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Memoria d'uomo. La versione di Martin
di Andrea Zennaro   
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Martin Scorsese ritorna a scandagliare le profondità del male, la violenza e l'ambiguità dell'animo umano in un gangster movie che è il canto del cigno del genere, nel suo canone classico. Un'opera imponente che si ricollega, per tematiche, a Mean Street (1973), Quei bravi ragazzi (1990) e Casinò (1995), e che è un ulteriore passo in avanti nel raggiungimento di una perfezione stilistica che non trova eguali. In questo lavoro, tratto dal libro di Charles Brandt I Heard You Paint Houses del 2004, irrompe nella narrazione la Storia con la ‘s’ maiuscola ed i personaggi si ritrovano ad interagire con essa muovendosi nell'ombra. Il sindacalista Jimmy Hoffa, interpretato da un Al Pacino in stato di grazia, che con il suo carisma affabula le masse e lo stesso protagonista, è la scheggia impazzita che innesca la deflagrazione interna del racconto.

 

Frank Sheeran, l'irlandese del titolo, per contrappunto, viene interpretato da De Niro con toni bassi in modo da caratterizzare un personaggio che rappresenta la manovalanza della mala, precisamente killer per conto del boss Russell Bufalino, un Joe Pesci dalla recitazione pacata e ipnotica, ma anche testimone ai margini delle trame oscure del Deep State. L'invasione della Baia dei Porci per rovesciare Fidel Castro che avrebbe favorito sia la mafia che il governo, l'omicidio di John Fitzgerald Kennedy e le trame occulte ci portano a pensare che il vero obiettivo dei malavitosi non sia l'arricchimento, come nei precedenti lavori del regista, bensì la scalata al potere, e che nulla e nessuno possa mettersi di traverso.

 

Prima degli affetti familiari, dell'amicizia, dei sentimenti personali viene la lealtà a chi ti comanda: il protagonista rivive la propria vita, ormai anziano in ospizio, ripensando alle sue azioni ed a come lo scorrere del tempo abbia divorato tutto e tutti in un lento e crepuscolare esame di coscienza che non trova espiazione. Un progetto monumentale, costato 140 milioni di dollari, sul quale Scorsese e De Niro rimuginavano da 23 anni, e che solo grazie a Netflix, che ha garantito un passaggio al cinema, ha potuto vedere la luce: 309 scene girate in 117 location per 108 giorni di riprese, con sei mesi in sala di montaggio con la fedele Thelma Schoonmaker.

 

A questo va aggiunto il meticoloso ed innovativo lavoro in CGI dell'Industrial Light & Magic per ringiovanire digitalmente gli attori nel corso della narrazione. Secondo lo stesso Scorsese, Netflix era l'unica via praticabile per ottenere una totale libertà autoriale altrimenti soffocata dalle major hollywoodiane che hanno come unico obiettivo il grande incasso: la recente invettiva del regista verso il cinema dei supereroi è sacrosanta e deve fungere da campanello d'allarme per una macchina produttiva hollywoodiana destinata a collassare su se stessa, invischiata tra reboot, remake, cinecomic e film per bambini. Sempre secondo il regista, in questo periodo di cambiamenti epocali nell'ambito dell'intrattenimento audiovisivo, l'importante è realizzare film rimanendo il più possibile fedeli al proprio impulso creativo e sperando che il maggior numero di persone possa vederli, anche attraverso mezzi di distribuzione non tradizionali.

 

The Irishman
Al cinema e su Netflix dal 4 novembre
www.comune.venezia.it/cinema