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Home arrow CLASSICAL arrow Pura ispirazione. A Mestre, la classica cosmopolita di Noa
Pura ispirazione. A Mestre, la classica cosmopolita di Noa
di Andrea Falco   

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Voce e volto di fama internazionale, Noa presenta un nuovo progetto musicale intitolato Letters to Bach e prodotto da Quincy Jones. 12 brani musicali di Johann Sebastian Bach per i quali Noa ha scritto i testi in inglese ed ebraico, ispirati a temi diversi del nostro contemporaneo, con arrangiamenti per chitarra realizzati da Gil Dor, collaboratore musicale di lunga data. Sorprendente e brillante, il duo valorizza la voce di Noa che svetta maestosamente e gioca fra le note, intrecciandosi perfettamente con la chitarra di Gil ed illuminando la polifonia di Bach. Una musica che cerca di abbattere i muri di lingua, religione, genere e fra generazioni per costruire un ponte di eccellenza musicale, rispetto e gioia e un luogo di curiosità, coraggio e speranza.

 

Nata in Israele e residente a New York, Noa è da sempre paladina della pace tra israeliani e palestinesi. Ha diffuso il proprio messaggio dai palcoscenici più prestigiosi del mondo (dal Carnegie Hall al Lincoln Center fino alla Casa Bianca e in Vaticano), collaborando con artisti del calibro di Stevie Wonder, Sting, Andrea Bocelli e molti altri, oltre che con Pat Metheny e Quincy Jones. In questo tour la accompagneranno Gil Dor alla chitarra, Or Lubianiker al basso elettrico e Gadi Seri alle percussioni.

 

In Letters to Bach la musica del compositore tedesco si affianca ai più urgenti temi dell’attualità: tecnologia, religione, femminismo, eutanasia, social media. A cosa si deve la scelta caduta proprio sulle sue musiche?
Si tratta di una scelta che in realtà parte da lontano, non è andata esattamente così. Tutto è cominciato con la passione che da sempre ho per Bach. Ho sempre adorato la sua musica, fin da giovane, quando lo studiavo al pianoforte, e più avanti, quando ho composto il mio Ave Maria sul lavoro di Bach e Gounod. Anni dopo, sono stata invitata dalla pianista Astrith Baltsan per lavorare su un ‘concerto istruttivo’, cioè un concerto dove la musica viene spiegata agli spettatori. Anche Leonard Bernstein ha lavorato in questo modo. Astrith Baltsan lo fa in Israele e mi ha chiesto di vocalizzare alcuni pezzi di Bach. È stato un lavoro istruttivo anche per me e mi ha ispirato a continuare a scrivere dei testi per questi pezzi, fosse anche solo per gioco. La prima canzone che ho scritto è stata Look at Me sul largo del quinto concerto. Ricordo ancora con quanta naturalezza le parole si componessero su questo brano incredibile, sembrava quasi che la musica evocasse qualcosa che era già lì, pronto per essere detto, come una barca che naviga su un fiume di pensiero. L’unione tra Bach e la parola è davvero strabiliante. Oggi, venticinque anni dopo l’Ave Maria, sono ancora affezionatissima a questa musica, è come nuotare in un mare di Bach e trovare tutti i posti giusti, le note giuste che permettono ai miei pensieri di volare. Bach lo ascolto sempre, lo porto sempre con me. La scrittura è una cosa che avviene, nient’altro. In un attimo le parole si formano e le idee emergono una dopo l’altra. Dopo che il processo è iniziato, è molto veloce per me completare la scrittura. A volte basta mezz’ora per una canzone. È un’esperienza fantastica, sia la scrittura che il canto lo sono. Sul palco vedo le reazioni del pubblico e ovunque nel mondo – in Cina, Vietnam, Francia, Spagna, Israele, Brasile… – gli spettatori sono sempre più stupiti da quello che Bach può fare.

jones.jpgCome è stato concretamente affrontato il lavoro di creazione dei 12 brani, riuscendo a fondere le armonie perfette di Bach con i testi in ebraico e inglese?
È stato tutto molto intuitivo. Ascolto la musica e le parole arrivano, tutto qui. Testo e poesia sono la mia natura, scrivo poesie da quando ero giovane. Poesia e musica sgorgano come acqua dalla fonte, sono fatta così e c’è del miracoloso in questo. Come le altre arti, la musica è miracolosa, non esiste una spiegazione.

Quali i contributi del produttore, il grande Quincy Jones, e del chitarrista Gil Dor?
Gil Dor ha composto tutti gli arrangiamenti, abbiamo lavorato in modo da rimanere fedeli a Bach il più possibile. Ad esempio, nella corale 140 Bach non ha scritto tutto l’accompagnamento ma solo alcune indicazioni sull’armonia e ha lasciato che siano i musicisti a integrarlo col loro contributo creativo. Gil è davvero molto, molto bravo in questo.

