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BIENNALE TEATRO 2019 | Del caos e della gioia. lncontro con il Leone d’Argento, Jetse Batelaan
di Loris Casadei   

ImageJetse Batelaan, Leiden, Olanda, 1978. Studia regia all’Accademia di teatro e danza di Amsterdam e dal 2013 è direttore artistico della compagnia Theater Artemis, una delle prime al mondo dedicata al teatro per ragazzi. Chiariamo subito che realizzare pièce per bambini e adolescenti è forse l’atto artistico più difficile e che ha alle sue spalle una lunga e fervida storia. La slapstick comedy è all’origine della commedia, senza disturbare Plauto, il burlesque americano, i classici dell’avanguardia dadaista o la Commedia dell’Arte.

 

La realizzazione di una gag richiede una esecuzione perfetta, nei gesti e nel ritmo. Chaplin per realizzare 600 metri de L’emigrante dovette girare 27.000 metri di pellicola. La tecnica del comico risiede nel capovolgimento di senso (vedi Charlot ne L’usuraio del 1916, dove vuole aprire una sveglia con l’apriscatole), o nella difficoltà di coordinamento motorio, maestro qui Buster Keaton col suo tipico slow burn, o ancora nella ossessiva ripetitività di gesti (da Stanlio e Ollio a Harold Lloyd e i suoi tentativi di scalare grattacieli). La sensibilità infantile tende a esprimersi senza diaframmi razionali, sorge prima di quella degli adulti. Mi ha colpito nella recente Biennale Danza che nella performance Un poyo rojo siano stati i pochi bambini presenti ad anticipare le risate che il pubblico adulto ha adottato con molto ritardo.


Le storie presentate dal Leone d’Argento Jetse Batelaan sono non di meno impegnative, non rifuggendo da una riflessione sulla società attuale, e infatti, recita la motivazione del Premio, grazie a Batelaan «il teatro per ragazzi, che spesso viene a torto considerato di serie B o comunque di una categoria inferiore rispetto a quello ‘ufficiale’, torna a rivestire l’importanza che merita e che ha avuto in passato, come peraltro insegna la storia della Biennale Teatro».

 

The Story of the Story è un’esplorazione del racconto e della sua possibilità di sopravvivenza e capacità di comunicare, mentre War affronta il tema non facile della guerra e delle guerre. Gioia e caos promette il regista. Dai sei anni in su? Raccomandabile a tutti!

 

Tipico del linguaggio cinematografico e teatrale comico sono le ripetizioni e l’inaspettato – l’apparire della giraffa in Broeders o ancora l’uso della sedia come strumento musicale in De man die alles weet. Da cosa trae ispirazione per costruire queste situazioni? Come si sviluppa il suo processo creativo?
Sicuramente il ripetuto e l’imprevedibile sono ingredienti importanti nei miei lavori e servono l’uno all’altro. La ripetizione rende lecito aspettarsi qualcosa di definito ed è possibile rompere questo schema e creare l’imprevisto. Questo processo di dare una regola e poi romperla è una strategia cui sono affezionato, dà struttura a un processo intuitivo. Io parto più o meno da zero e sviluppo il lavoro coinvolgendo molto gli attori e gli altri artisti. Poi rivedo il tutto in un secondo momento. Seguo un aspetto cronologico che immagino come una partita di scacchi tra me e un pubblico fittizio. Quale sarà il nostro primo passo? Cosa si aspetteranno dopo di questo? E in che modo risponderemo alle loro aspettative e ai loro desideri? E così via.

Ha in più occasioni dichiarato che non le interessa un teatro per tutti e che il suo target specifico sono i bambini, tanto da indicare per ogni suo spettacolo anche le fascia di età. Eppure i suoi lavori sono godibili da chiunque, così come i film di Chaplin. Cosa la induce a rivolgersi prevalentemente a bambini e ragazzi?
Il pubblico ha un ruolo importantissimo. Il conflitto non avviene tra personaggi, ma tra ciò che accade sulla scena e quelli che guardano cosa accade. Mi piace essere specifico nella scelta del mio pubblico: a chi va il ruolo dell’antagonista? È per questo che le rappresentazioni sono dirette a spettatori di una determinata fascia d’età. Ovviamente gli adulti sono i benvenuti, ma rimangono quasi in disparte, in piedi da un lato a osservare il vero spettacolo. E anche quando di bambini non ce ne sono proprio è importante immaginare che ci siano. È necessario per capire il lavoro. E, d’altro canto, specificare una fascia d’età è anche una provocazione, il mio modo di prendermi gioco della tendenza che ha qualcuno di fare arte meno seria per gli spettatori più giovani. Mi godo la posizione che ho nel campo dell’arte e sono fiero di creare arte per i bambini.

Parlando di drammaturgie, tema di questa edizione, per la scrittura scenica dei suoi spettacoli a quali competenze tecniche esterne si rivolge e di cosa invece si occupa personalmente?
Gli artigiani che lavorano al set, alle luci, alla musica e ai costumi sono miei alleati. Ho un filo diretto con loro dall’inizio alla fine dello spettacolo. È normale parlare della musica con lo scenografo e viceversa. Non è facile lavorare con me come regista perché non c’è un concetto definito o un testo che deve essere messo in scena. Sono, in realtà, tutti questi aspetti tecnici che creano l’opera d’arte. Non creiamo un’immagine per una storia, creiamo un’immagine autonoma. La mia immaginazione ha un forte carattere visivo, quindi è normale che io sia molto legato al lavoro degli scenografi e dei costumisti.

Secondo il Direttore Antonio Latella, lei è capace di «piegare il mondo degli adulti a quello dei bambini», una cosa molto difficile. A Venezia, in prima nazionale, presenta due spettacoli di cui uno è intitolato War: come si racconta la guerra ai bambini a teatro?
Domanda difficile, me la sono fatta anch’io durante il lavoro. Mi piace cacciarmi nei guai. Mi piace tentare l’impossibile. In questo caso mi è a volte parso che il problema fosse troppo grande per essere risolto. Come affrontare questo tema così grande? A me piace rompere le gerarchie, sia tra chi è sul palco che tra chi è in platea, ma anche tra le generazioni. Io sono una persona fortunata perché non ho idea di che cosa sia la guerra. Ne leggo sui giornali, guardo i notiziari, ma non capirò mai cos’è la guerra davvero e quale sia il suo impatto reale. Ed è anche vero, e il che è ancora più triste, che invece ci sono bambini che lo sanno fin troppo bene. Sono arrivati qui in Europa, nelle nostre classi a scuola, tra il pubblico dei nostri teatri. L’ammettere la nostra ignoranza su questi temi è stato fondamentale nel processo creativo che mi ha portato a scrivere War. Gli attori combattono contro un pubblico di bambini in una guerra che non vinceranno mai.

 

Jetse Batelaan presenta:

 

22 luglio 

h. 19 Teatro Goldoni

THE STORY OF STORY

(2018, 100') prima italiana

 

24 luglio

h. 18 Teatro Goldoni

WAR (2017, 50')

prima italiana

 

info su www.labiennale.org