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A spasso con Subway
di Fabio Marzari   

subway1.jpgTorna nel ricco settembre veneziano, «Subway», la rassegna di letteratura per “poche fermate”, un esempio virtuoso di come sia possibile rendere la scrittura uno strumento veloce e agile, ma non per questo meno efficace, e di come la forma-romanzo rappresenti un genere che ha trovato una sua vita e diffusione anche al di fuori dei canonici ambiti delle librerie e delle biblioteche. L’idea di un take away di parole in forma di storia che possano accompagnare un tragitto, che comunque rappresenta un percorso di vita e di esperienza, si è concretizzata nel 2002, da un progetto di Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino, che nato per la città di Milano si è poi espanso fino a coprire un numero sempre maggiore di città italiane, grandi e piccole, coinvolgendo un bacino sempre più vasto di utenti-fruitori e anche di scrittori, che in «Subway» trovano lo strumento ideale per vedere pubblicati i loro spesso pregevoli scritti. Si diceva dell’Italia un popolo di santi, navigatori e poeti, forse, laicamente, la poesia è venuta meno, travolta dalle emozioni del quotidiano, ma mai è cessata la voglia di raccontare e di raccontarsi, in maniera meno paludata e più accessibile, comunicare le storie di tutti i giorni e le fantasie, le angosce, le stagioni di vite differenti, comuni, ma non banali.

 

ImageÈ davvero un paese strano, spaccato in due, travolto da un’ondata di apparente indifferenza e di cinismo profuso in superficie; non ci sono i buoni e i cattivi in tutto questo, ci sono solo gli indifferenti, più o meno per scelta, e gli idealisti che trovano ‘conforto’ nella scrittura e nella lettura, senza per questo smettere di respirare il presente. L’età degli autori dei volumi è giovane, ma il dato anagrafico non deve trarre in inganno, non c’è il compiacimento del “siamo giovani e creativi”, magari con la “g” iniziale accentuata, bensì la pulsione creativa di una generazione silente, o peggio classificata secondo banali stereotipi a metà tra Federico Moccia e i suoi lucchetti e il turpiloquio da incazzoso rapper nero americano.

 

Un viaggio in poche fermate, storie ‘normali’, di gente comune, che vive la propria esistenza condividendo uno spazio temporale in mezzo ad estranei in continuo movimento verso le faccende del quotidiano. La tipicità della versione veneziana è data dall’incredibile contesto acqueo, e l’offerta pare rivolgersi maggiormente ai residenti e comunque agli utenti del trasporto pubblico lagunare, abituato, ma non pago di visioni al limite del sublime nel percorso casa-lavoro. Il rischio, data la specialità veneziana, è che la lettura possa essere disturbata da una folla vociante di turisti che nella babele linguistica tipica della Serenissima evocano a gran voce i mirabilia che via via scorrono davanti ai loro occhi, ma non è un ostacolo insormontabile…


Fabio Marzari