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Home arrow ZOOM arrow Muri Maestri. Incontri sulla storia europea a 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino
Muri Maestri. Incontri sulla storia europea a 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino
di Redazione   
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A 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino, M9 – Museo del ‘900 di Mestre organizza un ciclo di approfondimento sulla storia europea per riflettere su quel passaggio decisivo del Novecento che ha cambiato radicalmente la storia mondiale. Sei appuntamenti che raccontano i fatti che dalla fine della Guerra Fredda diedero avvio a una stagione politica nuova, che sembrava dover aprire le porte a un futuro di sviluppo più democratico e più diffuso a livello globale. I dibattiti che M9 propone tra il 9 novembre e il 14 dicembre coinvolgono storici, economisti e grandi firme del giornalismo per presentare al pubblico un quadro ampio e approfondito di cosa è stato il trentennio successivo alla caduta del Muro di Berlino.
Anticipiamo le riflessioni di alcuni protagonisti, primo fra tutti Luigi Reitani, che dal 2015 fino a settembre 2019 ha ricoperto la carica di Direttore dell’Istituto Italiano di cultura di Berlino. Classe 1959, originario di Cerignola, provincia di Foggia, Reitani è uno dei più grandi germanisti italiani contemporanei con una particolare passione per la letteratura austriaca del Novecento. Nel 2014 ha firmato, da saggista, Germania europea, Europa tedesca (ed. Salerno), in cui si interroga sul ruolo dello Stato della Merkel all’interno del panorama europeo. Ordinario di Letteratura tedesca all’Università di Udine, è stato professore ospite alle Università di Klagenfurt e Basilea.
Guardare oggi al 1989 è un modo per ripensare al nostro passato prossimo.

 

Oggi che Berlino è la capitale non solo della Germania, ma probabilmente dell’intera Europa, quale rapporto si è progressivamente instaurato tra la città e un Paese che prima viveva la drammatica ed evidente lacerazione del Muro? Quali sono i fili ancora riconoscibili e vivi che legano il passato alla Berlino del presente?
Berlino continua a essere e a sentirsi una città in qualche modo differente rispetto al resto della Germania. Una città singolare, metropoli del mondo, non necessariamente tedesca. Di fatto è la città in Germania che presenta al proprio interno il maggior numero di comunità internazionali e dove si parla più diffusamente l'inglese. Berlino cerca allo stesso tempo di rivendicare questa sua internazionalità e di proiettarsi nel futuro guardando il meno possibile al proprio passato, nonostante rappresenti una sorta di museo naturale del Novecento, attraverso una topografia urbana che porta con sé evidentissime tracce della storia nazionale ed europea. Chi viene a Berlino si aspetta di trovare testimonianze visibili della storia recente, a partire dalle tracce del Muro per poi passare alla Porta di Brandeburgo o a quello che fu il vecchio Reichstag, attraverso monumenti classicamente uniti a elementi che sono parte integrante dell'architettura cittadina, non ultimo quello che fu il bunker in cui Hitler si rifugiò prima dell'epilogo, in realtà corrispondente a un anonimo parcheggio che rimane comunque tappa irrinunciabile di un percorso di ogni guida turistica cittadina. Paradossalmente Berlino sfrutta un forte potenziale turistico inerente al passato facendo tutti gli sforzi possibili per proiettarsi nel futuro.
Già prima del secondo conflitto mondiale, all'inizio del Secolo, un intellettuale berlinese aveva definito la città come una realtà “condannata a diventare, mai a essere”, a cambiare continuamente fisionomia. È una definizione che secondo me possiamo considerare valida ancora oggi: si abbattono le costruzioni degli anni '80 per far posto a nuovi progetti, cambiando incessantemente l'identità architettonica della città. Di recente è sorto Futurium, un polo museale dedicato proprio al futuro, un unicum al mondo direi, che arricchisce la città di un ulteriore paradosso, stravolgendo il concetto stesso di museo inteso come contenitore di storie passate.
È una città capace come poche altre al mondo di sperimentare, a volte facendo anche piazza pulita di quelle che sono le tracce del passato e della tradizione: chi è in cerca della tradizione pura e semplice a Berlino rimarrà deluso, pur con l'abbondanza di un'archeologia del passato che tuttavia non può essere identificata con la tradizione, concetto che Berlino mette quotidianamente in discussione attraverso una sperimentazione che tocca differenti ambiti della vita sociale e culturale cittadina. Tutte queste caratteristiche rendono la città al tempo stesso affascinante e problematica, distinguendola da una realtà nazionale come quella tedesca che spesso è stata sinonimo di tradizione e radicamento, caratterizzata da una diversità regionale intesa come dialettica in cui ogni voce fa comunque parte di un coro, di un insieme di riferimento.

