VeneziaNews :venews

  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
Home arrow ZOOM arrow Le corrispondenze. Intervista a Marcelle Padovani
Le corrispondenze. Intervista a Marcelle Padovani
di Fabio Marzari   

padovani.jpg Storica corrispondente de «Le Nouvel Observateur» da Roma e per molti anni presidente dell’Associazione Stampa Estera in Italia, Marcelle Padovani è di origine corsa e rappresenta al meglio la professione di giornalista, indipendente e autorevole, capace di dialogare con il Potere fino alle più alte sfere senza cadere nella trappola della soggezione allo stesso. Sono esempi di giornalismo da manuale i suoi lavori su Sciascia e l’intervista a Falcone, solo per citarne un paio.

 

La sua visione disincantata e parimenti appassionata del presente, lo scenario incerto di un’Europa confusa e priva di identità e il problema delle fake news che condizionano pesantemente l’informazione sono solo alcuni dei temi trattati nell’intervista che segue. Marcelle è una grande donna che ha scelto di raccontare i fatti, non di rielaborare i comunicati stampa o ascoltare ‘consigli’ sussurrati da Segreterie particolari. Per noi è un onore averla nel nostro magazine e, lasciatemi chiudere con una nota personale, un privilegio la sua amicizia.

 

Italia e Francia sono sempre state parenti/serpenti. Quale chiave di lettura ci può fornire per comprendere meglio un rapporto che vive un presente complesso?
La considerazione di cui l’Italia gode in Francia è eminentemente positiva, per ragioni differenti che si riflettono a più livelli.

 

A livello generale l’Italia è legata nell’immaginario francese al luogo delle vacanze, con ripercussioni legate a ricordi piacevoli da rievocare e collocare nel tempo. Negli ambienti francesi più colti questa considerazione si mantiene positiva, non si può che guardare con ammirazione al patrimonio culturale italiano se ci si riferisce al Rinascimento e alle grandi figure universalmente riconosciute, come Dante o Leonardo, solo per fare due nomi tra i mille. Un altro elemento positivo si può individuare nella considerazione che gli ambienti economici francesi hanno e hanno avuto del cosiddetto “Miracolo italiano”, con annesso impulso ad apprezzare quella che è stata la capacità d’iniziativa di un popolo, seppure siano passati ormai tanti anni da questo fenomeno.
A tutti questi aspetti, uno fa da sfondo tuttavia: la mentalità francese, storicamente portata a pensare che al mondo non esista niente di meglio della Francia. Una mentalità profondamente arrogante, convinta nel considerare il proprio Paese come punto di riferimento imprescindibile a livello culturale, ma non solo, e se non proprio in forma esclusiva a livello mondiale, di certo all’interno del contesto occidentale. Potrebbe sembrare un discorso stereotipato, ma le cose stanno davvero così e generano una serie di ripercussioni che si riflettono nei più svariati ambiti della vita quotidiana, a livello politico e sociale, sconfinando spesso nella strafottenza o addirittura nel disprezzo, elementi che nel rapporto con l’Italia hanno ovviamente una forte incidenza.

Si tratta di un atteggiamento, quello francese, che potrebbe essere tuttavia legittimato dalla solidità storica che la Francia può vantare rispetto all’Italia.
Osservazione inappuntabile: lo Stato francese esiste da circa 1200 anni, quello italiano da quasi 160. La differenza è ovviamente monumentale e genera delle implicazioni che non possono certo essere ignorate. La mentalità francese è ovviamente plasmata sulla forte presenza dello Stato e sulla sua massiccia strutturazione: guardando ad un’Italia frammentata, a volte provinciale, ecco che il cittadino francese si sente importante e per moltissimi aspetti superiore. In Francia le istituzioni sono forti e rispettate, confortate nella loro azione da un sistema elettorale che personalmente considero il migliore del mondo, l’uninominale maggioritario a doppio turno, capace di permettere all’elettore di premiare al primo turno chi piace ed eliminare al secondo chi non piace. Un aspetto come questo può sembrare addirittura infantile, ma è fondamentale nel permettere ad una forza politica di governare in maniera efficace, senza accontentarsi di farsi rappresentante di un’opinione, ma con la determinazione forte di creare un network di relazioni politiche in grado di assicurare stabilità. Da questa realtà i francesi ricavano molta forza, riconoscendosi in essa pienamente.

