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Ginettaccio "Il Giusto". Al Teatrino Groggia e al Museo Ebraico nel segno della Memoria
Written by Massimo Bran   

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Per i regimi totalitari lo sport ha sempre svolto un ruolo di primissimo piano nel veicolare e rinsaldare populisticamente il consenso. L’idea della gioventù sana, gagliarda, virile, espressione di potenza, di determinazione assoluta, escludeva di per sé costitutivamente l’idea più alta che lo sport oggi cerca di trasmettere, ossia la tensione verso l’uguaglianza, l’integrazione, l’inclusione, un’idea dello sport educativa da un punto di vista culturale e sociale, dove la competizione è solo l’ultimo degli obiettivi formativi. Basti solo pensare ai passi da gigante che ha compiuto negli ultimi anni lo sport paraolimpico non solo in termini di praticanti, ma anche di attenzione mediatica, per capire che per fortuna il nostro oggi è proprio un altro mondo.

 

Eppure molti dei nostri vecchi hanno ancora ben in mente le pratiche che da balilla praticavano in giovane età fascista. Lo sport da petto in fuori e sguardo di sfida era l’assetto base che ogni giovane sportivo doveva assumere nell’atto di praticare qualsiasi disciplina. Anche mediaticamente lo sport fece passi da gigante sia sotto il Duce, che ancor di più sotto il Führer, basti solo ritornare alle nodali, storiche Olimpiadi di Berlino del 1936, ben restituite dal documentario artisticamente straordinario di Leni Riefenstahl Il trionfo della volontà, titolo già di per sé eloquentissimo. Lì proprio è chiarissima l’idea di potenza della razza bianca, ariana che doveva essere restituita con inquadrature e sequenze che esaltavano la classicità del gesto e dei corpi, che nel loro insieme dovevano suggellare un’idea di straripante superiorità dei popoli votati alla fede di una Guida superiore, con il conseguente declassamento di tutte le altre razze, a partire naturalmente dagli ebrei. Salvo poi subire lo smacco del più grande atleta nero della storia, quel Jesse Owens che sbancò come sappiamo Berlino con ben quattro ori


A quel tempo c’erano però due sport che nettamente più del calcio trascinavano le masse per entusiasmo popolare: il pugilato, un po’ in tutto il mondo, e il ciclismo, questo più da noi e in Francia, grazie ai due grandi giri. Negli anni ‘30 irrompe sulla scena delle due ruote uno dei più straordinari campioni per risultati e umanità che l’Italia abbia mai avuto, quel Ginettaccio Bartali che per quasi vent’anni inscenerà la più grande, emozionante sfida tra due campioni che lo sport ricordi grazie all’acerrima rivalità con l’amico-nemico Fausto Coppi.

 

1380001323-bartali.jpgQuanto l’Airone di Castellania esprimeva a livelli assoluti l’eleganza inarrivabile del gesto, della postura, con quell’incredibile classe nel non far trasparire nelle espressioni del viso quasi alcuno sforzo nelle imprese più massacranti che si possano immaginare, uomo malinconico dallo sguardo liquido, triste, tanto il fuoriclasse toscano era sangue e cuore, con una teatralità italianissima nel restituire sforzi, vittorie e sconfitte, adamantino come pochi, generoso come nessuno. Il miglior sceneggiatore della storia del cinema non avrebbe mai potuto immaginare un soggetto migliore nel genere della competizione tra acerrimi rivali, non solo sportivi. Una sfida che ha incendiato generazioni intere attraverso imprese memorabili tutte condite da gesti al limite, eppure sempre di un’umanità pervasiva. E pensare che la guerra interruppe per ben 5 anni, nel cuore della loro forma sportiva, questa sfida epica.


Già, la guerra. A quel tempo i fuoriclasse non ne erano certo esentati, i privilegi di oggi erano semplicemente incontemplabili a quel tempo. Coppi partì per il fronte africano, lamentando un trattamento assai diverso rispetto ad altri suoi colleghi a suo dire maggiormente tutelati. In effetti Fausto se la vide brutta, fino all’internamento in un campo di prigionia inglese in Africa. Bartali, invece, se la passò meglio perché destinato ai servizi sedentari. Ma il Ginettaccio era uno che di stare con le mani in mano chiudendo gli occhi e godendo di una posizione in un certo senso ‘comoda’ non era proprio la sua… Decide così di complicarsi nobilmente la vita, rischiandola davvero la vita.


«L’autunno del ‘43 è stato uno dei momenti più terribili della guerra. Bartali iniziò a trasportare documenti falsi da Assisi, dove c’era una stamperia clandestina, al vescovo di Firenze che poi li distribuiva agli ebrei per farli espatriare – racconta Simone Dini Gandini, autore di La bicicletta di Bartali –. Percorreva 185 chilometri avanti e indietro in un solo giorno: se fosse stato scoperto sarebbe andato incontro alla fucilazione». Un’‘attività’ che permise a ben 800 ebrei di salvarsi la pelle. Bartali era fumantino, spigoloso, ma da cattolico integrale e popolare non amava sbandierare le sue virtù se non nelle tesissime sfide sportive. «Il bene si fa ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca» ebbe a dire, così che per anni non si seppe praticamente nulla di questo suo umanissimo, nobile contributo contro l’infamia a vero rischio della propria vita. Pian piano la cosa poi emerse, fino al punto di farlo entrare legittimamente a far parte nel 2013 dei Giusti tra le Nazioni allo Yad Vashem, l’ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele. Israele che ha ora tra l’altro deciso, in occasione della storica partenza in Terra Santa del Giro d’Italia 2018, di presto insignirlo della cittadinanza onoraria.


Una storia, quella del grande campione toscano, che meritava di essere oltre che raccontata per iscritto, anche di essere prima o poi filmata o messa in scena. La volta buona sarà proprio nei prossimi mesi, nel contesto della Giornata della Memoria del prossimo gennaio 2019. La battaglia dei pedali. Quando Gino Bartali corse e salvò gli ebrei, per la regia di Ketti Grunchi e interpretata dalla compagnia La Piccionaia, è lo spettacolo che andrà in scena al Teatrino Groggia il 17 gennaio e che racconterà in maniera ironica e commovente le irripetibili gesta del Ginettaccio nazionale anche su questo terreno umanitario. Un felice, intrigante modo di nobilitare la Giornata della Memoria anche nella sua declinazione sportiva, che con la mostra L’importanza di partecipare – al Museo Ebraico di Venezia fino al 10 marzo –, dedicata alle Leggi razziali e allo sport, con un focus sulla situazione Veneziana tra 1938 e 1945, completerà questo percorso di indagine e di memorie su un’attività per eccellenza ludica della vita sociale che in quegli anni si fece anch’essa interprete di opposte sensibilità politiche e umane.

MOSTRA

«L’importanza di partecipare. Sport e leggi razziali. Venezia 1938»
Fino 10 marzo 2019

Museo Ebraico di Venezia, Campo di Ghetto Novo

www.museoebraico.it


SPETTACOLO

La battaglia dei pedali. Quando Gino Bartali corse e salvò gli ebrei
17 gennaio 2019

Teatrino Groggia, Cannaregio - Venezia

www.mpgcultura.it