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Home arrow ART arrow INTERVISTA | Balene e altri soggetti. Al Fortuny, Giuseppe Amato e le architetture non-convenzionali
INTERVISTA | Balene e altri soggetti. Al Fortuny, Giuseppe Amato e le architetture non-convenzionali
Written by Redazioneweb   
amato_studio_credits_sofia-masini_low.jpgLe parole stesse usate dall’artista Giuseppe Amato nella sua biografia descrivono una vita non banale, sembrano la trama di un romanzo, una moltiplicazione di generi differenti, che apparentemente non hanno un percorso comune tra loro: «Dopo aver studiato il comportamento delle balene nel mar Mediterraneo, ho preso la laurea in biologia molecolare nel 1993. Soltanto durante il servizio civile però, entrando per caso in una falegnameria, ho trovato finalmente la mia strada… Abbandonai subito la ricerca universitaria e rilevai la bottega di un ebanista, cominciando a costruire mobili e interni in legno... A Kyoto, nel 2001 dal Maestro Sori Yanagi, ho imparato come pensare e costruire una casa di legno, ispirandomi alla Villa imperiale Katzura».
Invitato a Palazzo Fortuny per l’incredibile nuova mostra FutuRuins, Giuseppe Amato si presenta dunque nelle vesti di artista, architetto, designer, artigiano e scienziato. I suoi progetti non-convenzionali rincorrono il tempo passato per traghettarlo nel futuro. Ecco cosa ci ha raccontato di questa ultima sua ‘avventura’.

 

La sua idea di rovina?
La rovina è abitualmente definita come un edificio dismesso, cadente o già caduto, spesso dimenticato. Per me è unicamente una “preesistenza”. La rovina si trasforma nel tempo, nei secoli, nei millenni, senza ulteriori interventi da parte dell’uomo, ma non rappresenta la fine dell’esistenza di un edificio, bensì la fine di un capitolo e l’inizio di un altro.
Un edificio in rovina è il primo capoverso di un nuovo capitolo, uno spunto per iniziare un nuovo lavoro, per ipotizzare una nuova dimensione dell’abitare. Se non c’è una rovina, dunque, io sento il bisogno di inventarne una di fantasia, per far nascere qualcosa di nuovo.

Dalla visione della rovina, inizio a sognare ad occhi aperti, vivendo una vera e propria rêverie, ovvero una fantasticheria sull’abitare. Da questo sogno nasce il bisogno di integrare o trasformare in modo anche solo parziale l’edificio preesistente e ne scaturisce dunque un’idea originale, per un inconsueto utilizzo, una specifica funzione. Non si tratta di un restauro conservativo, caso mai di un restauro trasformativo.

Come il suo lavoro sarà declinato sul tema della mostra di Palazzo Fortuny?

In mostra sarà esposto uno dei miei progetti, il Falansterio. Una comunità scientifica internazionale si insedia all’interno delle vestigia di un’antica muraglia sumera. Ne deriva la forma di una lunga e frastagliata struttura in legno e acciaio, cava al suo interno. L’intervento consiste in una costolatura longitudinale in ferro, che ospita centinaia di abitacoli indipendenti, uno per ciascuno degli studiosi che lo abiteranno. Sul soffitto sarà possibile passeggiare, ammirando il paesaggio da una parte all’altra, attraverso la decadente struttura, irregolare e semidistrutta.
Un altro progetto realizzato attraverso i bozzetti è Concepcion. L’idea nasce nel 2001 dalla visione di un relitto insabbiato in Sicilia orientale. In questo caso, la rêverie è relativa a una nave di grammatici e filologi del II sec. a.C. naufragata sulle coste siciliane. La nave, con i suoi preziosi volumi a bordo, viene sepolta dalla sabbia; se ne perdono le tracce per oltre duemila anni. Un archeologo riscopre il sito e l’antico progetto di Eratostene di Cirene, quello di diffondere la parola scritta in tutto il mondo allora conosciuto. Il sogno di Eratostene si traduce con la progettazione dell’intero complesso architettonico: la cartiera, gli archivi e la biblioteca.
Un terzo progetto del quale ho realizzato i bozzetti preparatori è Eloro Ruins. Fortificazione di un’antica polis siceliota, subcolonia di Siracusa, Eloro è il centro di un sito archeologico. Ho voluto reinterpretarlo rappresentando le rovine di una fortificazione adagiata sulla collina. Da ricostruire ex-novo altrove, naturalmente.
In occasione della mostra, è in previsione un workshop che include un laboratorio pratico presso Palazzo Fortuny in cui potrò condividere il mio metodo di lavoro Dream&Draft, che ho messo a punto negli anni che si è rivelato molto efficace per inventare, progettare e costruire. Il metodo è valido in tutti i campi di applicazione, dalla progettazione di una libreria di design all’invenzione, alla rappresentazione pittorica e perfino alla progettazione esecutiva di una biblioteca nel deserto.

img_4519.jpgLe sue opere sconfinano tra scultura, architettura, design e invenzione scientifica, come definirebbe il suo linguaggio artistico?
Le mie opere appartengono a tutti questi campi, anche se preferirei definirmi un outsider per ciascuno di questi. Il mio linguaggio può essere definito come arte, design e architetturanon convenzionali”. Ritengo, infatti, che per sperimentare ex-novo un’idea che perduri nel tempo e che dialoghi con il tempo, occorra possedere più competenze: bisogna saper inventare come un artista, disegnare come un architetto o un designer e infine costruire come un artigiano.

Il disegno come luogo della creazione?

Attraverso il disegno, il bozzetto veloce, lo sketch, verifico velocemente la bontà di un’idea, la perfeziono e la rendo infine possibile, comprensibile e concretamente realizzabile.
Una volta eseguiti i vari disegni, che indagano sulla forma e sulla funzione, costruisco anche una maquette in legno, un modello in scala del nuovo progetto.
Il disegno è lo spartiacque tra la parte razionale e quella irrazionale della nostra mente, è il campo da gioco, la scacchiera su cui si affrontano queste due anime.

 

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