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La furia dei giganti. A un anno da Vaia, Andrea Pennacchi racconta i giorni della tempesta
di Marisa Santin   
ImageSi fa ancora la Festa degli Alberi? Nel posto dove sono nata, un piccolo paese della Val del Boite, in Cadore, piantavamo abeti. Si saliva con la maestra fino al pezzo di terreno assegnato dal Comune, ai piedi del bosco, e ognuno di noi metteva a dimora il suo abetino nato in vivaio. Negli ultimi anni non si è più fatto, forse non serviva più. Quelle piante le ho riviste di recente, 30 metri o più di altezza in quarant’anni; sono ancora lì nonostante la tempesta di pioggia e vento che si è scatenata dalle nostre parti un anno fa.

 

Vaia – così l’hanno chiamata in seguito – ha colpito a macchia di leopardo, risparmiando alcune zone e devastando completamente quelle accanto, come se un gigante si fosse divertito a saltarellare di qua e di là, a volte lanciandosi in lungo, altre volte ruzzolando giù per una vallata a 190 chilometri all’ora. Non era mai successo prima a memoria di vivi. L’ho chiesto anche ai più anziani, quelli che si aggirano attorno al secolo di vita, e nemmeno loro ricordano niente del genere. In poche ore, tra il 27 e il 30 ottobre, Vaia ha tirato giù 8,6 milioni di metri cubi di legno, ovvero 16 milioni di alberi su una superficie di 42mila ettari di bosco, dal Trentino al Friuli passando per il Veneto. Le zone più colpite sono state quelle dell’Agordino, del Cadore, del Feltrino, del Comelico, della Carnia, della Val di Fassa e della Val di Fiemme.

 

Sedici milioni di alberi sono tanti: messi in fila uno dopo l’altro coprirebbero la distanza Da qui alla Luna, che è anche il titolo dello spettacolo prodotto dal Teatro Stabile del Veneto e scritto da Matteo Righetto per ricordare i giorni di Vaia. Diretto dal regista Giorgio Sangati e accompagnato dalle musiche di Carlo Carcano e Giorgio Gobbo (presente in scena con la sua chitarra) e l’Orchestra di Padova e del Veneto, Andrea Pennacchi racconta la tempesta attraverso lo sguardo di tre personaggi: il muratore Silvestro, un giovane studente, Paolo, e la vecchissima Agata, abitanti della vallata bellunese.

 

Una suggestiva scenografia allestita con alcuni ceppi degli abeti rossi abbattuti da Vaia e donati dal Comune di Falcade fa da sfondo al suo monologo. 
Dalla ferita della montagna nasce necessariamente una riflessione sul nostro rapporto con l’ambiente e con un paesaggio naturale che consideriamo eterno e immutabile e che invece rivela la sua fragilità, dando a noi la misura di un equilibrio delicatissimo.


Da qui alla Luna
6-10 novembre 2019

Teatro Verdi-Padova
www.teatrostabileveneto.it