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Gualtiero Vanelli e la sua GVM a San Servolo rinnovano la vocazione artistica del marmo di Carrara
di Redazioneweb   
mercury3.jpgAvvicinandosi all'intrigante e storicamente fascinoso mondo del marmo di Carrara si provano sensazioni prossime a quelle che si possono vivere quotidianamente avendo a che fare qui a Venezia con il vetro di Murano. Un mix di spaesamento incantato per la materia e i suoi mirabolanti frutti artistico-artigianali secolari e di rabbia per un presente dimentico dei suoi fondamentali creativi, di sapere, schiacciato in un quotidiano di afasico respiro mercantile. Sembra incredibile la capacità dalle risorse inesauribili di questo paese di buttarsi via, con quell'impareggiabile qualità di creare visioni dal nulla e in ogni dove per poi cancellare tutto con forme di pigrizia e apatia mentali di rara "efficacia". Il nostro limite è proprio quello di non saper assecondare prospetticamente l’insuperabile e sopraffino talento artigianale, accocolati nella culla di una storia troppo grande per un paese oggi piccolo, che si illude di poter bastarsi per quanto ha dato e fatto, convinto di poter passare all'incasso mostrando la stessa, eterna vetrina. Così Murano, con quella sua incapacità di assecondare l'unicità artigianale e artistica in chiave contemporanea, tutta schiacciata tra chincagliere da bijoux dozzinale e alta oggettistica da design, così, e ancor di più a quanto ho potuto verificare, Carrara, ormai completamente dimentica del suo fulgore rinascimentale, vera casa della grande scultura dell'umanità, oggi impegnata ad assecondare la sua mera vocazione da arredamento, da rivestimenti di altissima grana. Il marmo come pavimento, punto.

 

In questi contesti da un potenziale spaventoso e consunto, pronto solo a essere riacceso da qualche mente viva, ogni tanto si appalesa qualcuno che ha tutta l'aria di aver scoperto l'acqua calda, e che quindi in quanto tale viene guardato con ironico sospetto dai soloni di tradizioni gonfie e tronfie di sé. La volta in cui questi visionari scommettitori decidono di chiudere occhi e orecchie al bla bla bla che li circonda, succede che un mondo riparte, e che mondo! Come un bolide rimasto in garage per vent'anni, una fatica boia a riaccenderlo, ma una volta scoccata la scintilla non ce n'è di nuovo più per nessuno. Così a Murano con il vulcanico e glocal Adriano Berengo, così a Carrara con l'energia giovane e febbrile di Gualtiero Vanelli. Discendente della più importante famiglia di Carrara sezione-marmo, la famiglia Fabbricotti, gli unici a possedere per secoli il marmo statuario, ossia il più nobile, e tuttora leader incontrastati di questa materia nella sua declinazione più pregiata, Gualtiero qualche anno fa decide, per l'appunto, di andare alla riscoperta radicale dell'acqua calda, una fonte completamente prosciugata da decenni di ottusità e provincialismo. mercury1.jpg

 

Seccamente e senza remore si chiede: com'è che da Michelangelo e Canova siamo passati ai pavimenti e lì solo siamo rimasti? Dov'è finita la vocazione, la missione artistica dei grandi carraresi che accoglievano i più innovativi geni, dal Rinascimento al Neoclassicismo, lasciandoli liberi di scoprire le forme dentro questi blocchi di bianco e vivido fulgore? La risposta è semplice quanto disarmante: è calato un grande sonno, in cui le funzioni vitali robustissime fluivano quanto bastava per sopravvivere pasciuti, mettendo nel congelatore della storia qualsiasi velleità artistico-artigianale, badando al sodo, alle fondamenta, ai, per l'appunto, pavimenti. Per quanto apprezzati, niente di più. Come riconnettersi allora con le radici della storia della lavorazione di questa pietra nobile? Ancora più semplice (a dirlo, s'intende): ripercorrendo la direzione di senso alto dell'utilizzo del marmo che connotò quei secoli, dando priorità artistica alla sua lavorazione piuttosto che accontentarsi della sua funzionalità strutturale d'arredo. Ecco allora l'idea di rifare propria questa vocazione innestando radici di nobiltà secolare in visioni progettuali contemporanee e futuribili, coinvolgendo artisti di riconosciuto valore mondiale nella lavorazione artistica del marmo senza timori di contaminazioni tra materie e linguaggi.

