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Il drunch č servito
di Fabio Marzari   

Se volete dare un tocco social alla domenica nel medio-tardo pomeriggio, uno dei momenti più tristi della settimana, sfiancati dal nulla televisivo o in panico da lunedì incipiente, e magari avreste voglia di vedere un po’ di amici, senza tuttavia arrivare alla cheapissima pizza serale, ecco il drunch, a metà strada tra il dinner ed il lunch.

 

Inventato dall’upper class newyorkese, è un modo per rendere meno traumatico il rientro dal week end, vedendo gli amici, in modo easy e senza fare troppo tardi. Il principio di base è la convivialità, il drunch deve essere informale e non deve dare troppo lavoro ai padroni di casa. Ed è buona regola che ognuno porti qualcosa, come si fa nelle cene tra giovani. Per il resto, una sola regola di base, comune al brunch: mescolare dolce e salato.

 

Ma vista l'ora in cui si comincia (le cinque, le sei del pomeriggio) ognuno mangia quel che si sente di mangiare. Il drunch va bene soprattutto in tempo di crisi, perché costa poco e permette di condividere gli ‘avanzi’ del week-end. Ciò non toglie che si debba stare attenti all'etichetta: «I piatti possono anche essere spaiati, a patto che abbiano uno stile », e c’è anche chi ha individuato un nobile antenato francese del drunch: l'ambigu, l'ambiguo: un mezzo pasto di tardo pomeriggio nato nel Seicento, «al contempo colazione e cena, servito a fine giornata su un buffet ornato di fiori e di colori vivaci, comprendeva piatti caldi e freddi in abbondanza ».

 

Fabio Marzari