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L’enigma delle rovine. Frammenti di storia a Palazzo Fortuny
di Redazioneweb   

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L’estetica romantica delle rovine risiede nella loro assoluta contemplazione, così come asserisce Caspar David Friedrich: «...devo arrendermi a ciò che mi circonda, devo unirmi alle mie nuvole e alle mie rocce per essere ciò che sono. La solitudine è indispensabile per il mio dialogo con la natura». Un rapporto intimo che dal Sognatore seduto ai lati della bifora gotica aperta sul tramonto delle rovine del Monastero di Oybin (1935), tela da lui dipinta, trapassa nei Sounds dell’istallazione audio di Renata De Bonis per farci immergere in quella condizione sospesa fra sogno, realtà e immaginazione propria della mostra FutuRuins a Palazzo Fortuny.

 

Duecentocinquanta opere provenienti dai Musei Civici veneziani e dal Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, oltre che da collezioni pubbliche e private, italiane e internazionali, selezionate dai curatori Daniela Ferretti e Dimitri Ozerkow, con Dario Dalla Lana.

 

Una incredibile riflessione sul tema della rovina come sostanza stessa del vivere nei suoi “frammenti”, dall’antichità ai giorni nostri, opere con il significato ambivalente di distruzione e ricostruzione, appartenenza al proprio Tempo e memoria del futuro. Saxa loquuntur, recita la prima sezione dell’esposizione, poiché nelle rovine si cela, infatti, una lingua: saranno gli Archeologi (1961) incuriositi di De Chirico a decifrarla? Il loro destino ultimo, legato a Kairos, o al Tempo di Dio, è forse quello profetizzato al buio da Christian Fogarolli, in Crime and Redemption (2018), ove le estremità di una statua mutila in marmo bianco di Carrara si sbriciolano in quarzi sospesi come asteroidi illuminati da luce UV, in viaggio nello spazio?

 

Per menia fracte urbis: ecco le rovine di architetture delle dettagliate acqueforti e chine di Giovanni Battista Piranesi e Charles-Louis Clérisseau, o delle suggestive fotografie di Luigi Ghirri, “fra artificio e natura, fra rilevazione e rivelazione, che parlano di luci e ombre sui muri irripetibili, tanto quanto lo erano, nella loro particolarità, i crepuscoli e i fuochi di bengala delle Vedute del Colosseo di Ippolito Caffi.

 

Super hanc petra aedificabo, del resto, e infatti una Fruttiera della manifattura di Urbino della metà del XVI secolo mostra Deucalione e Pirra nel gettare pietre alle spalle che si trasformano in uomini e donne, e Gesù Cristo risorge dal sepolcro, nella Resurrezione di Paolo Caliari detto il Veronese (1575-77), lui che è “pietra viva”, quella pietra che i costruttori hanno scartato, e che è divenuta testata d’angolo” e speranza, almeno per chi crede. L’essenza della natura è il cambiamento, e le rovine si trasformano col tempo, basti pensare alla vegetazione che viene a ricoprirle, si può persino dedurre dall’altezza delle piante cresciute sopra di esse le date dei bombardamenti… alberelli crescono negli Interieur #24 (2010) di Tomas Ewald, o in seguito a cataclismi climatici, “sott’acqua” come nel light box Aqua n. 10 (2011) di Giacomo Costa. Thomas Hirschhorn in Beyond Ruins (2016) presenta un’opera di cartone, stampa nastro adesivo e centesimi di euro, che fanno brillare (la bellezza terrificante del potere dei soldi che corrompe?) lo scenario catastrofico di macerie di case e colonnati giganti, tutt’altra cosa della visione tranquillizzante di Marco Del Re con la sua Romische Elegien (2016) “arazzo pittorico” di colonne ribaltate come tronchi, fra bagnanti e frutti.

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Daniela Ferretti afferma che “ogni civiltà ha prodotto le sue rovine”, e si chiede se la nostra riuscirà a produrne o se lascerà solo macerie, di cui in mostra vi sono altri chiari esempi, come il Wreckage on September 11 New York di Steve McCurry oppure i tetti distrutti de L’Arquata del Tronto, Ascoli Piceno (2017), fotografia di Olivo Barbieri. La maschera di Medusa ci ricorda che occorre sconfiggere le paure che pietrificano l’uomo. Come quella del “sangue rosso”, come lava di Vulcano di Sara Campesan (1959), o quella giapponese (e non solo) del video Hikikomori di Francesco Jodice, che ci fa riflettere sul problema degli “orizzonti di sostituzione”, riguardanti l’isolamento di coloro, specie adolescenti, in preda alle proprie ossessioni virtuali, veri “otaku”, prigionieri di Eletric City e dipendenti dalle luci false dei videogiochi, computer, incapaci di misurarsi con la vita vera. L’antidoto è forse, ancora una volta, il potere della luce, quello però dell’inizio della Genesi, ben rappresentato in Am Anfang (2003, Mart, Trento) di Anselm Kiefer, olio su tela di un’alba sul mare, con un sole materico come un origami di pietra. Luisa Turchi

«FutuRuins. Il corpo e la pietra»
Fino 24 marzo 2019

Palazzo Fortuny - Venezia
www.fortuny.visitmuve.it