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VENEZIANI A TAVOLA | Intervista a Stefano Cecchetto
di Pierangelo Federici   

cecchetto.jpgCritico, storico dell’arte e curatore indipendente, collabora con importanti Musei e istituzioni culturali in Italia e all’estero. Per molti anni ha collaborato con La Biennale di Venezia, Stefano Cecchetto è stato consulente alla Fondazione Bevilacqua La Masa e, dal 2011, è nel comitato scientifico del Lu.C.C.A. Center of Contemporary Art. Come curatore ha realizzato numerose mostre d’arte, i suoi saggi sono presenti in molti cataloghi d'arte e ha pubblicato alcuni volumi per le edizioni Cicero e Skira. Dal 2009 è direttore artistico del Museo del Paesaggio a Torre di Mosto (Ve).

L’intervista
Tra le decine di mostre di cui Stefano è stato curatore, ce ne sono alcune alle quali abbiamo lavorato assieme. Per esempio quelle di Jean Giraud Moebius, Milton Glaser, Emanuele Luzzati e gli altri importanti artisti e designer che hanno creato le immagini ufficiali dei Carnevali di Venezia tra la fine degli anni ’90 e i primi del nuovo millennio.

 

Tra tutte mi è rimasta più impressa quella straordinaria retrospettiva di Jean-Michel Basquiat, organizzata con Achille Bonito Oliva per la 48° Biennale di Venezia: un artista che ha segnato profondamente la nostra generazione, per me un’esperienza professionale davvero arricchente. Ciao Stefano, per cominciare potresti raccontarci in sintesi la tua storia professionale?
Ho cominciato lavorando con contratti stagionali alla Biennale di Venezia, in questo modo ho avuto l’occasione di avvicinare alcuni artisti e collaborare alla realizzazione delle mostre, allora solo attraverso gli aspetti organizzativi, ma intanto cresceva anche il mio interesse per gli aspetti curatoriali. Poi la collaborazione con la Galleria Nuages di Milano è stata l’occasione di curare la mia prima mostra a Venezia, alla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, dove abbiamo allestito una personale dell’artista belga Jean-Michel Folon. Da qui poi ecco la serie di esposizioni che hai citato nella tua premessa e la grande esperienza con la prima mostra italiana di Basquiat.


 

Responsabilità in merito ai contenuti, agli allestimenti, all'organizzazione, alla promozione e alla gestione finanziaria: fare il curatore, sia istituzionale che free lance, è un mestiere complicato. È possibile adottare diverse strategie curatoriali, seguendo una metodologia pragmatica o idealista, un approccio scientifico o creativo?
Sì, in effetti il lavoro del curatore è piuttosto complesso in quanto comprende diversi aspetti operativi che esulano dalla parte “emozionale” dell’impresa. Naturalmente l’idea iniziale scaturisce sempre dalla passione per l’opera di un determinato artista o dal tema con il quale desideri confrontarti, ma poi intervengono le questioni pratiche: coinvolgere le istituzioni pubbliche, relazionarsi con gli artisti o con i collezionisti, individuare lo spazio adatto all’esposizione, recuperare le risorse finanziarie e infine coordinare gli aspetti legati alla fase operativa della mostra, dai trasporti alle assicurazioni, dal catalogo all’allestimento.

A questo punto devo chiederti di raccontare ai miei lettori del Museo del Paesaggio di Torre di Mosto…
Nel 2007, l’ex Assessore alla Cultura del Comune di San Donà di Piave Giorgio Baldo stava per realizzare un’impresa singolare insieme al Comune di Torre di Mosto e alla Regione Veneto: ‘costruire’ un Museo del Paesaggio che intendeva dare voce al tema del paesaggio e dell’ambiente. Un paesaggio però, visto non solo come ‘rappresentazione dei luoghi’, ma anche un approfondimento al paesaggio interiore dell’anima e della mente. Giorgio mi chiese di partecipare a questa impresa in veste di curatore e da allora abbiamo organizzato una lunga serie di progetti: non solo mostre, ma anche laboratori, incontri, residenze d’artista, stage per curatori e altre iniziative legate al mondo della cultura.

