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Qui, nell’Altrove. Incontro con Carmine Abate
di Fabio Marzari   

abate_carmine_-_foto.jpgCarmine Abate è uno scrittore che ha vissuto in prima persona il tema oggi assai dibattuto dell’emigrazione, ed ha saputo sviluppare una visione precisa, non retorica o ‘buonista’ di un fenomeno vecchio come l’uomo. Un intellettuale in grado di raccontare in maniera immediata e convincente storie che hanno conquistato lettori e critica, vincendo importanti premi letterari – Premio Campiello nel 2012 con il romanzo La collina del vento, e Premio Stresa nel 2016, con La felicità dell’attesa. Nato a Carfizzi, un paese arbëresh della Calabria ed emigrato da giovane ad Amburgo, Abate risiede da decenni a Besenello, in Trentino.

 

Con Le rughe del sorriso, candidato allo Strega 2019, affronta la drammatica migrazione dall’Africa, ricordando anche il compito fondamentale della scrittura: quello di raccontare le grandi e piccole storie del nostro mondo in relazione alla storia. Abate conclude questo libro con una citazione di Alessandro Leogrande: «Bisogna farsi viaggiatori per decifrare i motivi che hanno spinto tanti a partire e tanti altri ad andare incontro alla morte». E così Abate trasforma il lettore in viaggiatore, trasportandolo in un centro di accoglienza per migranti a Spillace, un paese della Calabria, dove Antonio Cerasa, insegnante di italiano, è pronto a raccontare la storia di Sahra, una ragazza somala costretta a scappare dal suo Paese per sfuggire alla violenza. È suo il sorriso che si cela tra le pagine del libro e che ci porta a riflettere su un tema di attualità: la richiesta di accoglienza da parte di persone che scappano da guerre e maltrattamenti. Intervistiamo Carmine Abate in occasione dell’incontro al T Fondaco dei Tedeschi che inaugura, il 7 marzo alle ore 19, la rassegna Verso Incroci (vedi approfondimento p.84) nell’ambito di Alter-Natives, progetto di T Fondaco dei Tedeschi e Università Ca’ Foscari che pone l’accento su storie di integrazione, di convivenza e di rispetto reciproco, per sensibilizzare sul tema della migrazione e degli incroci di culture.

 

Il tema dell’altrove è un leitmotiv della sua vita. Dalla Calabria al Trentino passando per la Germania. Come definisce il suo rapporto con i luoghi?
Il rapporto con i luoghi è per me assolutamente fondamentale, nella mia vita e nella mia narrativa. Da bambino, quando sentivo pronunciare nomi di luoghi sconosciuti, Fròncia, Germònia, l’altrove era qualcosa di minaccioso, di cattivo, una specie di “Uomo Nero” che teneva mio padre prigioniero per undici mesi all’anno e lo costringeva a lavorare prima nelle miniere francesi e poi nei cantieri tedeschi. Questo altrove ho poi imparato a conoscerlo, andandoci a vivere dall’età di sedici anni e lavorando nelle fabbriche di Amburgo. Ed è stato proprio in Germania, a stretto contatto con il mondo dei germanesi (come venivano chiamati gli emigrati italiani), che ho sentito l’urgenza di scrivere per denunciare l’ingiustizia dell’emigrazione, perché costringere una persona come mio padre a emigrare e a vivere lontano dalla propria famiglia e dalla propria terra era per me un’ingiustizia. Il passo successivo è stato addizionare questi altrove, cercando di ricavare il meglio da tutti i luoghi in cui mi trovavo a vivere. Così, dopo aver raccontato la ferita della partenza, le difficoltà d’integrazione in Germania, il razzismo, ho cercato di trasformare queste esperienze in ricchezza umana e culturale. L’inizio e la fine di questo percorso (che, lo ammetto, è stato duro e doloroso) si trovano sintetizzate già nei titoli di due miei libri: In questa terra altrove, un’antologia di testi di emigrati italiani da me curata nel 1987 con prefazione di Tullio De Mauro, e una mia raccolta di brevi racconti usciti per Mondadori nel 2010, il cui titolo è diventato per me un motto che mi ha cambiato la vita: “Vivere per addizione”.

