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Forever Young
di F.D.S.   

 

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Neil Young suonerà il 23 giugno all’Arena di Verona, non si sa se si presenterà con la band del tour primaverile, dove dei Crazy Horse c’era solo Ralph Molina, il batterista, oppure in totale solitudine. Poco male, anche da solo, l’uomo è in grado  di far vibrare gli animi degli appassionati del rock. Non per niente è il loner per eccellenza. Non c’è accordo sulla terra su quale sia il miglior disco di Neil Young.

 

Alcuni dicono Harvest, sommo Bignami del songwriting USA; altri gli preferiscono  l’inquietante Tonight is the night, dove la rappresentazione della morte si fa canzone; altri ancora prediligono uno di quei  dischi dal vivo, nei cui ‘mastodonti elettrici’ le chitarre si fanno ululato disperato e rabbioso.

 

Altri ancora, come il  sottoscritto, hanno un debole per uno di quei tanti dischi cosiddetti minori che costellano la fluviale discografia del  nostro (nel mio caso, Harvest Moon, un disco di purissimo folk…). Fatto sta che Young è uno dei grandi artisti rock che non  si prestano ad alcuna catalogazione e che stanno là, nella loro perfetta solitudine, al crocevia dei grandi flussi che hanno fatto la storia del rock: sempre al centro degli  avvenimenti, ma sempre un attimo ‘fuori orario’, fuori catalogo.

 

E qui sta il grande fascino che l’uomo ha da sempre  esercitato, perché nessun altro artista come Neil Young ha avuto una influenza sugli artisti successivi che avrebbero col  punk e col grunge avrebbero rivoluzionato la storia del r’n’r: Johnny Rotten aveva un debole per lui, e in quella mattina del 5 aprile 1994 Cobain citò un verso di Out of the blue, grande canzone di Young, nel suo biglietto di addio «It’s better to burn out than to fade away».

 

E questo è il miracolo del canadese: aver trasformato quei talenti stentati che aveva ricevuto in dono (una voce un po’ fessa e una tecnica chitarristica appena passabile) in una urgenza di rappresentare le ambiguità della vita, il suo dolore, il rimpianto per gli amici perduti, la gioia di essere ancora lì, a riflettere sul mondo e le sue brutture. Perché la chitarra di Neil Young è stata sempre come una sorta di sismografo, di strumento in grado di trasformare la realtà del mondo in arte popolare (nella genealogia americana che parte da Guthrie e attraversa Dylan e Young per arrivare a Springsteen) con semplicità, con rabbia dignitosa, con la passione del testimone.

 

Così deve essere il rock, così come racconta Crosby nel 1970: «Ero con Neil in campagna, a Butano Canyon, erano passati pochi giorni dalla strage all’Università di Kent, Ohio, dove la polizia aveva ucciso quattro studenti. Gli feci vedere “Life” con il servizio sull’eccidio, lui lesse l’articolo e non ci pensò su un momento e cominciò a scrivere Ohio.

 

Poi prendemmo l’aereo per Los Angeles, ci facemmo raggiungere in studio da Still e Nash e la sera stessa consegnammo il nastro della canzone ai boss dell’Atlantic. La settimana dopo il brano era già fuori nei negozi». Avete capito come funzionava una volta?


F.D.S.

 

Neil Young
23 giugno Arena di Verona
Info
www.eventiverona.it