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O beata solitudo… Silvio Orlando alle prese con il più grande male sociale tra ironia e malinconia
di Livia Sartori di Borgoricco   
222-sinotaalli.jpgC’è un uomo, Silvio, che da tre anni vive da solo, nella sua casa di campagna all’inizio di un paesino ormai spopolato. Ci sono i suoi figli, Alice, Riccardo e Maria: quella perbene (Maria Laura Rondanini), che ha scelto una strada “tradizionale” ed è vittima del suo essersi auto-proclamata anima razionale della famiglia; l’aspirante poetessa (Alice Redini) frustrata nella sua mancanza di genialità; il maschio (Riccardo Goretti) confuso, eternamente precario. C’è Roberto (Roberto Nobile), il fratello maggiore di Silvio, nostalgico e citazionista, alla ricerca disperata di un riconoscimento per il suo lavoro di medico.

 

Ci sono le manie di Silvio, conseguenze della solitudine, che colgono di sorpresa i figli, riunitisi in occasione della doppia ricorrenza dei dieci anni dalla morte della madre e del compleanno del padre, lasciandoli spiazzati davanti a un genitore arcigno, sgarbato, che non vuole più camminare, non si vuole alzare, vuole stare e vivere seduto il più possibile, meglio se da solo.

 

Strattonato dai figli e dal fratello, che vorrebbero scuoterlo da questo eremitaggio autoimposto e riportalo dentro il flusso delle cose, Silvio si abbarbica pervicacemente sulle sue convinzioni, ché «da quando sto da solo tutta questa frustrazione non la sento più: ci vogliono gli altri per farti sentire veramente triste», si tira sempre più indietro, più in alto, arrivando a galleggiare al di sopra di tutto e di tutti, senza dolore ma anche senza piacere, con quella calma rassegnata in cui si sprofonda a fine vita, a fine giornata – all’imbrunire, appunto. Ci sono empatie, distanze e rese dei conti.

 

C’è poi un ribaltamento della situazione, forse reale, forse immaginato, in cui la solitudine di Silvio appare improvvisamente molto meno una sua scelta di quello che poteva sembrare. Ci sono insomma tante cose, in questo spettacolo dal titolo bellissimo e già un po’ triste, in scena al Teatro Toniolo dal 12 al 14 aprile, che porta alla ribalta il tema contemporaneo della solitudine sociale, patologia delle nazioni benestanti, così urgente da vedere, per esempio, l’istituzione del Ministry for Loneliness (ministero per la solitudine) in Inghilterra e della Giornata della Solitudine in Francia.

 

silvio-orlando-si-nota-allimbrunire-recensione05.jpgIl bellissimo testo di Lucia Calamaro, che alterna momenti leggeri e meno leggeri senza mai scadere nel melenso e, indagando il quotidiano, scandaglia a fondo l’animo umano, è meravigliosamente interpretato da Silvio Orlando, in grado di passare dalla tristezza, all’ironia, alla cattiveria, e capace, prendendo a prestito le parole della stessa Calamaro, che firma anche la regia, «di scatenare, per la sua resa assoluta al palco, le empatie di ogni spettatore, e con le sue corde squisitamente tragicomiche, di suscitare ri-questionamenti, emozioni ed azioni nel pubblico».


«Ci piace pensare – si augura la Calamaro – che gli spettatori, grazie a un potenziale smottamento dell’animo dovuto speriamo a questo spettacolo, magari la sera stessa all’uscita, o magari l’indomani, chiameranno di nuovo quel padre, quella madre, quel fratello, lontano parente o amico oramai isolatosi e lo andranno a trovare, per farlo uscire di casa. O per fargli solamente un po’ di compagnia».

Si nota all’imbrunire (Solitudine da paese spopolato)
12-14 aprile 2019

Teatro Toniolo-Mestre
www.cultura.venezia.it/toniolo