VeneziaNews :venews

  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
Home arrow ART arrow Cover Story. Osvaldo Licini, il sopravvento sulla realtà
Cover Story. Osvaldo Licini, il sopravvento sulla realtà
Written by Redazioneweb   

74_licini_amalasunta-3.jpgAmalassunta n.3
1950
Olio su tela, 80 x 100 cm
Collezione privata
Courtesy Lorenzelli Arte, Milano


Cosa ci fa l’Amalassunta n. 3 in copertina di :Venews dicembre/gennaio?

 

Volevamo celebrare una mostra che invitiamo tutti a visitare perché è poetica, romantica, attualissima. Osvaldo Licini. Che un vento di follia totale mi sollevi è l’omaggio che la Collezione Peggy Guggenheim dedica al Maestro: 11 sale espositive, 98 opere, ripercorrono il dirompente quanto tormentato percorso artistico di Licini, un percorso fatto di momenti di crisi e di cambiamenti stilistici repentini apparentemente discordanti, in realtà tappe di un’esperienza singolare che risalta all’interno della storia dell’arte del Novecento.

 

Abbiamo chiesto a Luca Massimo Barbero, curatore della mostra, di raccontare la figura di Licini oltre l’immagine, raccontare la sua persona prima della sua arte, la sua poetica prima della rappresentazione. L’Amalassunta in questo senso è la perfetta sintesi e il manifesto di questo personalissimo mondo.


Luca Massimo Barbero:
L’Amalassunta n. 3 penso sia il quadro di Licini ideale per una cover story, nel senso che è curioso. È una Amalassunta molto matura, un Licini nel pieno della creazione di questa mitologia della nuova figura. L’Amalassunta è sempre la luna come idea iniziale, quindi il cosmo che si stacca dallo sguardo dell’infinito; cosmo che via via comincia a essere abitato anche sentimentalmente da figure che sono di auspicio e di desiderio, che sono, come è l’artista in fondo, erranti perché di viaggio si tratta, non sono nemmeno più figure astratte, non sono figure surreali, ma sono figure ideali ed erotiche ovviamente, perché si tratta del desiderio, dell’eros.


Lei, l’Amalassunta, rappresenta chiaramente tutte le chiavi della letteratura liciniana, anche per gli elementi presenti: la linea del paesaggio, quindi l’idea di questa astrazione sublime, di una linea che è sempre appunto l’infinito, il guardare oltre, il desiderare; la mano, molto importante perché riprende i temi del Bruto, il romanzo del 1913 che Licini scrive da ragazzino, giovanissimo, dove parla proprio del sentimento, della ribellione, del desiderio di andare in giro con il cuore in mano, che è un’altra delle simbologie presenti in tutte le opere di Licini ma soprattutto nella Amalassunta. In tutte le Amalassunte, il cuore infatti, assieme ad altre parti del corpo, è un simbolo centrale; l’essere, la forma molto curiosa che si libra al centro del quadro, dall’astro al missile, quello che si stacca da terra, quello che da lì a poco diventeranno gli aquiloni, perché in Licini c’è sempre questo desiderio di raggiungere lo spazio, di sollevarsi da terra, di librarsi nel cosmo. E poi, naturalmente, il cosiddetto nucleo della Amalassunta in alto, che è un viso evidentemente con la resa abbastanza chiara dei punti di riferimento, che in questo caso sono dei numeri e una lettera. Un’Amalassunta per certi versi un po’ eretica – mi piace questa idea, cioè “A mal Assunta / Assunta male” –, una sorta di Madre che parte da una idea di ascensione ma che diventa anche regina, volitiva, curiosa, che è coronata ma maliziosa, ed è anche un astro. Spesso per raccontare cos’è l’Amalassunta leggo un passo leopardiano, l’inno Alla Luna, per trasmettere questa idea della Amalassunta creatura massima, questo anelare alla grande Madre, al grande desiderio.


Un’altra cosa tecnica molto importante, sempre legata alla tematica liciniana e che in questo quadro assume una dimensione emblematica, è il procedimento pittorico di Licini. Se si guarda bene, nella parte sinistra del dipinto appare evidente come Licini lasci trasparire una struttura geometrica sul fondo: sono un residuo, l’anima di un dipinto precedente, degli anni ‘30. L’artista, infatti, “distruggeva” molti quadri ridipingendoli. La leggenda, una sorta di mito, racconta che la moglie fosse costretta a portargli via i quadri da sotto le mani perché l’idea di Licini era quella di voler completare, raschiare, coprire, lasciare apparire, voler essere sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo. In fondo sovrascrivere e guardare in trasparenza è uno dei temi liciniani per eccellenza. Questo quadro lo restituisce in modo del tutto evidente.


La mostra ha una dimensione che supera la sorpresa e penso che il successo che sta riscuotendo sia dovuto alla capacità che ha di generare sorpresa, stupore, una delle cose più rare oggi. Credo che la differenza tra questa e altre mostre stia proprio nel fatto che la gente oggi vuole riconoscere le cose e quindi spesso le esposizioni cercano di soddisfare questo tipo di aspettativa, mentre quella di Licini è una mostra in cui si scoprono nuove cose grazie alla particolare attitudine di un artista che occupa un ruolo centrale, in maniera però originale, nell’arte del Novecento e nella cultura italiana in generale, una cultura ricca, delicata, difficile, poetica. È una mostra per molti versi struggente.


amalassunta2.jpgQuesta è la storia delle Amalassunte: nella stessa sala, più o meno dello stesso anno, c’è La Sera, un quadro alquanto insolito, in cui la Amalassunta sta diventando un cranio, che è anche un piede, che è forse anche una mano, che tiene un cuore, però sbucano le ali e da lì in fondo nasce poi la figura dell’angelo, dell’angelo ribelle. La sala restituisce un periodo chiave del percorso dell’artista, presentando un Licini maturo, che è poi fatalmente il Licini ultimo, quello più famoso, che muore nel 1958 ancora poco noto, seppur incoronato, unico pittore italiano di sempre, alla Biennale di quell’anno con il Premio Internazionale della pittura. È un paradosso: Licini famosissimo e sconosciuto.