 

La Mercury House è ‘solo’ l'ultimo degli azzardi creativi della GVM (Gualtiero Vanelli Marmo). «La Mercury House è un progetto nato nel bel mezzo di un vero e proprio sogno di mezza estate. Una sera, era il momento in cui stavo creando questa nuova azienda, GVM La Civiltà del Marmo, passando in rassegna anni e decenni di cultura lapidea ho realizzato definitivamente che per fare qualcosa di particolare in questo settore fosse necessario interessare persone non direttamente coinvolte sul territorio, provenienti da altri luoghi, cresciute in altre culture, con mentalità più aperte e ricettive e, soprattutto, pure al cospetto della nostra materia. Partendo da questa idea necessaria, ho iniziato a cercare collaborazioni oltre il cortile. Ho lavorato per diverso tempo con l'architetto Arturo Vittori e lo studio Future System con cui lui collaborava, e insieme ad Anish Kapoor abbiamo presentato il progetto per l’ingresso della metropolitana di Napoli. A quell’epoca Arturo stava disegnando un oggetto, la Mercury House per l'appunto, che aveva la stessa forma di quella realizzata oggi, ma che concettualmente si presentava di natura assai diversa. Arturo ha ereditato da suo fratello, Roberto Vittori, il primo astronauta italiano, il concetto di creare nuovi spazi servendosi della tecnologia; casualmente un giorno si è fermato a Carrara, mi ha voluto incontrare e mi ha invitato a visitare la sua mostra a Parigi.

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Abbiamo organizzato un gruppo di amici e siamo andati a vedere l’esposizione al Beaubourg. L'immagine della Mercury House che mi si appalesò era alquanto diversa da quella che stiamo concludendo in questi giorni, soprattutto da un punto di vista funzionale: aveva gli oblò molto più larghi, aveva le ruote, era differente tranne che per la forma esterna; e poi c'era quest'idea di serialità, di tante navicelle da affiancare l’una accanto all’altra fino a farne nel loro insieme un vero e proprio villaggio spaziale. Ho chiesto ad Arturo se era possibile acquistare il progetto, cioè l’idea di design che ricordava il mouse della Macintosh; lui acconsentì entusiasta. Di lì a poco realizzammo un prototipo con dei supporti multimediali; mostrandolo in diversi contesti capii che, pur trattandosi in sostanza di un plastico, l'idea suscitava curiosità, soprattutto intrigava l'applicazione del marmo a un progetto così tecnologico e futuribile». Vanelli ama insistere sul concetto di “nuovo volto” del marmo, che proprio con questo progetto rafforza i suoi tratti: «Mi piace l'idea di un “nuovo volto” del marmo, sì. Nuovo volto perché c’è un cambiamento totale rispetto al comune modo di lavorare in questo settore e poi perché cerco di dare una forma alla pietra, al marmo, proprio come si faceva nel Rinascimento, dove la materia veniva utilizzata per essere plasmata. È vero che anche il pavimento ha una sua forma, però sei costretto a giocare con le vene, perché si tratta di materiali molto arabescati ed è necessario dar loro un’identità; lavorando con il marmo statuario, invece, è la forma il fine più nobile. Inizialmente non pensavo alla Mercury House come l’ho realizzata oggi, perché non sapevo ancora dove inserire il marmo; sarebbe stato banale fare il pavimento all’interno.

 

