerie e sogni, in un Paese privo di tutto tranne che di immaginazione”: basta scorrere l’elenco dei cinque titoli che vengono proiettati nel nuovissimo Auditorium del Museo M9 di Mestre - percorso propedeutico all’imminente apertura dell’attesissimo e unico nel suo genere in Italia Museo del Novecento - per intuire come possano a buona ragione costituire una specie di tappeto storico sul quale si è sdraiata una nazione, con le sue diverse componenti, tradizioni, abitudini buone e cattive. In piena stagione di critica militante, una delle penne più feroci e argute – e, come tale, necessariamente non indenne da un inevitabile settarismo – Goffredo Fofi, dava alle stampe un testo fondamentale di critica e analisi cinematografica: quel Capire con il Cinema al quale in milioni abbiamo attinto, non solo traendo i più svariati motivi di discussione sul cinema, ma anche e soprattutto sulla società in cui vivevamo e che quel cinema aveva prodotto, con tutti i suoi limiti e pregi.

 

E allora, la ricerca del ‘posto’, della sicurezza dopo gli anni della guerra, delle ristrettezze e della totale incertezza sul domani che veniva, Il posto di Ermanno Olmi proiettato il 16 novembre può rappresentare meglio di tanti altri discorsi e ricordi come fosse composto lo spirito di quegli anni che, per ragioni squisitamente anagrafiche, la più gran parte di noi conosce solo per sentito raccontare. Sistemarsi voleva dire sì la sicurezza dello stipendio, ma anche l’affrancarsi dai bisogni primordiali per poter pensare e sperare, immaginarsi una società diversa, anche e vorremmo dire soprattutto partendo dai rapporti personali.

 

lisi_2269_01.jpgQuello che, con la delicatezza che ne ha sempre costituito la cifra più netta, Olmi ci racconta è anche la voglia, il bisogno di un dialogo fra giovani uomini e donne, il conoscersi, il guardarsi e la necessità, storica e pertanto non frenabile, di cambiare la vita che tocca di vivere. E subito irrompe nella scena Tinto Brass con Chi lavora è perduto, 9 novembre, e cioè l’antitesi, perché il folle genio veneziano incassa e ribatte, immaginando un personaggio che vaga con le sue idee anarchiche – e dove se non per Venezia? – fuggendo dalla noia. E dalla censura, alla quale il film scampò solo grazie a un socialista, neopresidente della commissione omonima. La rassegna scende poi nello specifico: l’Italia del dopoguerra, quella che voleva un mondo diverso, che visse la ricostruzione, era ed è ancora pur sempre quella dei comuni e dei campanili: e allora, in una città che porta un nome diverso, ma che tutto il mondo, a parte forse qualche comunità aborigena, ha immediatamente riconosciuto in Treviso, si scatenano le piccolezze e le cattiverie che solo il benessere può concedere. In questo senso, Signore e signori – 23 novembre – rappresenta un quadro incredibilmente realista e crudo, nella sua giocosità e nei tratti di commedia, come Germi era capace di rendere, di quanto allignava dietro le mirabìlie del boom economico e che in un certo senso faceva da contraltare all’altro fenomeno, tragico nella sua grandezza, della migrazione forzata all’interno dei confini nazionali.

 

L’arrivo nella città eterna di un giovane provincialeRoma, in proiezione il 12 dicembre – poteva essere stato l’arrivo di chiunque, anche di un cittadino del mondo, poiché l’effetto straniante (e, non per caso, ‘eterno’) di Roma non risparmiava nessuno e nessuno ne era indenne. Qui, per come la vedeva Fellini, il tempo scorre placido in un flusso continuo senza interruzioni o traumi, dato che tutto, dai monsignori alle cariche della polizia, viene inglobato e digerito in un interminabile Circo Barnum di volti e situazioni, rovine e civiltà in cui tutto sfuma in un caravanserraglio di suoni e colori. Dopo la ricostruzione, dopo la voglia di cambiare e l’impegno per fare entrambe le cose, arriva la disillusione. Amarissimo, in questo senso – e senza scampo – è l’ultimo film in ordine storico della rassegna, C’eravamo tanto amati (7 dicembre) di Ettore Scola. Mai titolo rappresentò al meglio il significato di un film: il primo verbo al passato e il secondo addirittura al participio. Come a dire: ci avevamo provato, a cambiare il mondo, anche cominciando dal frigo e dal bagno in casa, anche da quella Nocera che «...per forza di cose era inferiore!», come grida l’indimenticato Satta Flores che cercava di renderla ‘superiore’ alle miserie morali e materiali. Ma il tuffo in piscina nello straordinario finale ci ricorda che, forse, non sono cambiati tanto neppure gli italiani.

 

«I cammini della speranza»
9, 16, 23 novembre, 7, 12 dicembre Auditorium M9-Mestre
m9digital.it