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L’elmo di Deurne
di Mariachiara Marzari   

L’elmo dorato tardo romano fu scoperto per caso nel 1910 da un operaio impiegato a scavare per estrarre la torba in un campo nei pressi di Deurne, nella regione meridionale dei Paesi Bassi.

 

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Oltre all’elmo, l’uomo trovò trentanove monete (falles del regno di Costantino, il più recente dei quali risale al 319 d.C.), uno sperone, due campane, la punta d’argento del fodero di una spada, una fibula, quattro scarpe (i resti di tre paia di misure diverse) e alcuni frammenti di cuoio e tessuto. L’elmo di straordinaria fattura, fu acquistato dal Rijksmuseum von Oudheden (Museo Nazionale di Antichità) di Leida, restaurato ed esposto. Ben presto le ipotesi sul significato della scoperta si arricchirono di connotazioni romantiche.

 

Per molto tempo si ritenne che i reperti di Duerne fossero collegati a un incidente fatale: l’annegamento di un ufficiale della cavalleria romana nelle paludi, malgrado alcuni uomini fossero intervenuti per salvarlo, come dimostrerebbero le diverse scarpe scoperte nel sito. Tuttavia non sono stati rinvenuti resti umani e la presenza di quegli oggetti nella palude può essere spiegata in altri modi. In origine l’elmo in argento dorato aveva un interno in ferro; la parte esterna è composta da placche fissate insieme con chiodi. Sono leggibili due iscrizioni: una cita la VI Stablesia (la sesta divisione degli equites stablesiani), un’unità scelta di cavalleria; l’altra recita M. TITVS LVNAMIS LIBRI I-L, molto probabilmente il nome del fabbricante dell’elmo (Marcus Titus Lunamis) e la quantità dell’argento utilizzata per realizzarlo (un’oncia e mezzo).

 

È risaputo che gli elmi di questo genere venivano realizzati in apposite officine militari da operai specializzati nella lavorazione delle foglie d’oro chiamati barbaricarii. Questo in particolare è di foggia straniera, con evidenti influenze degli esotici esemplari sassanidi provenienti dalla Persia, introdotti nell’esercito romano dall’imperatore Costantino. I frammenti di cuoio ci forniscono un indizio sul motivo per il quale questi oggetti furono sepolti nella palude intorno al 320 d.C. Uno dei frammenti appartiene al fodero semicircolare che si utilizzava per trasportare gli elmi; ciò dimostra che al momento in cui finì nella palude l’elmo in questione non era indossato da nessuno. Gli altri sono brandelli di cuoio di una tenda monoposto, di quelle che facevano parte del corredo dei soldati impegnati in missione. Quando le truppe si spostavano, il pezzo di cuoio rettangolare era usato per trasportare l’attrezzatura.

 

A quanto pare, gli oggetti rinvenuti a Deurne erano stati avvolti insieme nel telo di cuoio, che fu poi smarrito nella palude oppure lasciato intenzionalmente nell’acqua, secondo un’usanza religiosa ben nota tra le tribù germaniche. In quest’ultimo caso è possibile che l’anonimo eques stablesianus fosse un Germano in servizio nell’esercito romano, che aveva deposto il proprio equipaggiamento militare dopo aver servito l’imperatore per il periodo richiesto di ventiquattro anni (Ruurd B. Halbertsma - tratto dal bellissimo Catalogo Roma e i Barbari. La nascita di un nuovo mondo, Skira per Palazzo Grassi).

 

Mariachiara Marzari

 

«Roma e i Barbari. La nascita di un nuovo mondo»
Fino al 20 luglio Palazzo Grassi
Info
www.palazzograssi.it