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Aprite l’occhio. Il burattino di Garrone
di Riccardo Triolo   
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Garrone è un pittore. La sua formazione è pittorica e i suoi film lo dimostrano. Non tanto per l’ostentazione di una ricerca formale, ma per atteggiamento, per ruolo. Pittore è chi si frappone tra la realtà e la sua rappresentazione, o tra l’immaginazione e la sua traduzione visiva. Pittore è chi si arroga l’onere di dar forma a una visione, a un pensiero o a entrambe le cose insieme, mescolando gli ingredienti di base di ogni immagine: luce e colori. Garrone è rimasto un pittore. Perché il suo cinema è una ‘terra di mezzo’, per citare un suo vecchio titolo.
Lo sguardo registico-pittorico di Garrone si muove a metà tra il documentaristico e il fantastico fin da subito. Da quel primo sguardo sullo squallore romano di Silhouette (1996), che filmava l’emarginazione e lo sfruttamento degli immigrati prima che l’era salviniana trasformasse in tabù l’obbligo morale di occuparsi degli ultimi. E poi con Notte romana (2000), la magia: il rincorrersi di oggettività e soggettività sulla tela mobile del cinema, in una roma notturna e sospesa.

 

E dopo L’imbalsamatore (2002) e Primo amore (2003), dove Garrone sperimenta possibilità a misura di un maggior budget, arriva Gomorra (2008). Un precipitato della sua poetica. Perché Gomorra, esattamente come il romanzo testimoniale di Saviano, è a metà tra fiction e realtà. È una terra di mezzo. Fictionizza la realtà e realizza la fiction, se possiamo osare il chiasmo. Gomorra dipinge la camorra attraverso lo sguardo soggettivo e indagatore di un pittore, sempre un po’ in ritardo rispetto alla presa diretta degli eventi perché col pennello è teso a dar forma a un’immagine riflessa, mediata. Gomorra è Garrone. Ed è Pinocchio. Dopo Reality (2012), non a caso un’incursione nell’aberrante mondo dei reality show e Dogman (2018), letterario e cronachistico insieme.

 

Ma soprattutto dopo Tales of Tales – Il racconto dei racconti (2015), vera e propria immersione nella tradizione fiabesca italiana dove il realismo della rappresentazione e la magia dell’argomento letterario risentivano chiaramente della lezione di Pasolini. Gomorra è Garrone e Garrone è Pinocchio, perché anche il celebre burattino abita in una terra di mezzo. Né bimbopupazzo. Pinocchio si forma davanti ai nostri occhi. Si demeccanicizza, si umanizza. Dal concreto (il legno grezzo) allo spirituale (l’elaborazione di una coscienza propria), Pinocchio è un inno all’umanità e al suo errare. E se questo sembra intercettare appieno la poetica di Garrone, c’è da aspettarsi un’interessante soluzione stilistica nella sua resa cinematografica.

 

Una versione, c’è da dirlo, che sfida a distanza la promessa della Disney di realizzare un live action del suo cartoon del 1949 e, in casa, le pur non lontanissime trasposizioni italiane di Benigni (2002) e, sul fronte dell’animazione, di Enzo D’Alò (2012). Ma con Benigni, pace. Sarà lui a dare il volto a Geppetto. E con D’Alò e la sua tenera e tondeggiante poesia animata c’è da ritenere che il film di Garrone avrà ben poco a che fare. Per questo suo nuovo tuffo nella tradizione letteraria italiana, niente animazione, ma soprattutto niente CGI: solo trucchi “concreti”. Pittorico materico, dunque. Lotta all’immagine computazionale e al suo assunto ontologico, vale a dire la sostituzione dell’umano? Sarà così? Sarà questo il senso del pinocchio garroniano? Forse. Qui comincia, aprite l’occhio, l’avventura di Pinocchio...

Pinocchio
Dal 19 dicembre al cinema
www.culturavenezia.it/cinema