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Home arrow TEATRO arrow BIENNALE TEATRO 2019 | Il cacciatore di realtà. Incontro con Jens Hillje, Leone d’Oro alla carriera
BIENNALE TEATRO 2019 | Il cacciatore di realtà. Incontro con Jens Hillje, Leone d’Oro alla carriera
di Loris Casadei   
ImagePrime esperienze teatrali nelle birrerie milanesi agli inizi degli anni ‘80, non a caso sceglie The Crucible di Arthur Miller, ove è centrale il tema di caccia alle streghe – di qualunque streghe si tratti –, poi Accademia di Arti applicate a Perugia, e si sente aria di Bauhaus, indi decide di proseguire gli studi a Hildesheim, dove il ciclo di studio conserva e valorizza una teoria mai disgiunta dalla prassi. Ultima tappa Berlino nel 1995. Lavora con Thomas Ostermeier (di cui forse ricordate Il matrimonio di Maria Braun alla Biennale Teatro 2015), con cui inizia un lungo sodalizio: insieme fondano Barrack al Deutsches Theater, uno spazio e una compagnia per mettere in scena i testi della drammaturgia contemporanea. Dal 1999 fino al 2009 è capo-drammaturgo e membro della direzione artistica della Schaubühne di Berlino con lo stesso Ostermeier e la coreografa Sasha Waltz (che abbiamo visto di recente alla Biennale Danza con lo stupendo Impromptus). 
Jens Hillje è oggi l’anima del Gorki Theater, di cui dal 2013 è condirettore e capo drammaturgo. La sua mission è esplorare il mondo attuale nella sua fase di transizione e mutamento di valori in un dialogo continuo con il pubblico.

 

Team di attori e registi multietnico a riflettere la nuova struttura sociale contemporanea. Una missione costante, se si pensa alla premiere del 1988 di The Transitional Society di Volker Braun, diretto da Thomas Langhoff, una scelta controversa, uno spettacolo visto come un addio alle condizioni sociali della DDR, messo in scena profeticamente poco prima della caduta del Muro. Il Leone d’Oro alla carriera edizione 2019 ama definirsi “Dramaturg” prima ancora che regista, «un pensatore, un cervello del teatro, colui che vede, ascolta, riflette e restituisce alle altre persone: gli attori, il regista, il pubblico».


Dimenticavo: in Italia si è anche avvicinato al DAMS di Bologna e la lezione di Umberto Eco sulla comunicazione a due vie, con feedback obbligatorio di risposta a verifica, è sicuramente ancora presente nel suo lavoro. Al Festival presenta, per la regia di Sebastian Nübling, Es sagt mir nichts, das sogenannte Draußen, che una pudica traduzione potrebbe indicare come “Non me ne frega niente del resto” e Die Hamletmaschine. Il primo è un copione scritto per il Gorki da Sibille Berg, che l’autorevole rivista «Theater heute» individuò come pezzo teatrale dell’anno nel 2014. In scena quattro donne tra i 20 e i 30 anni, giacche sportive e vestitini a pois, impegnate con i loro telefonini, skype, sms a vivere una vita 2.0, virtuale, sempre sarcastiche e disilluse: parlano, ballano, cantano a cappella il loro “non me ne frega niente”. Nascondono un segreto, ma questo fa parte della vita, ove anche i film hollywoodiani hanno perso il loro smalto. Il secondo è tratto da nove potentissime pagine di Heiner Müller del 1977. Amleto parla alle onde e si disgusta del suo ruolo. Si toglie il costume e rifiuta di continuare la recita. La vera protagonista è Ofelia, «quella che il fiume non ha voluto, la donna con la corda al collo, con le vene tagliate, in overdose, con la testa nel forno a gas». Un disperato atto di accusa contro tutte le ipocrisie.

 

Già il Living Theatre aveva rilevato che se il pubblico non reagisce, se non diventa protagonista attivo, non vi è teatro. Ora scrittura teatrale, spazio, gesto, suono, luce non sembrano sufficienti a coprire l’intero essere del Teatro; serve un drammaturgo che curi anche il rapporto con lo spettatore. Come viene assolta questa funzione nel suo teatro e come vive il ruolo che ricopre al prestigioso Gorki Theater di Berlino?
La sfida che oggi il teatro deve affrontare e vincere è, più che mai, quella del “reale”, l’autentico incontro nello spazio della libertà dell’arte, quanto vi è tra l’artista sul palcoscenico e gli spettatori. Non c’è nulla di “finto” a teatro; c’è un incontro di corpi esistenti in uno spazio reale, in un tempo reale, e questo ha oggi un’importanza politica che non aveva mai avuto prima, non in queste proporzioni almeno. Per poter afferrare questa “realtà” gli autori devono organizzarsi in modo diverso nell’Europa di oggi. L’autore è una squadra composta da drammaturgo, regista e attori che lavorano insieme. In qualità di direttore artistico cerco di organizzare la creazione di un’opera in modi nuovi. Come drammaturgo cerco di essere previdente e di usare virtù come pazienza e precisione nel creare. In questo modo nuovi pensieri e prospettive emergono più facilmente e sono più facilmente accettati. Per poter far ciò è fondamentale la grande e difficile arte dell’ascoltare. L’idea che ci ha guidato al Gorki era di aprire il teatro alla città e alle sue nuove realtà. Oggi, Berlino è una società urbana caratterizzata molto fortemente dall’immigrazione: tedeschi dell’Est e dell’Ovest, turchi, polacchi, jugoslavi, russi, ebrei, vietnamiti e i molti cittadini dell’Unione Europea che sono venuti qui negli ultimi anni. E poi altri da Israele, Palestina e Siria. E la cosa interessante è che diventare berlinesi è questione assai facile: dopo qualche anno sei già uno di loro. È un’identità molto aperta e accessibile.
Il nostro teatro è al centro di questa città ed è finanziato dai cittadini, quindi è giusto che i cittadini e i loro conflitti, le loro storie e le loro prospettive, siano rappresentati sulla scena. Questo rende possibile la condivisione. Facciamo esperienza di noi stessi, di una città così forte, bella, varia, nel teatro – e pensare che a volte è difficile fare queste esperienze tra di noi. Il pubblico partecipa ai nostri spettacoli e poi ne discute qui al Parco Gorki, che è un altro luogo per parlarsi ed ascoltarsi.