 

La sala delle Amalassunte è dunque fondamentale rispetto alle figure e alla difficoltà che Licini ha di maturarle, di farle emergere compiutamente. L’artista decide di partecipare alla Biennale del ‘50 dove espone, per l’appunto, l’Amalassunta, diventata fulcro definitivo della mitologia liciniana.


Però, attenzione, questa mitologia è già presente a partire proprio dalle idee delle Ballerine della prima Sala che si confrontano con le Bagnati di Morandi e anche con la figura dell’arcangelo, dell’angelo, la figura dell’essere volante che appartiene a questa nostra cultura, che non è ‘chagalliana’, ma proprio poetica, della poesia. È molto divertente, infatti, ripensare al Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Leopardi, che inizia proprio con quello che Licini dice dell’Amalassunta, che è la Luna: «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / Silenziosa luna?».


Quest’idea del guardare l’astro e associarlo però sempre a una condizione esistenziale: «Questo viver terreno, / Il patir nostro, il sospirar, che sia; / Che sia questo morir, questo supremo / Scolorar del sembiante, / E perir dalla terra, e venir meno / Ad ogni usata, amante compagnia».
Questa sua pittura misurata, pensata proprio come i poeti usano le parole, quindi sempre raschiata, corretta, riassunta, non è mai una pittura di getto, tout court, monocroma, è sempre una pittura pezzo per pezzo, atmosfera per atmosfera. In realtà quello che Licini fa è cantare uno stato d’animo tra l’affranto e il desiderare altro, sintesi perfetta della vitalità straordinaria della condizione umana. La solitudine, certo, ma anche il partecipare alla felicità dell’universo: una visione molto leopardiana. È un modo nuovo per rispondere a un mondo urlante ma assolutamente sordo e silenzioso.


Tra l’altro, la permanente attualità di Licini è la sua inattualità e lo è da sempre. Quando questo artista affronta gli anni ‘50 e quando muore, addirittura quando viene premiato alla Biennale, in realtà siamo in un mondo urlante: era il mondo dell’informale, del gestuale, del materico, un mondo fatto di astrazione pura. Grandi quadri che diventavano sempre più grandi, delle pale contemporanee, pensiamo al Vedova maturo o a tutto l’Informale italiano, per esempio Burri. Mentre gli altri lavoravano su tele gigantesche, i quadri ‘grandi’ di Licini, che ci sembrano grandi in mostra, sono al massimo di un metro.


Questo uomo fine, polemico, arguto, tutt’altro che isolato – nel senso che sì, viveva nelle Marche, ma era un uomo informatissimo, un grande lettore, un filosofo –, costruiva questi canti d’amore e, quindi, era stranamente inattuale e talmente inattuale che colpiva ciò che tutti avevano dentro e che era nascosto dal rumore. Tutto il suo lavoro astratto, per esempio, è imperniato da quest’idea di costruire dei mondi visibili.


Il tempo dello sguardo è importante, ed è molto curioso come sia possibile visitare velocemente questa mostra, ma poi sia necessario ritornare per scoprire l’artista pezzo dopo pezzo. Il suo sopra dipingere, grattare, togliere materia è una cosa che si scopre piano piano: è pieno di quadri che se guardi bene sotto hanno un altro quadro. Non è un mero processo di ricopertura e di riutilizzo del materiale, ma una disposizione, un metodo da vero poeta: usare le parole vecchie, lasciarle apparire come suono e poi sovrascrivere, con questo respiro di far leggere le tracce del pensiero. Il suo lavoro lo vedo proprio come quello di un poeta.

 

ph_matteodefina-1.jpgCi sono poeti che non riescono mai a licenziare la poesia perché devono sempre temperarla, misurarla, cambiare la parola, modificarla, renderla più secca o più ricca, quindi questo modo di lavorare impedisce di lasciare il testo, proprio come succedeva a Licini per i suoi lavori. A un certo punto produceva pochissimo proprio perché metteva una tale meditazione per arrivare a un dato punto che non riusciva poi a portare a termine il lavoro. Lo si vede bene in quelli che non sono pentimenti, ma variazioni di blu, di rosso... Proprio in Amalassunta n. 3, lungo la linea del paesaggio/orizzonte, vi sono due grandi pennellate color arancio. Tutta una serie di modifiche, di suoni, ed è questo suono lento che emerge e che è forte come un canto intimo.


La sfida della mostra è, in un mondo divorato dalle immagini, dai social, dove tutto corre e tutto deve essere sempre nuovo, scoprire l’attualità di questa dimensione privata, assolutamente interiore. L’anelito straordinario di Licini è il fare apparire queste figure, questi mondi sognati, l’essere sempre come «chi cerca suole mai trovar certezza». Licini continua: «Con il cuore e il pensiero nella mano, un po’ troppo bella dell’anima che io cerco ancora senza mai stancarmi, troppo sperando di incontrarla un giorno». Questo canto sentimentale è la sua pittura: come dipingere e cosa dipingere.

«Osvaldo Licini. Che un vento di follia totale mi sollevi»
Fino 14 gennaio 2019

Collezione Peggy Guggenheim, Dorsoduro 701 - Venezia
www.guggenheim-venice.it