Berlino è la città in Europa che meglio racconta le aporie spesso drammatiche del Novecento. Quali le tracce iconiche meno prevedibili ma egualmente profonde di questa città simbolo del Secolo breve?
Uno dei luoghi che considero più simbolici è di sicuro quella che viene chiamata la Chiesa del Ricordo, a Berlino ovest, la Gedächtniskirche di Breitscheidplatz, nel quartiere di Charlottenburg, che dopo essere stata quasi totalmente distrutta da un bombardamento nel novembre del 1943 per diversi anni rimase in stato di semiabbandono, segno tangibile di un'estetica del frammento materializzata da questa architettura che si fa monito di quello che è stato, dei risultati a cui certe azioni hanno condotto.
Altro monumento che affiancherei idealmente a questo è il castello cittadino, lo Schloss, nel pieno centro della città. Ricostruito con un massiccio investimento e non ancora inaugurato, si tratta di un monumento iconico dalla storia assai travagliata. Costruito tra il Seicento e il Settecento, cuore urbanistico della città da cui si dirama anche il viale Unter den Linden, costruzione voluta dalla casa regnante e da Federico II di Brandeburgo che negli anni si è fatta anche forum della città, prendendo i propri valori dagli stili barocco, rinascimentale e neoclassico che la Germania in quell'epoca non possedeva entro i propri confini. Questo castello venne completamente distrutto durante la Seconda Guerra mondiale, i frammenti vennero poi rasi al suolo dalla DDR e sostituiti dal Palazzo della Repubblica, simbolo della potenza economica della Germania dell'Est. Dopo la fine del regime comunista lo stesso Palazzo venne a sua volta demolito per lasciare il posto ad una nuova ricostruzione del Castello, con un architetto italiano, Franco Stella, ad aggiudicarsi il concorso internazionale. A testimonianza dell'importanza culturale di questo luogo sta la volontà di racchiudere al suo interno l'Humboldt Forum, luogo dinamico caratterizzato proprio da ideali di apertura verso le altre culture, oltre che museo e centro di ricerca tra i più significativi dell'Europa futura.
Trovo particolarmente affascinante affiancare la Chiesa del Ricordo alla ricostruzione del Castello, un’associazione che ci restituisce eloquentemente la diversità di energie e stimoli cui Berlino non si sottrae mai, ma che anzi recepisce ed esalta incessantemente. Ovviamente il Muro ancora c'è, non solo nei ricordi e nella memoria, ma anche nelle pietre vive delle strade di Berlino, impossibile cancellarlo. Però questa è una città condannata a una sua perenne ridefinizione, capace di andare oltre anche all’indicibile pur serbandone i segni indelebili. In tal senso, quindi, ritengo che oggi siano altre da quelle classicamente note le icone berlinesi cui guardare per capire il presente e soprattutto il futuro di questo luogo irripetibile.

