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Home arrow VENICENESS arrow VENEZIANI A TAVOLA | Intervista a Massimiliano Bugno
VENEZIANI A TAVOLA | Intervista a Massimiliano Bugno
di Pierangelo Federici   

dsc00637.jpgLa Bugno Art Gallery, da oltre venticinque anni in Campo San Fantin, proprio di fronte al Teatro la Fenice rappresenta un punto di riferimento per l’arte moderna e contemporanea. Massimiliano impara il collezionismo d’arte in famiglia, poi nel ’91 apre la sua galleria forte dei contatti con Mario Schifano, Piero Dorazio, Santomaso, Arman, Ugo Nespolo e numerosi altri artisti che hanno scelto il suo spazio per esporre le proprie opere. Da sempre si occupa degli archivi di Mario Deluigi e Armando Pizzinato, da circa dieci anni segue con attenzione anche il mondo della fotografia contemporanea.

 

L’intervista

Ci sarò passato migliaia di volte, eppure quelle vetrine mi colpiscono sempre: sono finestre urbane sull’arte contemporanea, grandi o piccoli frammenti di colore che spezzano il ritmo dei masegni. Fossimo a Berlino oppure a Manhattan quasi non ci si farebbe caso, ma qui a Venezia sembra che quelle opere in mostra assumano significati diversi, con più gusto per l’esibizione e meno per scopi mercantili. Ciao Massimiliano, per cominciare potresti raccontarci in sintesi la tua storia di gallerista a Venezia?

Ciao Pierangelo. La mia storia come gallerista inizia nel 1991 quando, insieme a Davide Samueli, decidemmo di aprire la Bugno & Samueli in Campo S. Fantin e contemporaneamente in uno spazio al secondo piano della Torre dell’Orologio in Piazza San Marco.

 

I nostri genitori, un albergatore e un imprenditore del vetro, erano collezionisti d’arte e quindi questa nostra scelta fu subito ben accolta. Dal 2003 sono rimasto da solo alla conduzione della galleria.

 

Leggevo che, nonostante l’andamento globale del mercato dell’arte registri una tendenza positiva, sul fronte italiano gli entusiasmi sono più moderati. Tu sei in prima linea, mi piacerebbe conoscere la tua idea in proposito.

Ovviamente il mercato dell’arte in Italia risente della situazione economica generale non proprio ottimale e la tassazione sull’arte è attualmente la più alta in Europa. A Venezia comunque abbiamo, purtroppo ormai sporadicamente, un’affluenza consistente di collezionisti stranieri e quindi ci difendiamo.

 

E la fotografia?

Il nostro interesse per la fotografia nasce nei primi anni Duemila. Galimberti, Zanta, Chiaramonte, poi Campigotto, Ventura, Tkachenko, Weber e altri. La fotografia in Italia ha ricevuto le dovute attenzioni del pubblico solo recentemente con la nascita di fiere d’arte, fondazioni e musei dedicati, ma penso purtroppo che un vero collezionismo non sia mai realmente cresciuto come in altri paesi europei. Ci sono naturalmente delle Collezioni molto importanti, ma sono dei casi sporadici.

 

Da un paio d’anni la tua galleria si è espansa con un nuovo grande spazio adiacente, il che vuol dire senz’altro che stai lavorando a progetti importanti…

La nostra galleria ha sempre avuto due filoni ben distinti: l’arte contemporanea (con una spiccata verve pop), e l’arte moderna veneziana del dopoguerra. L’avere a disposizione due spazi distinti ci premette di programmare mostre in contemporanea di entrambe le tipologie senza creare difficili accostamenti. La metratura del nuovo spazio (180 mq.) ci permette poi di organizzare mostre di un certo rilievo.

 

Talento, personalità, coraggio, convinzione, esibizionismo: cosa serve oggi? È ancora possibile fare dell’arte un mestiere? Come può convincerti un giovane artista emergente a rappresentarlo?

Nel mercato internazionale si è consolidato un sistema per emergere legato al glamour e al sensazionalismo. Certe cose mi divertono ed altre no, ma quello che cerco in un artista è semplicemente una ricerca vera e sentita, sia che percorra vie concettuali che semplicemente estetiche. Diciamo che il mio metro di giudizio è il mio gusto.

 

«La cucina è di per sé scienza, sta al cuoco farla diventare arte», ebbe modo di dire Gualtiero Marchesi accingendosi a preparare piatti ispirati a Lucio Fontana, Piero Manzoni, Giacomo Burri, Jackson Pollock e Kasimir Malevic. Insomma, questa è una rubrica di cucina e questa domanda non poteva mancare: sinceramente, secondo te le creazioni degli chef possono ambire allo status di opere d’arte?

Tutto ciò che crea sensazioni può ambire a essere definito arte, quindi perché no? Non solo gli chef hanno dedicato delle loro creazioni all’arte ma anche molti artisti hanno usato la cucina nelle loro creazioni. Di questi preferisco i primi, sicuramente...

 

aimg_3532fsq-5745b1bb3df78c6bb04fa283.jpgLa ricetta

«[...] noi abbiamo mangiato in questa occasione un gelato che abbiamo chiamato Love Difference e che vuole diventare un passaporto culturale, una lingua non parlata, ma assaporata. Abbiamo creato questo gelato usando l’halva, prodotto tipicamente arabo, e vogliamo che questo gusto diventi il software libero della lingua fisica. Questo gelato vogliamo che venga ricreato, riprodotto, anche ricombinato con altri ingredienti, liberamente da tutti. Bisogna partire dall’idea di libertà e non di chiusura». Michelangelo Pistoletto, Tunisi 2005

 

GELATO ALL’HALVA

Michelangelo Pistoletto e Love Difference – Movimento Artistico per una Politica InterMediterranea hanno presentato questa ricetta per la prima volta alla 51esima Biennale d’arte di Venezia, nel 2005. Ingredienti (dose indicativa per 4 persone): 3 tuorli d’uovo, 200 ml di panna, 350 ml di latte, zucchero a piacere o senza zucchero, 70 gr di halva. Metti a bollire il latte e la panna. A parte, mischia gli altri ingredienti. Quando latte e panna arrivano a ebollizione togli dal fuoco e aggiungi il composto. Rimetti tutto sul fuoco e fai raggiungere la temperatura di 85 gradi. Raffredda e metti in gelatiera. Si possono utilizzare diverse varianti dell’halva (ad esempio con pistacchio, noci, cioccolato) per dare al gelato retrogusti differenti.