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Sguardi interrotti. L'impressionismo lagunare in mostra alla Fondazione di Venezia
di Luisa Turchi   
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«Andare in giro per calli e campi, senza un itinerario stabilito, è forse il più bel piacere che a Venezia uno possa prendersi. Beati i poveri in topografia, beati quelli che non sanno quel che fanno, ossia dove vanno, perché a loro è serbato il regno di tutte le sorprese…» così asseriva Diego Valeri nella sua Guida sentimentale di Venezia (1942).

 

Lo sanno bene gli artisti d’ogni tempo, sempre a caccia di scorci inusuali che permettano di deviare, ogni qualvolta si possa, da itinerari prestabiliti, ricercando altresì luci e colori particolari e soggetti degni di essere ritratti, in atteggiamenti ed espressioni da ricordare. Sguardi su Venezia è una mostra che riunisce trenta dipinti di artisti noti e meno noti, di proprietà della Collezione della Fondazione di Venezia, allestita da Alessandra Gini nella sede principale della Fondazione, in Rio Novo.

 

Il percorso espositivo si offre al visitatore come il sogno tradizionale di una “Venezia nostalgica” resa di getto, tra campi e canali. Guy de Maupassant si chiedeva se esistesse un nome nelle lingue umane, come quello di Venezia, in grado di far sognare di più: difficile dargli torto, di fronte alla luce rosea del Canale della Giudecca di Perla al sole di Vincenzo De Stefani (1922), la stessa luce che si riflette a suo modo sul cuscino lilla posato in equilibrio precario sulla ringhiera di Dal balcone centrale della Casa dei Tre Oci di Astolfo de Maria (1936).

 

 

 

 

Città di evanescente memoria quella del Bacino di San Marco di Gennaro Favai, destinata a svanire come un’onirica realtà. Macchie di colore lagunari, tra acqua e sole, di gondole spettrali in Amedeo Renzini, Barche in laguna. Artisti che non vanno dimenticati, che forse hanno avuto il torto di continuare a tramandare l’impressionismo lagunare di cui erano maestri, rifiutandosi di seguire correnti più avanguardistiche o di piegarsi a certa critica dominante, ci lasciano pennellate rapide di prospettive di angusti rii o calli che escludono la vista (Neno Mori) o che al contrario invitano ad addentrarvisi (Marco Novati).

 

Fioravante Seibezzi costruisce in Rialto il Canal Grande e i suoi palazzi con gestualità architettonica, ancora figurativa, di segni e colore, mentre Emanuele Brugnoli dissolve Canal San Barnaba pur mantenendolo integro, nella liquidità dell’acquerello. Ombre in bianco e nero di china su carta di rii e campi abbozzati ma dettagliati in Ferruccio Stefanutti.

 

Cosimo Privato dipinge un Campo San Bartolomeo “lucido di pioggia e popolato di ombrelli” e un’animata Pescheria, Juti Ravenna una Piazzetta San Marco colorata e filiforme nei suoi turisti che la percorrono frettolosi, così lontana dalle nitide vedute di Venezia e isole invase dallo spirito d’atmosfera legato alla Nuova Oggettività di Cagnaccio Di San Pietro e di Mario Dinon. Si chiude celebrando la Marina minimalista di Virgilio Guidi e la finestra aperta sul futuro delle trifore di cielo di Giuseppe Santomaso, in Bleu Symphony.