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Home arrow ARTE arrow BIENNALE ARTE 2019 | May You Live in Art. Incontro con il Presidente Paolo Baratta
BIENNALE ARTE 2019 | May You Live in Art. Incontro con il Presidente Paolo Baratta
di Marisa Santin e Massimo Bran   

paolo_baratta_photo_francesco_galli_courtesy_la_biennale_di_veneziaok.jpgL’arte contemporanea ha la straordinaria capacità di confrontarsi con l’ambiguità, con i messaggi contrastanti e le emozioni contraddittorie che contraddistinguono la natura umana. È anche l’incarnazione del tipo di complessità in cui si è evoluto il mondo e risulta tanto più fondante e confortante potersi confrontare con essa in tempi in cui sembra prevalere un eccesso di semplificazione in quasi tutti gli aspetti della nostra quotidianità. I “tempi interessanti” introdotti nel titolo di questa 58. Biennale Arte dal curatore Ralph Rugoff in realtà evocano l’idea di tempi caotici e persino minacciosi, ma gli artisti con la loro audacia nello sfidare le convenzioni e la loro caparbietà nel considerare punti di vista poco familiari sono una preziosa occasione per provare ad attribuire un significato al mondo. Interessanti saranno i tempi che trascorriamo con loro e con le loro opere. Qui, a Venezia, nel cuore della storia dell’arte occidentale che guarda a oriente dove il Contemporaneo ha saputo occupare da protagonista il cuore vivo di questo straordinario incrocio di storie, linguaggi, visioni, appartenenze, La Biennale è già profonda storia del futuro, edizione dopo edizione in maniera sempre più crescente e pregnante. L’ultimo ventennio ha sancito il primato assoluto di questa istituzione culturale, unica per la sua struttura polimorfica, sul terreno delle arti in divenire. Qui esserci significa misurare la pressione sanguigna del contemporaneo, significa misurarsi con il dedalo infinito di possibilità espressive, alte o velleitarie che siano, che il mondo offre, significa incontrarsi corporeamente con opere ed artisti che ingaggiano i visitatori in un confronto a tu per tu, diretto, fuori dalla liquida, insulsa orgia digitale che rintrona le menti convincendole che tutto è a portata di touch.

 

Qui si deve toccare davvero con mano fisicamente, attraverso il proprio sguardo pieno, ciò che si costruisce attraverso il pensiero, le mani, il corpo tutto per emozionare, far riflettere, far vivere autenticamente chi cerca di andare oltre il convulso, incorporeo flusso di breaking news che ci svuota riempiendoci di nulla. La Biennale è mille e una cosa, però è soprattutto questo, ossia aprire centinaia, migliaia di finestre sulle differenti disposizioni mentali, culturali del nostro pianeta. È un sistema articolatissimo, vibrante, contraddittorio. Quindi vitale. Al di là di ogni retorico osanna, è fuor di dubbio che l’artefice principale di quella sottile e determinata strategia che ha permesso a questa istituzione di ‘costringere’ l’arte contemporanea tutta a sé, alla sua proposta di infiniti dialoghi e incroci tra operatori, media, visitatori, luoghi stessi, è il Presidente Paolo Baratta. Al suo ultimo anno di questa sua lunghissima stagione al timone di comando di questo straordinario vascello, oggi si può definitivamente dire che la Biennale Arte ha chiuso il suo amplissimo cerchio, divenendo un universo compiuto nella sua costitutiva apertura al mondo. Non potevamo quindi non interrogarlo brevemente, in maniera stringente, sulle tracce più significative che questa edizione e questa istituzione imprimeranno per l’ennesima volta sul nostro presente.

Sono molteplici i tratti, i percorsi che hanno contraddistinto e scandito la trasformazione radicale dell’istituzione e della struttura Biennale durante l’ultimo ventennio prevalentemente da lei condotto e presieduto. Ci interessa qui oggi capire come si è evoluto e consolidato in questo lungo lasso di tempo il ruolo della Biennale nell’economia complessiva della politica culturale italiana, e in che modi e misure si sia definito il suo peso specifico in qualità di rappresentanza diplomatico-culturale del nostro Paese nel mondo.