Abbiamo così deciso di rivestirne l'esterno, assecondando la forma ovoidale della navicella e quindi con la necessità di modellare le sottili lastre piegandole. Un'operazione innovativa e resa possibile dall'esperienza robotica da noi vissuta nella realizzazione del Cinderella Table, nonché nel lavoro progettuale per il tavolo da riunioni nascosto dentro al pavimento progettato per il G8 alla Maddalena, commisionato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Tutti progetti in cui il marmo viene letteralmente piegato alle esigenze del disegno, delle funzioni, delle soluzioni estetiche. La nostra fortuna è stata quella di avere un collaboratore come Filippo che riesce a guidare il robot molto bene, perché non solo è un artista, ma anche un eccellente informatico, riuscendo così a dare gli input necessari al robot per realizzare oggetti straordinari. A Carrara avevo inserito il primo robot all’interno dell’Accademia delle Belle Arti (allora ne ero vicepresidente). Organizzai una conferenza introduttiva per illustrarne il senso strumentale, dato che questo nuovo ‘mostro’ all'inizio spaventava tutti, artigiani, aziende, artisti. In fin dei conti però il robot è solo un robot, non è un artista, è una macchina a controllo numerico che ha bisogno di un software abbastanza complicato per potersi muovere, così da poter realizzare oggetti che a mano sarebbero impensabili. In Accademia c’è il gesso originale del Mosè ed è molto probabile che Michelangelo, per decorare perfettamente il retro del polpaccio, dietro cui non passa nemmeno la mano, abbia inventato uno strumento tanto piccolo e fine da permettergli di lavorarlo al meglio. Quindi anche allora chi spostava i confini nel futuro inventava i suoi robot… Quando noi abbiamo realizzato il Cinderella Table tutti si chiedevano come avessimo fatto a piegare il marmo, perché è chiaro che da un volume, da un solido si possa creare una forma, però il Cinderella è veramente piegato e questo è possibile soltanto grazie all’utilizzo della tecnologia del robot. La Mercury House rappresenta ancor di più un'evoluzione da un punto di vista tecnologico: è stata sottoposta ad una fase di studi di stabilità, di galleggiamento e di altre prove tutte comunque digitali. È la prima volta in assoluto che viene realizzata una copertura di 4 mm in doppia curvatura dal digitale, nel mondo del marmo non l’ha mai fatto nessuno.

 

È un’opera che rappresenta molto bene il concetto di Civiltà del Marmo e gualtiero.jpgnon uso questo termine a caso, perché c’è la nautica, la domotica, c'è l'aspetto estetico di scultura. Un’opera scultorea di Philippe Pasqua o di Jeff Koons, per quanto quotata e costosa sia, te la metti in casa e appaghi la vista, hai il piacere di guardarla, di sapere com’è stata fatta, mentre la Mercury House ti dà la soddisfazione di ammirarla ma anche di comunicare con una tecnologia che ad oggi, in uno spazio così racchiuso, non esiste. L’unità è totalmente indipendente dal punto di vista energetico, in quanto dotata di pannelli solari, trasforma l’acqua piovana in aria condizionata e, infine, ha questi due importanti legami con la Macintosh, per tutto il comparto informatico e multimediale, e con Dolce&Gabbana, per l’ideazione del bellissimo divano all’interno. Nel marmo in questi ultimi 50 anni si è investito molto sulla tecnologia, ma solo per il suo scavo, non certo per la sua modellazione artistica. Ciò che noi oggi stiamo facendo è esattamente il contrario, mettendo la più avveniristica ed informatizzata tecnologia al servizio della forma». Avvicinandosi a questa straniante casa artistico-spaziale, ancora nel suo farsi, si ha subito la sensazione di trovarsi al cospetto di una visione che cerca spazi oltre i canonici confini, a metà tra installazione spettacolare, post-architettura, design di tendenza, concettuale che flirta con la tecnologia più sofisticata. A incollare il tutto questo miracolo di un marmo letteralmente piegato alle esigenze creativo-strutturali, con un rivestimento che regala profondità storica, nobiltà artistica a un high-tech di vera frontiera. «Questa è un’anteprima, la cupoletta davanti della Mercury House è pronta, l’entrata si apre grazie ai pistoni e ai comandi dell’iPhone». 

 

Accarezza la sua creatura spaziale Vanelli, attorniato da uno staff senza fronzoli, molto unito dalla condivisione viva collettiva nel progetto: «Credo che la Mercury House sia servita proprio a questo, ossia a creare un legame, un team, uno staff compatto, oltre ogni meccanica logica padrone-dipendenti. Il processo motivazionale di gruppo per me è la conditio sine qua non per qualsiasi progetto presente e futuro. Se così non fosse, sarei io il primo a demotivarmi. Questo mio approccio al lavoro imprenditoriale è ben simboleggiato dal logo del pinguino che rappresenta la GVM, poiché credo che i pinguini lavorino come noi, nel senso che fanno tutte le cose insieme, come una banda di amici, una vera squadra. Cerco di portare questa filosofia di ‘collaborazione del pinguino’ all’interno dell’azienda, perché le persone coinvolte in un progetto sono tante e hanno bisogno di sentirsi partecipi. Trovo proprio che i pinguini siano il vero archetipo del concetto di factory come noi l’intendiamo». Vanelli, al di là del contagioso ottimismo febbrile del suo approccio al lavoro, ci tiene a sottolineare che la Mercury è stata tutto fuorché una passeggiata. «Passato il secondo anno di elaborazione progettuale mi hanno sottoposto un budget, piuttosto consistente, che mi ha anche un po’ spaventato. È stato proprio grazie alla Biennale di Venezia che mi sono convinto, quando Marco Rotelli mi ha fatto capire che era un oggetto straordinario che andava visto oltre la sua mera realizzazione, in termini di linguaggio, di scommessa artistico-culturale, con un potenziale di applicazioni a svariate discipline.

