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Prima della prima. Il Don Carlo per il nuovo inizio della Fenice
di Andrea Oddone Martin   
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La Fenice si appresta a vivere in maniera molto partecipata la prima dello spettacolo Don Carlo. Per permettere al maggior numero di persone di poter vivere le emozioni e le curiosità legate a questa nuova importante produzione, l’opera si diffonde per la città con quattro incontri che tracciano una sorta di itinerario che va oltre la “semplice” guida all’ascolto. Iniziati il 30 ottobre scorso all’M9 di Mestre con Alberto Toso Fei che ha raccontato la storia della Fenice attraverso curiosità e aneddoti e col sovrintendente Ortombina che ha parlato del Don Carlo, gli appuntamenti de La Fenice Diffusa proseguono il 6 novembre al The Gritti Palace con lo scrittore Giovanni Montanaro e Ottavia Piccolo.

 

Montanaro, partendo dalle figure chiave di quest’opera, Carlo e Filippo II, esplora il rapporto padre-figlio come motore della letteratura d’ogni tempo, mentre Ottavia Piccolo è impegnata in un reading con testi di Stevenson, Murakami, Parise, Morante. Il 13 novembre al Caffè Florian, salotto di Venezia da 299 anni, spetta a Fortunato Ortombina illustrare la nuova produzione del Don Carlo con la regia di Robert Carsen e la direzione d’orchestra affidata a Myung-Whun Chung. Ultimo incontro il 20 novembre, al Luna Baglioni, in cui Andrea Bellieni dei Musei Civici di Venezia e Franco Rossi dell’Archivio Storico della Fenice raccontano il rapporto tra Carlo V e Tiziano, collegandosi anche alla mostra in corso a Palazzo Ducale, Da Tiziano a Rubens.

 

Don Carlo di Giuseppe Verdi inaugura la nuova Stagione di Lirica e Balletto del Gran Teatro La Fenice di Venezia. Ormai affezionato al teatro veneziano, il Maestro Myung-Whun Chung guida l’orchestra della Fenice nella prima di domenica 24, mentre la regia è affidata al canadese Robert Carsen, già regista della prima Traviata veneziana che ha inaugurato il teatro ricostruito. Ambientato nel periodo della rinascenza italiana (celebre il ritratto di Filippo II realizzato da Tiziano), della reazione della Chiesa alla forza dirompente della Riforma luterana nel Concilio di Trento (1545-1563) che diede l’avvio alla Controriforma, il Don Carlo verdiano viene composto da una prospettiva temporale che si impernia nelle vicende europee del 1866.

 

In particolare, per l’Italia appena “unita”: il Risorgimento, la terza guerra d’indipendenza, la scapigliatura letteraria. In una panoramica più generale: l’avvento dell’Impressionismo, la pubblicazione di Delitto e Castigo di Dostoevskij. Un’attualità che permette a Verdi di emanciparsi dal versante puramente storico del XVI secolo e di scolpire a tutto tondo nei protagonisti del dramma le personalità funzionali al dramma stesso. Pur nato da una commissione parigina per un Grand Opéra (in cinque atti con obbligo del balletto), nel Don Carlo si apprezza un approfondimento che non dimentica la profondità del teatro shakespeariano, scandagliate con sensibilità da Verdi fin dal Macbeth, e un’articolazione della vicenda dove le determinazioni psicologiche sono fondanti.

 

È lo stesso regista ad affermare: «Don Carlo è un’opera complicata, combina le più belle pagine di musica che Verdi abbia mai scritto con una drammaturgia confusa. In questa versione (la versione del Don Carlo ridotta in quattro atti per La Scala nella recita del 1884) non è la storia che domina, ma la psicologia dei personaggi. Tuttavia, alcuni temi come la religione o il potere sono cruciali e non possono essere ignorati. Così come il contesto politico nel quale si svolge l’azione, segnato dal contrasto tra la Spagna cattolica e la Rivoluzione protestante nelle Fiandre. Ciononostante, il senso di questo lavoro non risiede nella storicità, infatti niente risulta storicamente corretto. È la narrazione psicologica e il proprio paesaggio emotiva a costituire l’opera».

 

E infatti, l’odierna messa in scena esalta la nera oppressione del potere clericale che pervade le immagini dello spettacolo di Carsen. Sottolineatura che si rafforza nella tiara imposta dal regista a Filippo II; il potere declinato ed esercitato in senso religioso diventa la struttura portante della rilettura registica, esplicita nella coercizione censoria del “rogo di libri” (un must che accompagna la storia del libro, fin dalle sue origini) e delle esecuzioni capitali con moderne armi da fuoco. Una caratterizzazione a cui diventano funzionali le altre importanti correnti presenti nella musica e nel libretto, un esempio: la lotta edipica che coinvolge Elisabetta, Filippo e Carlo e innerva la tragedia. Nel cast, tre prestigiosi debutti: Piero Pretti interpreta Don Carlo, Alex Esposito Filippo II e Julian Kim ricopre il ruolo del Marchese di Posa.

 

Don Carlo
24 novembre-7 dicembre Teatro La Fenice
www.teatrolafenice.it