esteri.jpgSeguendo la vocazione prioritaria del nostro giornale ci interessa in particolare il lato culturale e sociale del rapporto tra i due Paesi. Dal suo osservatorio di francese che vive in Italia da moltissimo tempo, come ha visto cambiare Italia e Francia in questa direzione?
Ho visto in entrambi i Paesi una propensione sempre più accentuata a rivendicare orgogliosamente l’ignoranza e l’incompetenza. A questo si è accompagnato sempre di più il rifiuto del parere della figura dell’esperto, il rifiuto secco di tutto quello che appartiene anche lontanamente ad un’élite, la consacrazione dell’idea di poter dire: «Sono ignorante, ma la mia opinione vale quanto quella di un esperto, probabilmente anche di più».
Lenin disse che un giorno, grazie alla rivoluzione socialista, «Anche le cuoche avrebbero imparato a governare», ma in questo momento storico ci troviamo in presenza di una cuciniera che non solo amministra lo Stato, ma lo stravolge, lo cambia a proprio piacimento, ne fa davvero quello che vuole. Questo atteggiamento di rigetto delle regole e del passato, e assai spesso della memoria stessa, accomuna i due Paesi e non posso fare a meno di vedere in tutto questo il riflesso di una profonda crisi del concetto stesso di ‘progresso’: siamo vissuti, dal dopoguerra sino a pochi anni fa, nell’ottica di una condizione sociale ed economica che sarebbe andata costantemente migliorando. Da qualche tempo questa convinzione semplicemente non esiste più: un ciclo economico e sociale su scala mondiale si è chiuso e questa rivendicazione dell’ignoranza è soltanto una delle tante conseguenze, accompagnata da una diffusa povertà morale e intellettuale.

Come può la stampa oggi mantenersi libera e indipendente? Quali le differenze tra la stampa in Italia e nel resto d'Europa?
Domanda davvero molto, molto difficile a cui rispondere. È necessario distinguere tra stampa scritta e stampa non scritta. La prima è in crisi totale, in entrambi i Paesi: il mio giornale, «Le Nouvel Observateur», sei anni fa vendeva 530.000 copie, oggi circa 210.000, con la pubblicità che si è ridotta del 60%. Recentemente sono stata alla presentazione del nuovo «Espresso» al Teatro Argentina di Roma e nel corso di un dibattito ho potuto raccontare come il mio giornale abbia per certi aspetti anticipato la nuova direzione che il settimanale sta intraprendendo, vale a dire il voler fare pezzi più lunghi e inchieste più articolate a discapito però delle news. Ho spiegato come questa scelta, ovviamente rispettabilissima, non abbia dato in realtà moltissimi risultati, se non quello di ‘mortificare’ chi si dedicava a svolgere l’attività di giornalista classicamente inteso, figura che per antonomasia deve cercare costantemente delle notizie, anche nello sviluppo di un’inchiesta, sia chiaro, portata avanti basandosi sempre sui fatti ed esponendo le proprie idee in base a questi. In entrambi i Paesi il ruolo del giornalista, in questo senso, risulta per certi aspetti mortificato.
La stampa non scritta ha invece indubbiamente conosciuto una fase di grande crescita e sviluppo, soprattutto da parte dei giovani, ma ancora non è riuscita a rivelare bene la propria identità, una struttura in cui si possa discutere e che sia possibile analizzare per capirne le dinamiche di evoluzione futura. Le variabili in campo sono tante e di difficile definizione, il risultato è un mondo di sicuro in fermento, ma dalla natura a volte inafferrabile. In Francia proprio in questi giorni è scoppiato lo scandalo de “La Ligue de LOL”, dal nome scelto dal gruppo in Facebook, in cui giornalisti maschi prendevano di mira alcune colleghe con fotomontaggi, insulti, scherzi telefonici e che coordinavano delle vere e proprie azioni di molestie virtuali contro le vittime, tramite un fitto scambio di tweet che sconfinavano spesso nell’anti-femminismo e nell’antisemitismo. Questo ha evidenziato fondamentalmente una mancanza di moralità di un certo tipo di stampa, mancanza di morale che necessariamente ritroviamo poi nel modo di lavorare di queste persone, disposte a tutto pur di accaparrarsi un scoop, anche inventandone uno all’occorrenza.
In ambito italiano, mi colpisce sempre di più la tendenza a voler privilegiare la polemica rispetto all’informazione. Quando ho iniziato a leggere i giornali italiani a volte facevo fatica a capire quale fosse la notizia; ci si limitava a riportare le dichiarazioni di esponenti di questo o quel schieramento senza che il giornalista si pronunciasse sulla questione. Non basta far parlare tutte le componenti in causa per essere obbiettivi; in questo modo si ottiene solo un confronto di voci contrastanti in cui tutti sono convinti di avere ragione, una fotografia immobile, che non può evolvere in alcuna direzione. L’obbiettività a mio avviso si ottiene invece attraverso la rielaborazione di un pensiero che tenga in considerazione tutte le opinioni delle parti coinvolte nel dibattito. Al centro di tutto deve esserci sempre la notizia, però, attorno alla quale il ragionamento del giornalista deve poi svilupparsi, attraverso la sintesi e la rielaborazione. Questa mancanza di ricerca e rielaborazione si riflette in Italia soprattutto nell’azione dei mafiologi, che risultano essere sempre di più dei portavoce delle Procure: i giornalisti di questo settore riversano nei propri articoli le indagini portate avanti dai magistrati senza documentarsi in maniera adeguata, assai spesso senza il minimo approfondimento. A cosa serve un giornalista che si riduce ad essere puro e semplice altoparlante? Anche la magistratura stessa, ovviamente, ne esce in questo caso danneggiata e del tutto snaturata: capita che l’opinione pubblica prenda a cuore qualche indagine sulla base del puro impatto emotivo, per poi abbandonare a loro stessi gli operatori di giustizia una volta finito il clamore mediatico di una determinata inchiesta. Tutti questi squilibri in ambito italiano sono fortissimi e hanno conseguenze ad ampio raggio, come Giovanni Falcone già denunciava tanti anni fa.

