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Crazy breed. Joker...uomo del nostro tempo?
di F.D.S.   
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Confesso di trovare poco seducenti le classifiche su quale sia il miglior Joker cinematografico. Nicholson, nel film di Tim Burton, offre al ruolo una dimensione carnascialesca e tribunizia che fa da contraltare alla freddezza devitalizzata di Keaton/Batman. Mentre Heath Ledger, ne Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan, disegna un Joker sacerdote dell’anarchia e artista del Chaos che fa da detonatore a quella atmosfera dark, sotterraneamente malata, che costituisce la cifra stilistica del film (ci sarebbe pure Jared Leto e il suo Joker psicopatico in Suicide Squad, peccato che la regia non lo valorizzi molto e sprechi quindi quella che si presentava come una ghiotta occasione).

 

Arriviamo al Joker che ha vinto il Leone d’oro a Venezia, anche se in questa origin story Joker appare solo alla fine, e per tutto il film in realtà abbiamo a che fare con Arthur Fleck, giovane problematico, seguito dai servizi sociali, che si sfanga la vita facendo il clown nelle strade e negli ospedali pediatrici di Gotham City. Per la prima volta Joker non appare come il naturale antagonista di Batman/Bruce Wayne (che nel film di Todd Phillips appare solo in una scena, quando, da bambino, assiste all’omicidio del padre), ma è da solo a sostenere tutto il peso del film. E questa è senza dubbio la specificità di questo Joker: rappresentarci la discesa agli inferi di Arthur Fleck e la sua progressiva caduta attraverso le vie crucis di una normale vita diseredata in quella città-fogna che è Gotham City.

 

È questa stessa specificità ad esaltare la straordinaria prova attoriale di Joaquin Phoenix: il film è tutto suo, anche perché De Niro si ritaglia una parte, quella del presentatore televisivo, che nelle moine e nei vezzi un po’ grossier non può non ricordare il Rupert Pupkin di Re per una notte, sottovalutato film di Scorsese.

 

Ha perso peso, Phoenix, per fare questo film: scapole e costole fuoriescono dal corpo attraversato da una disperazione elettrica, di chi vorrebbe essere dentro un film di Frank Capra e invece si trova frantumato tra i propri sogni infranti e i malvagi tradimenti del mondo. Non rimane che accettare la parte cattiva che c’è in ognuno di noi, diventare uno psicopatico e realizzare l’ultima trasformazione, quella definitiva: diventare Joker, un Joker social, imitato dai giovani di tutta la città che ne adottano trucco e modi. Questa strabiliante prova d’attore di Phoenix sembra tuttavia portare il film in una direzione un po’ troppo squilibrata, troppo concentrata sulla disperata caduta di Arthur Fleck da giovane che vorrebbe far ridere i bambini malati e si ritrova invece ad essere il vilain che mette a ferro e a fuoco Gotham City.

 

È un film cui sembra mancare la ‘visione’, quella che invece c’era nei film di Burton e di Nolan: la visione ‘postmoderna’ di Burton per cui la lotta tra bene e male si trasformava in un rito barocco e chiassosamente pop, oppure quella ‘alla James Ellroy’ di Nolan, quella più riuscita, in cui la linea di confine tra bene e male tende a sparire, e il male opera il tentativo di annullare il bene e insediarsi al governo della città, come se fosse un’operazione di strategia politica. Il Joker di Phillips sembra un remix che prende a prestito spunti e idee da alcuni capolavori precedenti, soprattutto Taxi driver, Re per una notte e Strange days, e zoppica un po’ quando la telecamera si stacca dal volto di Phoenix. Che vincerà l’Oscar 2020 come miglior attore (anche se il Brad Pitt di Tarantino, così svagato, così banale, quanto ci è piaciuto…).

Joker
Dal 3 ottobre al cinema
www.comune.venezia.it/cinema