 

Ho temporeggiato per due o tre mesi, poi ho deciso di iscrivermi ufficialmente alla Biennale e da allora ho cominciato a costruire. Sicuramente un ruolo decisivo per la realizzazione del progetto l’ha ricoperto la Fondazione Mare Nostrum (di cui sono presidente onorario e benemerito), che, presieduta dall’ingegner Orlando Pandolfi con Marco Nereo Rotelli come direttore artistico, sta realizzando dei progetti molto belli in questi anni, partendo dalla subacquea, portando l’arte sott’acqua grazie ad un museo subacqueo. Hanno avuto un’idea molto forte quando, in partnership con la Vuitton, hanno deciso di spostare un Moai dall’isola di Pasqua per esporlo al Louvre di Parigi. Un’idea che mi ha davvero emozionato e coinvolto, perché il Moai è pietra e quindi si lega direttamente al marmo. E poi comunica una potenza, una forza arcaica, viscerale, che ci interroga sui misteri delle forme, della loro simbologia spirituale. La Fondazione Mare Nostrum, dopo questa bella intuizione, realizzerà altri progetti meravigliosi; ora sta sviluppando un progetto di empowerment che mi interessa particolarmente soprattutto perché c’è una parte di marketing innovativo che mi intriga molto. Quindi vorrei portare avanti il mio rapporto con la Fondazione il più possibile». Il futuro di questa scommessa futuribile sembra riposare tutto nel consolidamento di un giovane percorso già dall’identità chiara e robusta.

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«Riguardo alle altre collaborazioni e realizzazioni è stata una grande soddisfazione avere con noi Jeff Koons, Mark Quinn, con il quale abbiamo portato a termine la serie degli Iceberg, Philippe Pasqua, con cui abbiamo un bellissimo rapporto oggi cementato con i suoi Teschi installati all’interno della Mercury, Jeroen Verhoeven, con il quale stiamo ora realizzando gli ultimi 5 Cinderella Table. L’idea del mio prossimo progetto si ricollega alla relazione fatale per questa materia tra antico e moderno. In un capannone in abbandono dei primi del Novecento, in cui venivano prodotte per il mercato americano, ho trovato 700 statue di madonne, più o meno della stessa altezza. Le farò personalizzare da diversi artisti di tutto il mondo, affermati e sconosciuti, e con queste statuette formerò su un prato enorme la parola “Madonna”. Va da sé che a battezzare l’opera vorrei chiamare la Madonna del 2000, lady Ciccone, magari con una performance pensata ad hoc. Cercherò di contattarla e di presentarle il progetto; potrei sempre ospitarla per un paio di giorni dentro la Mercury House…». La GVM non è solo factory progettuale, ma anche unità espositiva, editoriale, con un’attività di marketing e p.r. internazionale di alta intensità selettiva. 

 

Nel prossimo autunno Vanelli aprirà un nuovo spazio artistico e d’incontro a Milano presentando, in un clima assolutamente notturno, i Cinderella Table che, sparsi per il locale, saranno l’unica fonte di luce, creando un’atmosfera di fascino gotico-favolistico di grande presa. Nel contesto dell’opening verrà lanciato il numero 12 di «’Twill», rivista di design e moda di proprietà della società TWS, dello stesso Vanelli e Fosco Bianchetti, in cui ci sarà naturalmente un ampio speciale sulla Mercury, che rimane comunque la vera frontiera presente da attraversare: «Chiaramente la decisione più importante riguarda il futuro della Mercury House, che al momento girerà per il mondo in qualità di “ambasciatore avanguardista” del marmo. Dopo Venezia sarà la volta della Tunisia, seguita dal Kuwait, per poi fare ritorno in Europa, prima a Parigi e poi a Londra, chiudendo infine il proprio viaggio a New York. Sarà un tour robotico, controllato interamente mediante l’iPhone, grazie alla sua supertecnologia». Che lo spazio l’accompagni…