Simbolo dell'unità ricomposta, la città non è probabilmente del tutto immune alla spinta di stimoli sovranisti e di estrema destra i cui venti oggi soffiano sempre più forti in tutta Europa e non solo, e che ora anche in Germania ritornano con non poca preoccupazione, anche se sino a ora contenuti da una classe dirigente sostanzialmente responsabile e attentissima, per ovvie ragioni storiche, a contenere siffatte derive. Eppure la capitale tedesca nella percezione più superficiale sembra essere più impermeabile rispetto al territorio dell’ex DDR a questi rigurgiti estremisti. La Berlino di oggi restituisce nel suo corpo urbano le differenze politiche in questo senso tra Est e Ovest, oppure siamo davvero in presenza di una città in cui la sintesi civile tra i due opposti si è in qualche modo compiuta?
Nonostante gli enormi sforzi compiuti, i cui esiti sono stati per molti aspetti straordinariamente positivi, la divisione, le differenze permangono, anche se a livelli non così estremi come quelli esistenti prima della caduta del Muro naturalmente. Si tratta di contraddizioni che si ripercuotono a livello sociale e politico, oltre che economico. Berlino continua ad essere specchio delle divisioni presenti a livello nazionale: se ci si reca nel distretto di Marzahn-Hellersdorf, quartiere satellitare Berlino Est dove le forze della destra raccolgono moltissimi voti, ci si imbatterà in una realtà molto differente rispetto a, che so, Charlottenburg, quartiere residenziale dell'Ovest.
Un aspetto su cui riflettere e che ho potuto riscontrare di persona con amici e colleghi residenti a Ovest è la fortissima sensazione di insicurezza che informa l’approccio di queste persone quando, per ragioni di lavoro o per ragioni personali, si trovano costretti a spingersi verso Est, cosa che invece non si registra nella direzione opposta, dove il sentimento principale è sempre stato quello della curiosità. Sotto l’ombrello della ricucitura urbanistica, architettonica, culturale, istituzionale, quindi, in realtà è come se il Muro, a quarant'anni dal suo abbattimento, continuasse ad esistere nella testa delle persone. Si tratta di dinamiche che vanno oltre il concetto classico di 'periferia', inteso come contesto urbano trasandato, marginale; nel contesto tedesco, peraltro, capita spesso che zone topograficamente considerate periferiche siano in realtà esteticamente molto gradevoli e urbanisticamente funzionali. Quindi qui non si tratta tanto di questo, che è un dato che accomuna poi un po’ tutte le metropoli del mondo; no, qui recarsi a Est per i berlinesi da sempre liberi e benestanti dell’Ovest rappresenta un viaggio attraverso una frontiera mentale che ci vorranno generazioni perché venga definitivamente abbattuta.
Nel suo complesso poi la città presenta delle problematiche sociali assai forti. Ad esempio, il tasso di disoccupazione qui è molto più alto rispetto alla media nazionale. Fino a 5-6 anni fa Berlino compensava queste difficoltà con un’offerta di servizi, a partire dai canoni abitativi, a prezzi più bassi rispetto al resto del Paese, il che rendeva più accessibile per le fasce sociali meno abbienti risiedervi, attirando quindi moltissime persone da ogni dove nella sua cinta urbana. Una definizione di un suo vecchio sindaco la descriveva all'epoca come “povera ma sexy”: pur non offrendo posti di lavoro o stipendi alti riusciva ad attirare una gran quantità di giovani, connotandosi come realtà estremamente creativa e dinamica, aperta agli stimoli più disparati, un percorso che ha avuto il suo apice tra il 2000 e il 2010.
Oggi la situazione non è più la stessa, principalmente a causa di una grossa emergenza abitativa determinata anche qui, pur non nelle dimensioni delle altre grandi metropoli europee, dalla cosiddetta “gentrification”, con aumenti considerevoli degli affitti e conseguente tendenza a espellere dal corpo centrale della città le fasce meno abbienti. L'anno scorso Berlino ha visto crescere di 40.000 unità i suoi abitanti, in maggioranza giovani o comunque sia non certo persone facoltose, costringendo il Land cittadino a deliberare recentemente un blocco degli affitti, provvedimento abbastanza eclatante quanto assolutamente necessario, pena la perdita di attrattività verso in particolare i giovani europei. La vera sfida sarà capire ora come recuperare l'appeal che la città possedeva fino a non molti anni fa.
Rimane il fatto, come si diceva, che la parte Est gode di una ricchezza decisamente minore e la qualità delle sue infrastrutture rispetto a quelle dell’Ovest è di fatto ancor oggi inferiore. In questo senso il livellamento si è realizzato a macchia di leopardo: a Est ci sono zone qua e là che sono riuscite a raggiungere i livelli dell’Ovest, ma sono ancora di più quelle che invece faticano a prendere questa direzione.
Questi contrasti sociali spiegano le fortune recentemente riscontrate dalla formazione di estrema destra AfD nei quartieri più poveri e il proliferare della criminalità organizzata, fenomeno che spesso viene erroneamente considerato prerogativa italiana e che invece in territorio tedesco si sta espandendo sempre di più, sotto forma di traffico di droga quanto di esseri umani, con dei vuoti legislativi che rendono la Germania poco efficiente e reattiva, come al contrario si potrebbe meccanicamente pensare, al cospetto dell’illegalità. Nei confronti del reato di associazione mafiosa qui non esiste un adeguato apparato legislativo, come, ad esempio, il provvedimento di sequestro dei beni che in Italia è prassi quotidiana.