 

Quando parliamo di capacità di rappresentare il Paese sul piano diplomatico culturale, immagino ci riferiamo al prestigio del Paese nel mondo e non alla sua capacità di usare la cultura per finalità economiche o politiche specifiche. Dobbiamo essere chiari al riguardo. L’immagine del Paese che ci sta a cuore è quella di un paese evoluto, dotato di una civiltà alta e che lo dimostra proprio ospitando e sapendo gestire in modo ritenuto aperto e congruo una istituzione come La Biennale. E cioè capace di svolgere attraverso di essa iniziative di libero scambio e dialogo, fondate sul presupposto del ‘riconoscimento’ reciproco e della dignità di ciascuno. Tra i più importanti risultati ottenuti in questi anni sta proprio la conquista della stima e di una meglio consolidata reputazione nel mondo.


Quanto ha dato (e quanto è costata) alla Biennale la ‘conquista’ di una propria forte autonomia sia nella gestione della macchina organizzativa, sia nella creazione dei contenuti?

Solo l’autonomia la rende credibile, all’interno del Paese e fuori. L’autonomia della Biennale, ripeto, non è una concessione o un favore fatto alla efficienza di gestione o un privilegio; essa è elemento fondante della sua esistenza. Una Biennale solo parzialmente autonoma mi domando se avrebbe ragione di esistere. Che senso avrebbe un organismo pubblico operante nel campo dell’arte se non si sentisse il bisogno di una funzione autonoma e di un libero contributo alla conoscenza, al di là di quello che il mercato può offrire?


La formazione e l’educazione di un pubblico attento ai linguaggi contemporanei è da sempre un tratto centrale della vostra visione culturale. Lei ha parlato dei visitatori delle vostre mostre e dei vostri festival come di un nuovo partner. Quali i termini tra le parti di questo contratto non scritto? Cosa dà e cosa riceve prioritariamente in cambio dai visitatori la Biennale?

Molti interessi diversi concorrono a formare il mondo dell’arte, molti possono chiedere ausilio, sostegni, aiuti alla comunità per meglio operare. Il sistema delle arti e della promozione della conoscenza è variegato. Ma noi siamo chiamati a creare le condizioni per un maggior accesso alle arti da parte del pubblico, offrendogli occasioni di incontro e di libero dialogo con gli artisti. E intendo dire artisti, oltre che opere d’arte, perché è proprio nel contatto diretto, nella illuminazione che proviene dal contatto diretto con l’opera, e quindi con l’artista, che si raggiunge il nostro vero scopo. E con il minimo di intermediazione culturale. Noi dobbiamo assicurare il visitatore che non abbiamo altri fini che lui per conquistare la sua fiducia. Quando diciamo di aver trovato nei visitatori un ‘partner’ ci riferiamo al fatto che l’aumento dei visitatori avvenuto in questi anni ha determinato un aumento di incassi in misura decisiva. Ciò aumenta le nostre dotazioni e quindi, sottolineiamo, la nostra autonomia. Fin dai primi tempi alcuni insistevano nel domandarmi quando partner ‘privati’ sarebbero entrati nella Biennale; rispondevo con parole volutamente evasive. Ecco, oggi rispondo con un fatto, perché abbiamo trovato il partner che ha fiducia in noi: i nostri visitatori


arsenale-vistaok.jpgA differenza di espressioni artistiche di cui abbiamo già una qualche esperienza, l’arte contemporanea – come lei ha sottolineato – non offre il conforto della memoria e anzi si avvale della memoria per ottenere un effetto di estraneità. Perché è importante che la Biennale rimanga “tentazione e bussola” per l’arte contemporanea? Cosa direbbe a un ‘visitatore riluttante’ per convincerlo a visitare in particolare questa edizione della Biennale Arte?

Gli direi che a differenza della maggior parte dei luoghi che può visitare, qui non sa in anticipo cosa trova e dunque egli è protagonista attivo della sua visita. Gli direi di non credere a quanti vogliono spaventarlo di non fidarsi di loro, di fidarsi di sé stesso. Gli direi di considerare quanto sia importante, per leggere meglio quel che ci capita e quel che ci offre la vita, andare a sentire cosa dicono altri, e cioè gli artisti che non ce lo vogliono spiegare con le parole, ricordandoci con le loro opere che la creazione è un atto vitale, gli direi che fare una passeggiata in luoghi che non si conoscono, ma che gli artisti hanno esplorato, è una cosa che ci è di grande aiuto e che al termine della visita possiamo aver scoperto di noi stessi ricchezze nascoste. Questa Biennale Arte e quelle che l’hanno preceduta susseguendosi nel corso degli ultimi vent’anni, qualunque titolo esse abbiano avuto, sono state finalizzate a servire e illuminare il visitatore, nient’altro.


«May You Live In Interesting Times»

11 maggio-24 novembre2019

Venezia | Giardini | Arsenale

www.labiennale.org