leonardo-sciascia.jpgLei ha incontrato personaggi fondamentali della nostra Storia contemporanea. Quale di questi personaggi ha lasciato in lei un segno particolarmente forte?
Sia in Francia che in Italia ho avuto la fortuna di incontrare personaggi di straordinaria statura umana, letteraria e culturale. Penso subito a Leonardo Sciascia, assieme al quale ho scritto La Sicilia come metafora, persona straordinaria e capace di farmi capire come un siciliano non potesse essere considerato italiano, ma piuttosto un illuminista francese. Non prendeva l’aereo per paura di volare. Partiva dalla sua Racalmuto, passava da Roma e da lì con il treno Palatino arrivava a Parigi la mattina molto presto, arrivando nel suo albergo nel V arrondissement, felicissimo. Si trovava davvero a proprio agio nella capitale francese. Una linea diretta Racalmuto-Parigi che mi ha fatto capire molto della mentalità siciliana. Durante le nostre conversazioni alla Sellerio siamo riusciti a costruire un rapporto così simpatico che una volta finito il lavoro mi invitò a cena, in una celebre brasserie di Boulevard Saint-Germain. Lì, quasi a prendermi una rivincita per averlo ascoltato tante ore, cominciai a raccontargli la mia vita, quasi senza rendermene conto. Cosa percepita anche da lui, che alla fine della serata mi chiese sornione: «Stasera si è vendicata, vero?».

Giovanni Falcone è stato un altro uomo che mi ha profondamente segnata, grazie alla sua serietà e all’efficacia delle sue indagini, alla sua profonda dedizione. Anche in lui ho potuto trovare dei tratti illuministi ed era impossibile non rimanere colpiti dalla sua straordinaria capacità organizzativa, dal rigore metodologico con cui si approcciava al proprio lavoro, giorno dopo giorno. Ha cercato di plasmare anche il mondo politico e giornalistico per meglio integrarli nella lotta alla mafia, convinto dal profondo che per sconfiggere il male ci si dovesse impegnare a studiarlo, conoscerlo per scovarne le debolezze e lì insistere, martellare, convinto di poter vincere questa battaglia a qualsiasi costo.

