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Arcaico contemporaneo. Oggi, la Turandot
di Andrea Oddone Martin   

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Destino: «Creonte proclamò che al risolutore dell’enigma proposto dalla Sfinge sarebbe stato concesso il regno e insieme la sposa di Laio». Una storia antica, che irraggia la sua luce fino al nostro tempo. Rincorrendo la nostra profondità, solo le ombre causate da codesta luce ci sono concesse. Tracce, indizi, segni. Regione prediletta per tale pratica, l’arte. Il palcoscenico dell’opera spazio eletto. Turandot è l’opera lirica in cui i percorsi si intrecciano, l’antico e il moderno si contemplano, in un annullamento della cronologia. Diventa tutto attuale, in Turandot.

 

Puccini, nell’estremo sforzo compositivo, riunisce l’arcaico dell’ambientazione all’epoca esotica (di un oriente ormai sempre più prossimo, incombente nella nostra attualità) al contemporaneo della tensione moderna, nelle architetture musicali di un compositore aggiornatissimo dei fermenti che attraversavano all’epoca i linguaggi musicali, nella felicità melodica che si infrangerà di lì a poco (Edgard Varèse scrisse, poco dopo la scomparsa di Puccini: «Per quanto grottesco possa sembrare, parlare dell’autore di Bohème, Butterfly e Tosca come dell’ultimo melodista, è probabile che nessuna ricerca, per quanto seria e vasta, potrebbe mettere in luce un compositore di livello più o meno alto che si possa definire un notevole melodista»). Malgré lui, Puccini fa caposaldo della sua Turandot di uno dei tratti caratteristici dell’arte novecentesca: l’incompiutezza.

 

focus_origami.jpgUn’incompiutezza pregna di significato, dopo l’immane tragedia della Grande Guerra : incompiuto il coevo Doktor Faust di Busoni, incompiuto L’uomo senza qualità di Robert Musil (pubblicato tra il 1930 e il 1943, ma ambientato nel 1913); La cognizione del dolore, grande incompiuto successivo di Carlo Emilio Gadda, gigante della letteratura novecentesca. L’incompiutezza, stigma della palude che presenta la paralisi sgomenta, l’immobilità pietrificata dell’abisso terribile, astuto ed inevitabile: l’occhio di Medusa. Turandot, scontro di interpretazioni qualitativamente opposte della forza vitale per antonomasia: l’amore. Come non confrontare l’amore che fa della competizione il proprio vessillo, quello di Calaf che corrisponde alla sfida di Turandot, irresistibile per lui, inebriato dall’adrenalina dell’inseguimento al trionfo, all’alienante vittoria egocentrica sulla sovrastruttura altrettanto alienante di Turandot, alla scossa del rischio fatale con invece l’amore di Liù, devoto, sommesso e compassionevole, altruista, totalmente disinteressato e sommamente eroico, lontano dal clamore ma lui sì realmente essenziale, splendente.

 

Destino: il maestro Puccini lasciò questo mondo alla scrittura della pagina in cui Liù si immola, dopo aver subito atroci torture, per non cedere e svelare il nome dell’uomo che ella ama, difendendo strenuamente il principio dell’amore. Nel 1926, il maestro Toscanini al debutto di Turandot terminò l’esecuzione in quel punto, rivolgendosi al pubblico con queste parole: «Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il maestro è morto». Per la stagione lirica di quest’anno, la prima di Turandot sarà in scena, con regia di Cecilia Ligorio, al Gran Teatro La Fenice il 10 maggio.

 

Turandot
10, 12, 17, 19, 21, 24, 25, 29 maggio Teatro La Fenice
www.teatrolafenice.it