Per quanto riguarda Quincy Jones, è una storia fantastica. Ha adorato questo materiale fin dal primo momento in cui l’abbiamo condiviso con lui a casa sua e ci ha detto subito che voleva essere produttore esecutivo di questo album e che ci fosse il suo nome sul progetto. Noi ne siamo stati subito molto onorati, eravamo felicissimi. Abbiamo registrato nello studio che ho a casa mia, in Israele. Da lì mandavamo tutto il materiale a Quincy perché lo ascoltasse e ci desse i suoi suggerimenti. I suoi commenti sul sound e sulla produzione sono stati molto preziosi. Eravamo così felici, alla fine della produzione! La partecipazione di Quincy Jones è per noi un vero onore.

Come si colloca questo progetto, in un panorama musicale che vede sempre più spesso mescolare le categorie e i generi?
Sono sempre stata un’artista che va al di là dei generi. Non è facile categorizzare quello che faccio, a dire il vero. Fortunatamente io e Gil siamo sopravvissuti a 29 anni di carriera evitando la categorizzazione e, in un certo senso, siamo diventati noi stessi la nostra categoria. Quello che posso dire è che facciamo musica che viene dal cuore. Mi piace pensare che facciamo bella musica e che cerchiamo di non far perdere tempo al nostro pubblico, non facciamo un album nuovo ogni anno o ogni due anni come tanti altri, ne facciamo uno nuovo quando abbiamo effettivamente qualcosa di nuovo e originale da dire. Il mio obiettivo è elevare la musica al livello più alto e allo stesso tempo profondo possibile. La nostra missione è di aprire muri e costruire ponti, se dovessi dirlo in una frase sola. Aprire i muri che stanno tra culture, religioni, lingue, categorie… e costruire dei ponti. Non è solo la nostra missione come musicisti, ma come esseri umani. È quello che cerchiamo di fare e non c’è dubbio che Bach sia un eccellente tramite per questa missione perché riesce a connettere ad alto livello persone diverse tra loro: bambini, giovani, persone da tutto il mondo, tutti amano questa musica sublime, capace davvero di farti credere che esista un dio. Uso questi testi per portarla ancora più vicina alle persone, sono felice quando la musica è goduta e le parole aiutano a farti pensare, a verbalizzare quello che la musica sta dicendo. Quello che dico tramite questa musica apre una nuova porta e umanizza la musica stessa, il suo rilievo. Sono molto orgogliosa di esserci riuscita e spero che il pubblico apprezzi questo progetto. Per come è andata finora sono contentissima, è davvero stupendo.

noa_1.jpgCosa vorrebbe che dell’epoca di Bach potesse rivivere al giorno d’oggi?
Adoriamo lamentarci di quanto sia terribile la vita oggi, ma la realità è che il mondo non è mai stato così bello come in questo momento. Mai nella storia. Potrei fare l’unica eccezione per gli anni ‘60! Quelli sì sono anni cui vorrei tornare: anni di consapevolezza, libertà, emancipazione, apertura mentale nelle arti e nella cultura, gli anni della generazione nata dalla guerra del Vietnam e dall’orribile Guerra Fredda. Ma a parte questo, credo che viviamo in un mondo che è assai migliore di quello in cui viveva Bach. C’è più libertà personale, più opportunità, più cose da esplorare, meno guerra, meno fame, meno miseria, meno malattie. Davvero, dobbiamo essere in grado di guardare alle cose in prospettiva. Non riporterei qui i tempi di Bach…ma quanto mi piacerebbe incontrarlo! Anzi, quanto mi piacerebbe che Bach visitasse il presente. Lo porterei a spasso per il 2019 e gli farei sentire la sua musica usata come suoneria del telefono. Quante cose gli chiederei! Come scriveva musica? Cosa lo attraeva della musica, era gioia? Dolore, come spesso capita? E che rapporto aveva col dolore? Con la sua famiglia? Con Dio? Con la Chiesa? Penso che gli piacerebbe molto il jazz. Gli piacerebbe molto Stravinskij e altre cose bellissime che sono venute dopo di lui. Cosa farebbe questa mente meravigliosa, in un mondo di opportunità praticamente infinite? E aggiungerei che se in questo mondo ci fosse meno, di ogni cosa, apprezzeremmo tutti di più quello che ci troviamo di fronte. Pensiamo a un uomo in un paesino, ai tempi di Bach, che entra in una chiesa e sente la sua musica all’organo. Penserebbe sia la cosa più bella che abbia mai sentito, che gli angeli siano scesi sulla Terra per creare questi suoni meravigliosi. Un dono del cielo. Oggi, in un mondo dove tutto è così accessibile, così disponibile, apprezziamo di meno i regali davvero belli che riceviamo. E anche la cultura è un dono.

Che regalo riceveremo, il 12 marzo al Teatro Toniolo?
Non ci sarà solamente Bach. Sarà al centro della scaletta e rappresenta di sicuro la parte più importante del concerto, ma suonerò anche altri pezzi del mio repertorio. C’è una logica in questo: voglio accompagnare il pubblico in un viaggio nel mio mondo, che è un mondo di varietà. Arriveremo a Bach dopo una transizione che avviene naturalmente, e poi ritorneremo nel nostro mondo. Penso che il pubblico si divertirà molto.

Noa | Letters to Bach
12 marzo Teatro Toniolo-Mestre
www.venetojazz.com