 

Figura che mi colpisce molto e mi lascia perplessa è quella di Matteo Salvini, che posso umanamente considerare simpatico e che ho seguito durante una tappa in Abruzzo nella recente campagna elettorale per le regionali. Si tratta di un maestro per quel che riguarda la comunicazione, in controtendenza rispetto ai classici politici locali che si perdono in interventi-fiume verbosi e inconcludenti, spesso basati su fogli fitti di appunti. Lui invece parla in genere pochi minuti, a braccio, esprimendo pochi ma forti concetti che stanno a cuore a lui come all’uditorio, in primis la questione migranti, e dopo aver raccolto applausi scroscianti è scortato da un servizio d’ordine di uomini vestiti di nero, poliziotti in borghese, che si occupano di tenere a bada la lunghissima fila di sostenitori che vogliono farsi un selfie con lui. In un’occasione ho contato più di 200 persone con il cellulare in mano! Salvini fa politica come vive, animato da una fortissima voglia di condividere che però allo stesso tempo lo fa andare avanti per la propria strada senza affidarsi a consiglieri o ghost writers, ma rivendicando sempre e comunque uno strettissimo rapporto con il popolo, con la gente di cui si sente rappresentante. La vera cosa preoccupante in lui è la volontà di porsi come uomo forte, in grado di risolvere tutti i problemi che di volta in volta gli si presentano davanti. È un atteggiamento molto pericoloso, perché apre le più svariate porte e i più imprevedibili esiti alle peggiori avventure. Lo definirei un personaggio affascinante nella sua potenziale pericolosità.

Nel suo passeggiare tra le folle dei turisti che invadono anche le strade del centro di Roma o Parigi, il suo pensiero sarà andato talvolta inevitabilmente anche alla nostra Venezia, dove da maggio verrà introdotto il ticket d’ingresso. Come si potrebbe coniugare il diritto alla bellezza di tutti con le esigenze di vivibilità dei centri storici?
Se esiste una categoria sociale e mentale verso la quale provo ostilità è proprio quella del turista, questo devo confessarlo. Il problema poi è strettamente collegato alla forte proletarizzazione che il bisogno di turismo ha vissuto. Ci si sente necessariamente a disagio nell’esprimere un concetto tanto forte come la limitazione degli ingressi in una città tanto unica, ma ci si dovrebbe davvero rendere conto di quanto Venezia debba essere salvaguardata ad ogni costo, anche adottando provvedimenti impopolari. Quando la massa distrugge il bello, o lo rende precario, diventa pericolosa e deve essere in qualche maniera arginata, regolamentata. Non vedo quindi altra soluzione che un controllo di questi flussi.
Si tratta di un problema che percepisco nella mia vita quotidiana. Abito a Trastevere e ogni domenica posso osservare la folla sterminata che si riversa nel quartiere alla fine dell’Angelus: una folla che fatico a definire “cattolica”, gente che a volte nemmeno è stata ad ascoltare quello che il Papa ha detto, ma che ha come unico scopo quello di fare una foto e un video, per trovarsi poi a pranzo in uno dei ristorantini del rione. La soluzione, seppure paradossale, oltre alla regolamentazione dei flussi, sarebbe piuttosto quella di formare le persone, in modo da sottoporle ad una specie di esame di cultura elementare prima di rilasciare un patentino di “turista consapevole”.

macron.jpgLa Francia ha una politica culturale più attenta rispetto a quella del nostro Paese, o almeno gode di questa fama. Secondo lei Macron avrà il tempo per occuparsi anche di questo?
Fino a questo momento, di tempo ne ha avuto assai poco. Macron è un tecnocrate molto esperto d’economia, non a caso proviene dal mondo bancario, segnatamente dalla Rothschild & Co. I suoi punti di forza sono la grande prassi organizzativa e, appunto, la competenza in ambito economico, ma i rapporti con il mondo della cultura e con le masse popolari sono quasi inesistenti, questo è un dato di fatto.

La questione legata alla protesta dei gilets jaunes lo ha obbligato ad affrontare questa carenza ed impegnarsi in questo senso, per proporsi alla ribalta mondiale come uomo capace di trovare soluzioni efficaci a problemi e rivendicazioni di natura sociale. È emblematico in tal senso, tra l’altro, che io non abbia ricordi di un’immagine che lo ritragga assieme alla moglie Brigitte ad una première cinematografica o teatrale, contesto in cui al giorno d’oggi i politici appaiono molto spesso. Il pregio della Francia è di essere palcoscenico per molte cose che possono essere meritevoli di attenzione, la capacità soprattutto parigina di essere spazio aperto ad ogni tipo di linguaggio e contaminazione, molto di più rispetto al contesto italiano: quest’anno ricorre il trentennale della morte di Leonardo Sciascia e in Francia già molte iniziative sono state predisposte, cosa che non si può ravvisare qui in Italia. Parigi ha sempre avuto la capacità di offrire la ribalta alla cultura e conservarne la memoria, non solo di quella francese, ma universale.