assistenza_sbarchi_migranti.jpgGli addii e i ritorni, il nostos dei greci e il dramma dei migranti oggi. Perché il tema del migrare ora diventa un dramma e non una conseguenza necessaria di un destino inevitabile dell’uomo?
Le migrazioni hanno sempre rappresentato un dramma per chi le ha vissute in prima persona, per chi è partito e per i familiari che restano in paese. Alla base di ogni migrazione, dobbiamo ricordarlo bene, c’è una condizione di costrizione, una mancanza di scelta, che obbliga e spinge le persone a intraprendere un viaggio senza scelta, un’esperienza che ti stravolge la vita. C’era costrizione alla base della migrazione degli arbëreshë, la minoranza etnica cui appartengo, dopo che la loro terra era stata invasa dall’Impero ottomano, come c’era costrizione alla base della partenza di mio nonno verso la cosiddetta “Merica Bona”, gli Stati Uniti, agli inizi del Novecento, o di quella di mio padre e della mia, ovviamente con i necessari distinguo dei diversi periodi storici. Ad esempio, la migrazione può essere incoraggiata dalla richiesta di forza-lavoro esterna, come è successo dalla fine degli anni ‘50 nell’Europa settentrionale. Oggi il fenomeno è diventato epocale per motivi politici e sociali, deflagrato a causa delle guerre e della miseria che attanagliano numerosi Paesi africani e costringono un gran numero di persone ad abbandonare in fretta e furia il proprio Paese e le proprie vite come prima le conoscevano. Il loro arrivo nel nostro mondo, in una fase di crisi profonda dal punto di vista economico e sociale, genera gli episodi di razzismo diventati ormai cronaca quotidiana e che in passato in Italia non esistevano, o almeno non in questi termini.

Proprio di migrazione parla il suo ultimo lavoro, Le rughe del sorriso, candidato al Premio Strega.
Sì, un libro che la critica ha riconosciuto “necessario”, proprio perché nato da una mia intima necessità, appunto, un’urgenza che non potevo ignorare o dissimulare. Tutto è scaturito da una scena concreta vista con i miei occhi, a Roma, dove una folla inferocita inveiva contro dei migranti africani, tra cui molti bambini e una ragazza che alla ferocia della gente reagiva sorridendo, senza proferire parola. Un sorriso che non era di sfida, ma una sorta di richiesta di comprensione. Proprio la tramatura attorno agli occhi e alla bocca delle rughe di quel sorriso – i segreti, le sofferenze che nascondevano – mi ha spinto ad affrontare di petto un tema che prima mi spaventava, perché sempre e comunque viene ridotto a un resoconto numerico di persone che sbarcano o che muoiono, si tratti di adulti o bambini. Ecco che allora i migranti stessi diventano numeri e non si sa davvero nulla né di loro, né del mondo da cui provengono. Io ho cercato di raccontare delle storie di persone in carne ed ossa, prendendo spunto ovviamente dalla mia vita e dalla conoscenza personale che posso avere dell’argomento, in primis dal razzismo che io e i miei familiari abbiamo vissuto sulla nostra pelle in Germania. La storia si dipana tra due microcosmi reali: il villaggio di Ayuub, che si trova nel sud della Somalia, quasi attaccato alla città di Merca, e il mio paese in Calabria, dove i migranti, tra cui Sahra, la figura centrale del romanzo, arrivano per vivere nel centro di seconda accoglienza. L’urgenza basilare del libro è proprio questa: raccontare le storie di queste persone che approdano da noi, il loro vissuto, il loro viaggio. Queste storie noi non le conosciamo e non ci interessa conoscerle, proprio come loro non conoscono le nostre. È proprio in questo “spazio vuoto” che regnano il pregiudizio e l’intolleranza, la mancanza di dialogo con tutto il male che ne può derivare. Mentre il dialogo potrebbe non dico abbattere, ma almeno scalfire il muro del razzismo che sta crescendo sempre di più nella nostra Europa.