Nei suoi spettacoli viene reiterato “io sono l’altro”, oppure il “non devi avere paura”. In che senso il suo può definirsi un “teatro politico”?
Tutto dipende dall’analisi che facciamo delle nostre esperienze e della nostra conoscenza e dalla capacità di trovare le storie che vale la pena davvero di raccontare. Mi chiedo sempre quali siano i miei punti ciechi e quali quelli della società in cui vivo. Il teatro dovrebbe essere parte dell’agorà della polis moderna. Può riflettere criticamente sulla realtà di una società varia, moderna e urbana, piena di conflitti, e (rap)presentarla ai cittadini stessi. L’arte è uno specchio della società.
Viviamo in un periodo simile agli anni appena precedenti il 1998: una società in transizione. La crisi della liberaldemocrazia s’intensifica. Collasserà come il socialismo sovietico? E cosa arriverà dopo? Dobbiamo prendere questa crisi per le corna e lavorare su qualcosa di nuovo. Quello che viviamo è il conflitto tra due modelli di futuro: una società aperta radicalmente democratica e una società chiusa e autoritaria. Questi due modelli rispondono alla volontà di giustizia che c’è nella società. Penso che il teatro debba interferire in questo conflitto e diventare un luogo di dibattito nella società del futuro attraverso l’arte e il linguaggio.

Lei ha vissuto e studiato a lungo in Italia. Ritiene che vi siano ancora delle specificità nazionali? E secondo lei per quale motivo in Italia il fondamentale ruolo del Dramaturg fatica a svilupparsi, mentre nel mondo di lingua tedesca sta vivendo una piena affermazione?
C’è un umanismo individuale radicato profondamente negli italiani e sono molto grato loro per avermelo fatto conoscere. Non esiste in questa forma in Germania. Sì, gli italiani hanno anche creato il fascismo, ma solo i tedeschi hanno saputo perfezionarlo in questo modo spietato e totalitario. Oggi molti tedeschi diffidano dell’idea di un eroe che ci salverà tutti, il che significa che nazioni diverse traggono diverse conclusioni dalla propria storia. È interessante confrontarle.
Tornando al teatro, il drammaturgo contraddice l’idea romantica del regista di teatro come genio individuale. Nel teatro dei paesi di lingua tedesca non c’è un eroe solitario ma un gruppo, è un’opera d’insieme. Il drammaturgo è una parte essenziale di questo insieme. Non ne sono così sicuro, ma mi sembra che gli italiani si fidino poco dell’idea di lavoro collettivo, che invece ha successo a nord delle Alpi.

Gli ospiti del Festival presentano un segmento della propria “biografia artistica” attraverso la selezione di alcuni spettacoli. Cosa vedremo sul palco e quali sono le motivazioni della sua scelta?
Es sagt mir nichts das sogenannte Draußen, scritto da Sibylle Berg per le attrici del Gorki e diretto da Sebastian Nübling, è una commedia coreografata sulle giovani donne metropolitane che mettono in discussione le idee di emancipazione e di libertà. La prima è andata in scena con l’apertura del nuovo Gorki nel 2013. Da allora una delle attrici, Nora Abdel-Maksoud, è diventata regista di successo e drammaturga lei stessa. Lavora sia al Gorki che altrove.
La produzione di Heiner Müller di Die Hamletmaschine è stata creata in collaborazione con l’Exile-Ensemble al Gorki. Usando la storia di Amleto, artisti in esilio dalla Siria, dall’Afghanistan e dalla Palestina hanno portato i mondi artistici e politici di Damasco a Berlino, creando un potente processo di scambio. Nonostante sia una tragedia, lo spettacolo crea uno spazio comune che si può condividere con gli spettatori. Insieme possiamo sempre trovare uno spazio comune. Questo è il potenziale utopico del teatro.

 

Jens Hillje presenta:

 

3 agosto

h. 17.30, Arsenale - Tese dei Soppalchi

Sebastian Nübling

ES SAGT MIR NICHTS, DAS SOGENANNTE DRAUßEN

(2013, 75') prima italiana 

 

4 agosto

h. 18 Teatro Goldoni

Sebastian Nübling

DIE HAMLETMACHINE

(2018, 75') prima italiana

 

info su www.labiennale.org