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Oltre l’edificio-feticcio
di Raf Listowski   

 

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Urban Instruments - Wellington Reiter, New Phoenix Airport
La Biennale Architettura 2008 riflette perfettamente lo spirito “tutto nella comunicazione” del contesto nel quale evolve oggi il mestiere dell’architetto. Prezzo inevitabile da pagare per una mostra che ha come vocazione identitaria quella di tentare di intuire nuovi corsi e suggerirne di auspicabili.

 

Dopo gli anni della riflessione sul senso della città e del disegno della sua architettura, che hanno fatto la grandezza della scuola di Venezia, sono arrivati gli anni della messa in pratica di una forma di ossessione del mestiere. L’architettura solo disegnata non andava più considerata come campo di riflessione e solo un progetto realizzato poteva avere il privilegio di essere mostrato. Come se il pensiero architettonico non si sviluppasse anche nei progetti non realizzati. Ma il disegno si è dematerializzato anche a causa dei progressi dell’informatica, facendo retrocedere la cognizione del reale. L’abilità nell’uso del computer ha poco a che fare con la conoscenza della storia della costruzione della città ed è più facile accendere il computer che aprire un libro. E sembra che l’architetto, nel ruolo che ha sempre voluto assumere attraverso la sua responsabilità sociale, lo abbia dimenticato.

 

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David Rockwell with Casey Jones + Reed Kroloff

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per l’architetto che ha ‘subìto’ l’insegnamento classico, il mouse è uno strumento come la matita, ma per le nuove generazioni il mouse è il prolungamento del braccio spesso guidato, a scapito suo, dalla virtuosità del programma usato. E negli studi, il titolare, la figura dell’architetto da conferenze, fa il manager e non ha il tempo di usare il mouse e di ‘intimarne’ un utilizzo corretto. L’architettura diventa così un gioco d’azzardo, un mestiere che mira verso la creazione di oggetti capaci o a volte incapaci, abitabili o non, che contengono all’interno della loro forma una funzione eventualmente utile.


Sembra quasi che si ponga oggi la questione proprio dell’utilità dell’architettura e se quest’ultima debba ancora servire a qualcosa. L’architettura probabilmente non è più una cosa seria. Per anni l’architetto ha cercato di riabilitare la sua figura, oggi sembra quasi rapito dal tentativo di sottrarsi al suo storico e logico ruolo socio-culturale di entità utile. I grandi si sono disinteressati dell’abitare per tutti, del dramma delle lottizzazioni, della lotta contro l’arredo urbano che trasforma le città in campi di battaglia, dell’architettura e della forma della città del quotidiano, tanto sono presi da commesse faraoniche, musei, fondazioni, torri, che nutrono sia l’ego dei potenti che la propria gloria.

 

Come si può aver dimenticato così in fretta la Biennale di Aldo Rossi? Era allora la festa dell’architettura, di tutte le speranze, ma anche della riflessione sul vero senso del nostro ruolo. Libeskind rendeva omaggio a Leonardo da Vinci, Abraham sembrava aver appena scoperto delle antiche città di fondazione, Gregotti tentava per l’ennesima volta di far approvare un progetto a Venezia, si poteva studiare senza nascondersi l’architettura di Louis Kahn e parlare senza timori della potenza di Schinkel.


Ho sentito ultimamente da due architetti non poco conosciuti, ma che non citerò perché la questione ci riguarda tutti e tutti ci dovrebbe interpellare, una considerazione sul ritorno dei colori verde mela e arancione nell’architettura e sull’uso dell’angolo arrotondato delle finestre, ovviamente senza fare riferimento agli anni ’70. Hanno solo spiegato che era un segno di felicità e di pace, di benessere, l’espressione dell’ottimismo generale. Visto il potere d’acquisto sempre più basso che si sta registrando nei nostri così felici paesi, gli angoli ridiventeranno tra non molto retti e le pareti saranno tinte di grigio scuro. In Cina e a Dubai hanno ancora qualche anno di colore e di tondo davanti a loro.


Eppure, via, non è del tutto così vero che nessuno pensa seriamente alla materia “architettura”. Semplicemente personalità come Tadao Ando o Renzo Piano, anche loro titolari del Pritzker Price, si pongono domande sbagliate rispetto all’euforia generale. Non sono ancora arrivati all’età del tostapane e non hanno quindi il loro posto sul vertice della gradinata. Se vanno citati è solo per obbligo e pedigree. Molto più interessante il museo a forma di pesce spada o una città improbabile dove tutto l’edificato è trasparente e mutevole alla stregua di un videogioco.


Una volta la Biennale era un invito gratuito a tutti quelli che avevano qualcosa da dire senza prendersi troppo sul serio pur impegnandosi severamente nella propria ricerca. C’erano i più fortunati e i meno fortunati, quelli che vincevano e quelli che perdevano. Quelli mostrati e quelli non mostrati. Ma c’era qualcosa in cui credere, la volontà di proporre soluzioni, di discutere, di essere in disaccordo, di insultarsi. L’architettura era molto più difficile di oggi ma era viva. Cosa attenderci, allora, oltre gli edifici? Vogliamo sperare che al di là del gioco mediatico, venga lanciata una solida sfida da raccogliere per riportare questo mestiere, questo linguaggio, a un livello di congrua e umanistica aderenza al quotidiano. Un quotidiano che chiede che la ricreazione ludica abbia un suo tempo non infinito.


Raf Listowski

 

«Out There: Architecture Beyond Building 11. Mostra Internazionale di Architettura»
Dal 14 settembre al 23 novembre Arsenale e Giardini di Venezia
Info
www.labiennale.org