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Home arrow ZOOM arrow 16. BIENNALE ARCHITETTURA | Where thought might grow. Freespace verso il finissage
16. BIENNALE ARCHITETTURA | Where thought might grow. Freespace verso il finissage
di Paolo Lucchetta   
lrm_export_20180523_154944.jpgCosa resterà di Freespace, la Biennale di Yvonne Farrell, Shelley McNamara?
Nell’intervistare le curatrici prima dei vernissage dello scorso maggio, registrandone le aspettative e le intenzioni, apparve evidente che c’era una funzione didattica nelle loro parole, che si sarebbe trattato di una mostra affrontata con la loro lunga esperienza di docenti, alimentata dalla diffusione del Manifesto Freespace come «guida per trovare una coesione nella complessità di una Mostra di enormi dimensioni» e dall’annuncio di voler affrontare la mostra «in qualità di architetti».

 

Era chiaro che proprio l’insegnamento forniva loro gli strumenti necessari a leggere i progetti altrui, a valutare da subito se una candidatura era in linea con il Manifesto o no, nell’intento di ribadire quel pensiero che sta alla base del loro fare architettura: «Making a place where thought might grow».


Tuttavia, comparando i gesti minimi sul fronte dell’allestimento, in parte motivati dalla volontà di «creare un legame fra la Mostra e questa città unica», con le spiegazioni fornite dalle curatrici nelle didascalie, con la sezione speciale The Practice of Teaching secondo molti ad essere sacrificata sembra essere stata soprattutto l’identità architettonica della Mostra, a causa di una duttilità/fluidità interpretativa del tema freespace che avrebbe forse avuto bisogno di una regia incline a un linguaggio più riconoscibile.


Un’identità alla quale hanno contribuito invece, più che in altre edizioni, le Partecipazioni Nazionali a partire dalle Vatican Chapels, che probabilmente si fisseranno nella memoria collettiva come l’espressione più coinvolgente di questa edizione. A prescindere dall’inevitabile dibattito sulla qualità architettonica delle dieci cappelle realizzate e sulla selezione degli architetti incaricati, quest’anno un notevole flusso dei visitatori con curiosità ha visitato l’Isola di San Giorgio Maggiore attratto dalla straordinarietà del contesto paesaggistico, ma indubbiamente anche affascinato da un impianto concettuale chiaro e accessibile a tutti, molto apprezzato dalla stampa internazionale, «New York Times» in primis.


A parte la novità del Padiglione della Santa Sede, molte Partecipazioni Nazionali hanno catturato l’interesse e l’apprezzamento dei visitatori per qualità dei contenuti e degli allestimenti: primo fra tutti il Padiglione della Svizzera con il progetto 240: House Tour, premiato con il Leone d’Oro «per l’installazione architettonica piacevole e coinvolgente, ma che al contempo affronta le questioni chiave della scala costruttiva nello spazio domestico» e che, secondo gli architetti, attraverso la presenza paradossale dell’immagine degli interni privi di arredi implica una sfida alla tradizione; il menzionato (dalla Giuria) Island, a cura di Caruso St John Architects, proposto dal Padiglione della Gran Bretagna, il primo padiglione post-Brexit che sceglie di interrogarsi proprio sulla dimensione d’isolamento o, più precisamente, nel caso specifico, d’insularità geografica e ora anche politica.

 

vaticano.jpgAnche per quanto riguarda Arcipelago Italia, l’interesse suscitato dal Padiglione Italia va rintracciato nel merito morale e nella volontà di concentrare l’attenzione sul quel 60% del territorio nazionale nel quale i fenomeni dello spopolamento, dell’invecchiamento della popolazione, dell’impoverimento impongono di essere adeguatamente contrastati. L’architettura è risultata come uno strumento di rilancio del territorio, strumento di discussione e ausilio anche per comunità e amministratori locali. È stato apprezzato l’invito a conoscere meglio l’Italia, quella più invisibile e ferita, ma anche quella più ricca di potenzialità e di bellezza: la più estesa riserva di ossigeno del Paese, i luoghi dove sono nate le piccole e grandi città, attraversate da secoli di storie, percorsi, popoli e architetture, i luoghi colpiti dal sisma, le persone e i modi in cui gestiscono gli spazi, la vivacità culturale e lo sforzo di molte comunità per restare nei propri paesi.


