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Home arrow ARTE arrow BIENNALE ARTE 2019 | Tra identità e censura. Jimmie Durham oltre gli schemi del contemporaneo
BIENNALE ARTE 2019 | Tra identità e censura. Jimmie Durham oltre gli schemi del contemporaneo
di Nicola Ricciardi   
durham-baratta-gr.jpgIl Leone d’Oro alla carriera è un riconoscimento che, per definizione, guarda al passato. È un piccolo faro che illumina i passi di un artista e misura la profondità delle impronte lasciate lungo la via. Il Leone di quest’anno, assegnato su proposta di Ralph Rugoff a Jimmie Durham, illumina però altrettanto bene il nostro presente.

 

Scultore e poeta, saggista e performer, Durham ha sempre eluso, con un alto grado di arguzia e inventiva, categorizzazioni semplicistiche, facendosi spesso gioco delle classificazioni da cui i musei sono tradizionalmente dipendenti.

 

Nonostante questo, o forse proprio in ragione di questo, il tema centrale della sua ricerca è da sempre l’identità, a partire dalla sua. Durham è largamente percepito come un artista nativo americano, nonostante lui stesso si sia più volte vocalmente opposto a questa definizione.

 

Ragioni del contendere sono state la sua affiliazione, negli anni ‘70, all’American Indian Movement e i successivi dubbi sulle sue origini Cherokee.

 

Se fino a pochi anni fa la problematicità di questa mai risolta ambivalenza veniva soppesata assieme all’impegno di Durham nell’affrontare in prima persona la questione – con ironia e autoironia, con critica e autocritica – negli anni in cui il dibattito si è spostato sui social media la carriera dell’artista è stata ridotta all’essenzialità di un appellativo assai di moda, “fake”.

 

La grande retrospettiva itinerante del 2017, che ha coinvolto Hammer, Walker e Whitney, è stata accompagnata da uno sciame di commenti online tale da trasformare una possibile e ragionata discussione sulla sua ricerca in un referendum di gusto draconiano su chi abbia il diritto di dire cosa, e dove. Se da un lato questo nuovo dibattito ha portato a un’analisi più puntuale sul posto dei nativi americani nel mondo dell’arte, è difficile giudicare positivamente la violenta invocazione alla censura indirizzata alle tre istituzioni americane via facebook e twitter.

 

jimmie-durham_portrait_photo-william-nicholson.jpgLa nostra contemporaneità è scandita da parole-feticcio che nel tentativo ingenuo di riassumere le complessità del mondo (e dell’arte) lo sviliscono disossandone il senso. Questo Leone d’Oro, a suo modo coraggioso, si inserisce nella disputa con puntualità e grazia e ci ricorda che, decenni prima dell’avvento di internet, Jimmie Durham si arrovellava già con il concetto di “fake”, integrando nelle sue sculture e nei suoi scritti prospettive alternative con sagacia e giocosità.

 

Come ha ricordato lo stesso Rugoff, «da cinquant’anni Durham trova modi sempre nuovi, intelligenti ed efficaci per far fronte alle forze politiche e sociali che plasmano da sempre il mondo in cui viviamo». Il riconoscimento veneziano è un invito puntuale a farsi contagiare da quello stesso stimolo: a non trattenersi dunque dall’atto del mettere in discussione, ma allo stesso tempo a far buon uso dell’intelligenza per non trasformare la discussione in una preventiva censura.

Nicola Ricciardi