torredimosto.jpgAbbiamo parlato di pittura moderna e contemporanea. E la fotografia?
La fotografia è un linguaggio che, da curatore, non ho mai approfondito molto. Ho utilizzato la fotografia più come aspetto complementare alle mostre d’arte, ad esempio per L’amitié, la seule patrie, realizzata nel 1999 al Museo Correr ho messo insieme le opere di Alberto e Diego Giacometti e quelle di Balthus insieme alle fotografie di Henri Cartier Bresson e Martine Franck, che avevano ritratto questi artisti. Il Museo del Paesaggio comunque dedica molto spazio alla fotografia e anche la prossima mostra che aprirà a fine gennaio è proprio incentrata su una grande collezione di fotografia contemporanea.

Progetti in cantiere di cui ci vuoi parlare?
Sono molto soddisfatto del prossimo progetto che sto realizzando ancora per il Museo del Paesaggio e che aprirà in aprile, si tratta della mostra sulla storica Galleria del Cavallino. L’esposizione si concentra sul periodo che va dal 1966 al 2003, anno della sua chiusura definitiva, presentando gli artisti e le mostre realizzate dalla Galleria durante la conduzione di Paolo e Gabriella Cardazzo. Un excursus sull’arte e gli artisti nazionali e internazionali che hanno frequentato la galleria in quegli anni determinanti per l’evoluzione del linguaggio artistico, tra gli altri: Brian Eno, Marina Abramovic, Andy Wharol, gli italiani Giovanni Soccol, Guido Sartorelli, Romano Perusini e tanti altri.

Talento, personalità, coraggio, convinzione, esibizionismo: cosa serve oggi? È ancora possibile fare dell’arte un mestiere? Che consigli hai per un giovane artista emergente?
Un giovane oggi deve avere soprattutto coraggio e perseveranza: questo è un mestiere sempre più difficile, la concorrenza è tanta e non sempre rispecchia il livello qualitativo delle proposte. Quando ho cominciato, nel 1988, le opportunità erano più favorevoli, sia per quanto riguarda gli interlocutori pubblici, decisamente più preparati culturalmente di quelli attualmente in carica, sia anche per gli aspetti finanziari, allora più ‘disponibili’. Ad un giovane direi comunque di non mollare: se credi nella qualità della tua proposta, prima o poi qualcuno che la riconosce lo trovi!

Questa è una rubrica di cucina e quindi che dire del rapporto col cibo oggi, un’epoca dove legioni di esegeti cantano le magnifiche sorti dei piatti? Credi che le creazioni degli chef possano ambire allo status di opere d’arte? A quando la tua prima mostra di ricette?
Sostengo da sempre che il cibo è prima di tutto tradizione e “cultura del cibo”. Senza nulla togliere agli chef mediatici, credo che le nostre nonne e mamme sapessero cucinare altrettanto bene. Io ritengo che in tutti i mestieri siano determinanti due ingredienti essenziali: passione e competenza e questo vale soprattutto in cucina visto che poi la pietanza ce la mangiamo.

fritolepomi.jpgLa ricetta
Esistono ancora artisti che rendono il cibo protagonista dell’arte? Naturalmente la risposta è sì. C’è perfino un genere di opere che è stato ribattezzato food art, e consiste proprio nel realizzare opere utilizzando alimenti, dalla frutta alla pasta, fino alle ciambelle. Sicuramente un modo di fare arte diverso dal solito e, siccome siamo nel tempo di Carnevale, perché non provare a mettere in moto la nostra creatività?

FRITOLE DE POMI

Sbuccia, togli il torsolo e taglia a rondelle 3/4 mele renette, quindi bagnale con limone per evitare che anneriscano. Sbatti i tuorli di due uova assieme alla scorza grattugiata di un limone e un pizzico di sale. Ora aggiungi le chiare delle due uova montate a neve (con delicatezza), un etto di farina bianca, un cucchiaio di lievito per dolci e stempera il tutto con mezzo bicchiere di latte. Tuffa le rondelle di mela nella pastella ottenuta e friggile in abbondante olio di semi molto caldo. Quando saranno gonfie e ben dorate, asciugale con la carta da cucina e spolverale di zucchero semolato. Per accompagnare, un calice di Garda Riesling Spumante.