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L'arte del sogno. Alla Fenice, Mozart raddoppia
di Andrea Oddone Martin   

ccrosera.jpgEra il 1772 quando compose Il sogno di Scipione (K. 126): Mozart aveva 16 anni e non era al primo impegno operistico. Infatti, fra oratori scenici, opere buffe, singspiele e opere serie ne aveva già all’attivo in numero di sette, e Il sogno di Scipione fece otto. Ad un certo punto del romanzo che Saul Bellow pubblicò nel 1973, Il dono di Humboldt, il personaggio Charlie Citrine riflette attorno al fatto che l’umanità contemporanea ha perduto la capacità di dormire, in quanto durante il sonno l’anima migra nel proprio elemento, nel mondo sovrasensibile dove incontra quelle forze invisibili che, ai tempi antichi, erano note agli iniziati. Questi incontri si verificavano grazie alla qualità del tono, al senso di gioia e di dolore, insomma al proposito delle parole pensate, sentite e pronunciate durante il giorno. Egli constata che nella contemporaneità ciò non avviene più, dato il livello raggiunto dalle nostre occupazioni, preoccupazioni, qualità linguistiche, espressive, e l’umanità si risveglia normalmente inquieta, insoddisfatta, inacidita, amara ed isterilita.

 

Data l’epoca, di tutt’altro pregio il sonno di Scipione: in sogno incontra, oltre ai propri importanti avi, la Dea Fortuna e la Dea Costanza intrattenendosi proficuamente con loro, ponderando posizioni edificanti e soddisfacenti da applicare alla quotidianità. Curiosamente, in questa azione scenica dai tratti di opera seria Mozart si impegna a realizzare in musica gli stati fisiologici del sonno, del sogno, del risveglio. Dolci, ondeggianti flauti cullano il sonno nell’incanto del sogno, e nel recitativo tumultuoso del risveglio riconosciamo il guizzo dell’indole mozartiana.

 

wolfgang-amadeus-mozart_1.jpgVenerdì 8 febbraio, al Teatro Malibran per la bacchetta di Federico Maria Sardelli possiamo assistere alla ripresa di quest’opera in un nuovo allestimento del Teatro La Fenice. E tre anni più tardi, con l’opera seria Il Re pastore (K. 208) Mozart fece undici. Sempre un’opera di ricorrenza, composta in occasione della visita del Principe elettore Massimiliano III, figlio cadetto dell’Imperatrice Maria Teresa, all’Arcivescovo Colloredo di Salisburgo, presso il quale Mozart prestava servizio. Il dramma pastorale, basato sul libretto preesistente di Pietro Metastasio, si prefigge il tradizionale compito di riportare l’Arcadia sul piano della realtà, evitando eccessi d’intrico e presentando in maniera oltremodo lineare l’insieme dei personaggi.

 

Difatti, nei due atti di cui si compone l’opera (o la “Cantata” come si ritrova nel diario di viaggio dell’Arciduca Massimiliano, oppure “Serenata” dal diario del consigliere municipale di Salisburgo Schneidhofen, dalle quali inoltre si deduce, mancando cronache dirette dell’avvenimento, l’incertezza sulla realizzazione in forma scenica dell’evento) la Natura si presenta come tema fondamentale, e particolarmente la concordanza tra Natura e Uomo. Musicalmente, la scuola italiana è il riferimento compositivo del diciannovenne Mozart di questo caso, anche se il trattamento terso e luminoso dell’orchestra palesa e testimonia il magistero mozartiano già raggiunto nelle coeve opere strumentali. Potremo assistere alla prima de Il Re pastore venerdì 15, al Teatro La Fenice.

«Stagione Lirica 2018-2019»
8-16, 15-27 febbraio Teatro Malibran e Teatro la Fenice
www.teatrolafenice.it