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Cortocircuito temporale. L'estetica delle rovine in mostra a Palazzo Fortuny
di Redazioneweb   

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«La bellezza delle rovine? Il non servire più a nulla. La dolcezza del passato? Il ricordarlo, perché ricordarlo è renderlo presente...» (Fernando Pessoa).

 

Etimologicamente il sostantivo rovina (dal latino “ruina” da “ruere” che significa precipitare, cadere a terra) rimanda a una discesa, a un movimento dall’alto verso il basso. Le rovine evocano in chi le contempla la contrapposizione tra la grandezza passata della civiltà che le edificò e l’ineluttabile destino di declino di quella attuale, la tensione tra passato e futuro nel tempo presente, il contrasto tra ciò che permane e quello che si sgretola.

 

L’estetica delle rovine è elemento cruciale nella storia della civiltà occidentale: testimoniano non una decomposizione, ma una sopravvivenza, non qualcosa che si distrugge, ma che resiste al tempo; simboleggia la presenza del passato, ma allo stesso tempo contiene in sé la potenzialità del frammento. La rovina, infatti, non è mai neutra: contesa tra natura e cultura, sospesa tra distruzione e ricostruzione, è immersa nel fluire del tempo e al contempo tesa verso l’eternità. Essa viene dal passato, conferisce ricchezza di senso al presente, dona consapevolezza ai progetti futuri.

 

Palazzo Fortuny accoglie nei suoi spazi un nuovo capitolo di indagini sulla cultura e sull’arte del nostro tempo e della nostra storia: FutuRuins. Il corpo e la pietra cerca cronologicamente di spaziare nei secoli per punti salienti, in modo da dare un’idea della complessità storica del concetto: dalle prime mitologie della distruzione, effetto dell’ira divina (la Torre di Babele, Sodoma e Gomorra...), fino al “terrorismo iconoclasta” di Palmira, includendo l’antico Egitto, l’antichità greco-romana, l’“instauratio Romae”, la “ruine du Louvre”, le distruzioni belliche del secolo scorso, le macerie delle Twin Towers.


Il crollo delle architetture evoca la decadenza della civiltà che le ha prodotte, così il parallelo edificio-corpo è l’elemento rivelatore che, se da un lato rimanda alla caducità della vita umana e alla corruzione dei corpi, dall’altro apre al concetto di ciclicità: all’alternarsi nella storia di crisi e rinascite.


«Tutti gli uomini che gettano uno sguardo sulle loro rovine passate credono – per evitare le rovine future – che sia in loro potere ricominciare qualche cosa di radicalmente nuovo. Fanno a se stessi una promessa solenne e attendono un miracolo che li tiri fuori dal baratro mediocre in cui il destino li ha sprofondati. Ma non accade nulla. Tutti continuano a essere gli stessi, modificati soltanto dall’accentuarsi di quella tendenza a decadere che è il loro marchio» (Emil Cioran).

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Anche oggi la contemplazione delle rovine può essere fonte di una nuova consapevolezza per chi nei suoi confronti eserciti da una parte la memoria e dall’altra la progettualità.
L’arte sopravvivrà alle sue rovine, ha titolato Anselm Kiefer il suo libro, pensando fosse una citazione di Adorno. Chiunque l’abbia detta, le sue lezioni suggeriscono una postilla: l’arte sopravvive perché è proprio dalle rovine – del tempo, della storia – che nasce. E su di esse si fonda. «L’antichità del tempo è la gioventù del mondo» (Francis Bacon).

«FutuRuins. Il corpo e la pietra»
14 dicembre 2018 - 24 marzo 2019

Palazzo Fortuny - Venezia

fortuny.visitmuve.it