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American dream
di Luisa Turchi   
Coming of Age: un secolo americano, dal 1850 al 1950, in mostra alla Collezione Guggenheim, a cura di William C. Agee e Susan C. Faxon. Settantuno opere provenienti dalla Addison Gallery of American Art, Andover, Massachusetts percorrono il lasso di tempo in cui l’arte e cultura americana raggiungono la maturità, tracciando un itinerario riconoscibile e scevro da provincialismi, lungo i sentieri del figurativo e dell’astratto, allineandosi a idee artistiche universali.

 

Si parte dalla Hudson River School, già nata intorno agli anni Trenta del XIX secolo grazie a Thomas Cole, che teorizzò la visione americana del paesaggio sublime come la novella Canaan da «conquistare ed evangelizzare». Artisti come Albert Bierstadt si ispirano alla terra incontaminata americana, ad un concetto di natura attorno all’uomo come tessuto di Dio, il quale ha esteso la propria mano infondendo grandiosità e un senso panico dell’esistenza.

 

In parte influenzati dai pittori di Barbizon, i paesaggisti americani come George Inness e Winslow Homer passano dalle convenzionalità del paesaggio romantico alle raffigurazioni dello spirito della natura in se stesso, dai toni imprevedibili e drammatici, con una maggiore libertà di soggetto e pennellata. L’impressionismo della vita nella sua quotidianità, nelle rappresentazioni di scene del Vecchio Mondo, vede artisti espatriati quali John Singer Sargent e James McNeill Whistler, quest’ultimo fautore di un postimpressionismo di matrice simbolista.

 

L’Ashcan School, i cui partecipanti vennero definiti “gli apostoli del brutto”, secondo una definizione della critica dei tempi, con Robert Henri, George Lucks e Joan Sloan, si traduce nell’immagine dell’epopea moderna americana non idealizzata: il realismo urbano frammentario nella cornice delle avenues con i loro edifici nuovi. Non a caso il 17 febbraio 1913 a New York si apre la più grande esposizione d’arte americana ed europea mai tenuta in America prima della Grande Guerra: l’Armory Show è, infatti, la dimostrazione visibile di un rapporto paritario ormai esistente fra culture artistiche diverse ma con un proprio spessore.

 

Il modernismo americano come astrazione estetica e teoria di forme geometriche e colori si svilupperà poi con Stuart Davis, Man Ray e Henry Bruce. Una pittura d’avanguardia che ricerca essenzialità, ma che mantiene comunque un legame con le forme organiche, è quella propugnata dall’artista Georgia O’Keeffe, moglie del fotografo Alfred Stieglitz, fautore del noto circolo.

 

Estraneo alla corrente astratta e sostenitore di uno stile semplice e improntato a un realismo della solitudine dal sapore metafisico, fatto di luci taglienti e campiture piatte di colori, è quello di Edward Hopper, il cantore delle livide cittadine statunitensi.

 

Con Josef Albers, pittore, grafico e designer tedesco che aveva studiato e aveva insegnato al Bauhaus prima di emigrare negli Stati Uniti, si hanno le sperimentazioni prospettiche e di interazione ottica che dimostrano come cambiamenti di posizione, luce e forma possano determinare mutamenti cromatici. Ma saranno gli espressionisti astratti a porre soprattutto l’arte americana al centro della scena internazionale, attraverso una riconsiderazione dei materiali della pittura non come prodotti industriali senz’anima, ma come strumenti diretti dell’agire inconscio della pittura stessa, unitamente al concetto di tela non più intesa come luogo della rappresentazione, bensì come uno spazio vitale dell’azione.

 

In tal senso si distinguerà il dripping di Jackson Pollock, espressione di un automatismo di derivazione surrealista. Infine, con Frank Stella assistiamo all’avvisaglia dell’arte minimale, che riduce al minimo l’impatto formale e cromatico del reale attraverso elementi geometrici semplici e primari, colori neutri, per la creazione di uno spazio dove la forma-colore è autoreferenziale.

 

Luisa Turchi

 

«Coming of age. Arte americana dal 1850 al 1950»
Fino al 12 ottobre Collezione Peggy Guggenheim
Info tel. 041-2405404

www.guggenheim-venice.it