rughesorriso.jpgÈ davvero doloroso percepire però come chi ha la consapevolezza della complessità del fenomeno migratorio possa essere sempre considerato in minoranza, additato come “radical chic” da chi invece si sente orgoglioso rappresentante della cosiddetta “pancia del Paese”.
Non voglio pensare che ci si debba per forza considerare in minoranza, preferisco credere che le persone consapevoli abbiano magari un modo diverso di far sentire le proprie idee, un modo meno urlato e forse per questo motivo mediaticamente meno visibile, ma non per questo meno incisivo. Oggi alla “pancia del Paese”, che spesso ha rigurgiti razzisti, si fanno ingoiare dalla mattina alla sera fake news: se si fa passare l’idea che un migrante in un centro d’accoglienza prenda 35 euro al giorno, è fin troppo facile per un disoccupato o un precario italiano lasciarsi andare agli istinti più bassi. Se invece si approfondisce la cosa e si scopre che i 35 euro rappresentano i costi relativi ai servizi utilizzati per i migranti e che in tasca a questi ci finisce un euro e mezzo o poco più, mentre la quasi totalità della cifra resta nella comunità che li accoglie, il discorso cambia, e molto. Si sta facendo consapevolmente leva sulle paure delle persone, anche dando molta più visibilità a fatti di cronaca nera che coinvolgono migranti, relegando magari a un trafiletto episodi di razzismo che risultano invece sempre più frequenti e diffusi. A volte si tratta di una guerra tra poveri creata ad arte. Tutto questo è raccontato nel libro in maniera non didascalica, mai retorica, ma obiettiva e ben documentata. Anch’io, come i protagonisti del mio romanzo, ho fatto un viaggio avventuroso e drammatico nei luoghi simbolo della migrazione: Rosarno, Crotone, Riace, Lampedusa… E poi Ayuub, il villaggio somalo con cui la mia scuola era gemellata fin dal 1993, dove ho potuto conoscere di persona due dei grandi personaggi di cui racconto: Maana Suuldan e Aderelio. Naturalmente sarebbe un bene per tutti (per il libro stesso, i lettori e l’autore) che Le rughe del sorriso venisse letto non come un testo di denuncia, ma come un’opera letteraria che ha quale valore aggiunto al proprio centro un tema importante e di strettissima attualità.

Crede che i premi letterari aiutino davvero gli scrittori o rischino, al contrario, di ridursi a mere passerelle?
Penso che aiutino gli scrittori a godere di una visibilità che altrimenti sarebbe difficile ottenere. Con La collina del vento, grazie alla vittoria alla Cinquantesima edizione del Premio Campiello, per molte settimane sono rimasto primo nella classifica delle vendite come non mi era mai successo prima e anche il romanzo successivo ha potuto godere del credito guadagnato con il precedente. La notorietà e la credibilità che si riescono a ottenere con i premi prestigiosi permettono di vedere ripagati i sacrifici fatti per non soffocare l’urgenza della scrittura e addirittura di vivere dignitosamente con la scrittura. Non faccio parte di quello schieramento di scrittori che criticano i premi ma che poi vorrebbero in cuor loro vincerli.

collinavento.jpgIl Campiello vinto nel 2012 con La collina del vento la lega indissolubilmente a Venezia. Che sensazioni suscita in lei questa città?
Potrei definire Venezia la mia “città della fortuna”. Mi basta sentirla nominare e istintivamente sorrido, tanti e belli sono i ricordi che mi legano a questa fantastica città, che amo da quando ero ragazzo e in cui sono tornato spesso e volentieri da semplice visitatore, sempre con lo stupore della prima volta. Gli ultimi provvedimenti per arginare il turismo di massa che sembrano essere in via di adozione mi lasciano un po’ perplesso, pur consapevole della pacifica invasione cui sono quotidianamente sottoposti Venezia e i suoi abitanti. Tra le altre cose, il protagonista del mio penultimo romanzo, La felicità dell’attesa, è un architetto che vive proprio a Venezia assieme alla moglie tedesca. Entrambi insaziabili della bellezza straordinaria di cui sono circondati e che riempie i loro occhi a ogni risveglio

 

Verso Incroci – Carmine Abate
7 marzo h. 19 T Fondaco dei Tedeschi
www.incrocidicivilta.org