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Di tasto in tasto. Alla Fenice, Beethoven e Brahms
di Andrea Oddone Martin   
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Sol maggiore in primo rivolto, il pianoforte di András Schiff a innescare con le celebri cinque battute in solitudine il Concerto n. 4 per piano e orchestra Op. 58 di Ludwig van Beethoven. Inizierà in questo modo la serata di sabato 6 luglio al Teatro La Fenice, dedicata a Beethoven e a Johannes Brahms. Interpreti d’eccezione, Myung-Whun Chung e András Schiff. Soprattutto Schiff, che all’intero ciclo delle Sonate di Beethoven ha dedicato pregiate riflessioni interpretative. Ben si presta il Concerto n. 4, all’esecuzione nonché all’ascolto intellettualmente profondi, raffinati: è in questa composizione che Beethoven si emancipa senza tradire i mentori (Mozart, su tutti), inseguendo una via per gran parte inedita che abbisogna di uno sguardo prospettivo e contemporaneamente retrospettivo, ampio nel suo intendere i confini culturali dell’opera d’arte.

 

Come afferma lo stesso Schiff, in un’intervista di qualche tempo fa: «In Beethoven, a differenza di Mozart o di Schubert, non ci sono gesti “ripetitivi” di alcun tipo: tutto nasce e si sviluppa sotto il segno del nuovo. L’interprete deve saperlo trasmettere nell’esecuzione e insieme a lui anche l’ascoltatore si deve misurare attivamente con l’inedito comporre ‘processivo’ di Beethoven. In Beethoven non esiste che qualcosa sia soltanto bello o pieno di sentimento».

 

L’opera beethoveniana si sostanzia in un potenziale di sviluppo che la supera, conducendo il pensiero su linee che traguardano il Romanticismo, anche il tardo Romanticismo. La compostezza classica del linguaggio si unisce ad un contenuto di forte autobiografismo ma di portata universale. Un itinerario innovativo, creato da Beethoven nella presenza dell’”amata immortale”; percorso in cui l’inquietudine tonale diventa una precisa direzione spirituale: i moti dell’animo si rispecchiano nella variegata veste armonica, nell’abbondanza di modulazioni anche interne agli stessi temi. Una gamma espressiva ricca, sottile, vibratile. Valicando il concetto di “lotta”, di confronto fra caratterizzazioni tematiche opposte (se non nel movimento centrale), il Concerto n. 4 realizza un’atmosfera da cui promana un incantamento luminoso, un sortilegio sfumato, tenue ma virile, che l’accosta ai coevi Quartetti Razumowsky Op. 59, alla Quarta Sinfonia Op. 60 e al Concerto per Violino Op. 61.

 

Un intimismo che verrà replicato una volta che András Schiff avrà lasciato il palco, nell’esecuzione della Sinfonia n. 4 Op. 98 di Johannes Brahms. Capolavoro compatto e concentrato, apice del sinfonismo romantico e ultima composizione sinfonica del Maestro amburghese, si affianca al Concerto n. 4 di Beethoven per la ricchezza quasi cameristica dei dettagli, i quali nel loro ruolo funzionale si oppongono ad una lettura unidimensionale pur conservando la dovizia delle relazioni. Estate 1885, Brahms si trova in villeggiatura a Mürzzuschlag in Stiria dove compone velocemente e termina la Sinfonia n. 4. Alla domanda di Max Kalbeck (futuro biografo di Brahms venuto in visita) che si informa se sia un quartetto l’ultima composizione del Maestro, gli risponde: «Un quartetto? Oh no, non sono così nobile. Mi sono limitato a mettere insieme una serie di polke e di valzer».

 

«Stagione Sinfonica 2018-2019»
6 luglio Teatro La Fenice
www.teatrolafenice.it