Nel contesto berlinese, per sua natura aperto al confronto con tante diverse comunità, quale il ruolo dell’Istituto Italiano di Cultura nel far interagire la comunità italiana con quella tedesca, ma più estesamente con la città tutta?

Nel periodo della mia direzione, cessata alla fine di settembre, ho cercato di coinvolgere a tutti i livelli la cultura italiana rivolgendomi in primo luogo a un pubblico di tedeschi, senza ovviamente escludere una componente di pubblico internazionale. Non mi sono posto l'obbiettivo di diventare un elemento di coesione identitaria di una comunità comunque diffusa come quella italiana, che conta al momento ufficialmente circa 36.000 unità, ma che con ogni probabilità ne annovera assai di più. Si tratta di una migrazione, quella italiana a Berlino, che nel recente passato ha riguardato in particolare i giovani, configurandosi più come “esperienza di vita” che come vero e proprio “progetto di vita”, per il discorso cui si faceva riferimento prima, ossia che questa città da sempre offre più opportunità da un punto di vista creativo che non da quello manifatturiero e industriale.
Il mio obiettivo sin dal primo operare è stato quello di cercare di restituire il più estesamente possibile la pluralità dei linguaggi del nostro Paese nelle loro molteplici, differenti espressioni, anche guardando al contemporaneo. Sarebbe facile infatti “limitarsi” a consolidare lo straordinario, ineguagliabile appeal storico delle nostre arti, della nostra cultura. Cosa sempre utile, ci mancherebbe, però anche limitante per costruire un terreno di confronto vivido tra diverse culture sul piano del presente e del futuro. Il mio sforzo, quindi, è stato quello di far conoscere il più possibile in Germania la musica, l'arte e la letteratura italiane del presente portando a Berlino musicisti, artisti e scrittori che mettessero a confronto la loro esperienza in viva voce con la realtà tedesca. Volevo che l'Italia uscisse dagli stereotipi e che anche la Germania si sottraesse a dinamiche semplicistiche, andando oltre la superficie comoda della storia consolidata.
Credo che all'Italia serva uno sguardo attento e vitale dall'estero per arrivare a riscoprire davvero se stessa; sono convinto che un punto di vista esterno possa aiutare ad affrontare i problemi interni a mente più fredda, con il distacco necessario. Ad ogni modo la cosa che mi rende più felice è essere riuscito, assieme naturalmente allo staff dell’Istituto, ad alzare decisamente l’asticella di interesse dei cittadini berlinesi sullo stato delle cose artistiche e culturali della nostra contemporaneità. I numeri parlano chiaro in questo senso, sia in termini di afflusso di persone che di eventi ed attività loro offerti. Credo davvero che il senso di questo lavoro, di questo ruolo che ho rivestito sia in primo luogo quello di assecondare e valorizzare la vitalità positiva del Paese che si rappresenta, rischiando ciò che si deve, approcciando con coraggio visioni e sfide nuove, smarcandosi da meccaniche stantie eternamente rivolte al passato.

 

«DOPO IL MURO. Speranze e tragedie di un trentennio europeo»
9 novembre - 14 dicembre
Auditorium M9 – Museo del ‘900
Via Giovanni Pascoli 11-Mestre
www.m9museum.it

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Ingresso libero fino a esaurimento posti