Il livello delle Partecipazioni Nazionali all’Arsenale è stato considerato notevole e ha meritato più di una fugace visita. Ne è un esempio il Friday Sermon presentato dal Padiglione del Regno del Bahrain, che offre un’ulteriore conferma dello scrupolo che il Paese riserva alle iniziative internazionali a cui aderisce. Il Bahrain qui rivela una sorta di “naturale inclinazione” verso allestimenti poetici e accurati. All’interno della struttura, sollevata da terra, in acciaio e vetro smerigliato, portata in Laguna quest’anno, si può scorgere una delle più efficaci declinazioni di freespace.


Molto segnalata su Instagram la scatola vetrata del Padiglione Argentina, che rende infinita la pampa, con un’installazione innegabilmente coerente con il tema delle curatrici, capace di combinare natura, architettura e fruizione del visitatore; intrigante anche il Free Market del Padiglione dell’Irlanda che, in una sorta di analogia con l’Italia, si sofferma sulle dieci località dell’Isola con popolazione inferiore a 5000 abitanti.


Notevole l’interesse poi suscitato dal Padiglione degli Stati Uniti con Dimensions of Citizenship, nel quale gli interrogativi sulla cittadinanza si fanno pressanti, in Nord America come nel resto del mondo. Quali forme di cittadinanza sono ancora possibili o diventeranno possibili? Non è un caso che proprio il primo Padiglione dell’era di Donald Trump approfitti della più grande rassegna di architettura mondiale per riflettere su temi che esulano ampiamente dalla sfera disciplinare più ristretta.

Si è dibattuto molto infine, come forse auspicato dalle stesse curatrici, sul tema freespace – ad alcuni apparso tanto ampio da sembrare in alcuni casi irraggiungibile – e sulla scelta degli architetti invitati in mostra. Molti di questi architetti selezionati non parevano legati tra loro da un sia pur minimo filo stilistico o da un approccio comune (freespace come spazio pubblico, spazio domestico, spazio sociale?). D’altro canto per molti è apparsa evidente l’intenzione delle curatrici di proclamarsi estranee al tessuto dello star system, per poter promuovere l’architettura impegnata nel sociale con un apparato concettuale percepito però non del tutto definito. Rimane tuttavia evidente anche nella motivazione dell’assegnazione del Leone d’Oro a Kenneth Frampton la chiarezza del senso del pensiero delle Grafton: «Attraverso il suo lavoro occupa una posizione di straordinaria intuizione e intelligenza, combinata con un senso di integrità unico. Si distingue come la voce della verità nella promozione dei valori chiave dell’architettura e del suo ruolo nella società».


fg_a_90_souto-moura_3759-1.jpgLa mostra al Padiglione Centrale e alle Corderie si è presentata in maniera puntuale e ordinata, puntando i riflettori su quantità, qualità e consistenza degli spazi che, nel mondo, sappiano andare oltre i limiti della proprietà privata. Alcune installazioni hanno confermato il valore della premessa, quali quelle di Eduardo Souto De Moura, premiato con il Leone d’Oro per il miglior partecipante della 16. Mostra Freespace «per la precisione nel rivelare il rapporto essenziale tra l’architettura, il tempo e il luogo», quelle dei giovani belgi Jan de Vylder, Inge Vinck, Jo Taillieu, Leone d’Argento per un promettente giovane partecipante «per un progetto sicuro di sé, in cui la lentezza e l’attesa permettono all’architettura di essere aperta all’attivazione futura», quelle dell’indonesiana Andra Matin, menzione speciale «per un’installazione sensibile che offre un quadro completo che porta a riflettere sui materiali e la forma delle strutture vernacolari tradizionali».

A conclusione della Trilogia delle Biennali (le edizioni della Mostra curate da Koolhaas, Aravena, e le Grafton, appunto), così come definita dal Presidente Baratta, e in previsione delle future mostre, la domanda più frequente che anima il dibattito della community dell’architettura riguarda ancora la questione se essere dei bravi architetti, anzi dei bravissimi architetti, è condizione necessaria e sufficiente per essere dei bravi curatori. La risposta è certamente nei numeri (che stanno confermando un incremento crescente) dei visitatori dell’esposizione, aperta ancora fino al prossimo 25 novembre, un pubblico attento e di altissimo livello che ha attraversato nei mesi le opere di 71 gruppi di architetti, designers, urbanisti invitati a dar corpo e sostanza alla loro idea di architettura generosa, interpretando parole come spazio, libertà, tempo, le 63 Partecipazioni Nazionali e i 12 Eventi Collaterali.


L’insieme di queste considerazioni confermano la convinzione che la Biennale continuerà a svolgere a lungo il ruolo del luogo «where the thought might grow». Grazie Yvonne, grazie Shelley.

 

 

 

«16. Mostra Internazionale di Architettura»
Fino 25 novembre 2018

Giardini, Arsenale, Venezia
www.labiennale.org